Circolo Ilaria Alpi

Ilaria Alpi

Il caso di Ilaria Alpi è ancora aperto. Una nube di misteri e di incognite sui mandanti dell'omicidio avvolge il caso. Ilaria aveva scoperto qualcosa di grosso... Continua...
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Firme e regole, un nuovo strappo costituzionale

pubblicato 07/mar/2010 08.22 da Mario Corioni

di Gianni Barbacetto

Nella notte di venerdì 5 marzo 2010 si è consumato un nuovo strappo istituzionale, un ulteriore smottamento costituzionale. Il governo Berlusconi ha salvato per decreto le liste di centrodestra bocciate a Milano e Roma. E il capo dello Stato ha firmato. Un vulnus alla democrazia destinato a entrare nella storia. Perché in democrazia la forma è sostanza. Appellarsi alla sostanza (come faceva il giacobinismo, come faceva il comunismo), mortificando la forma, ottiene il risultato di negare la sostanza della democrazia, per cui le regole sono uguali per tutti. Dalla notte del 5 marzo 2010 sono "più uguali" per chi è al governo, per chi "ha ragione", per chi ha i voti...

Le liste bocciate sono state escluse non per un complotto (degli avversari politici? dei radicali? dei giudici?), ma perché irregolari. A Milano, partiti, correnti e gruppi del centrodestra hanno litigato ferocemente per i nomi da candidare fino a poche ore dalla consegna del listino Formigoni. Poi non hanno avuto più tempo per raccogliere le firme. Hanno messo insieme rapidamente fogli con timbri strani, firme raccolte su fogli in bianco... La Lega, indignata perché il loro uomo (Andrea Gibelli) era stato messo non al numero due, come promesso, ma al numero sette, ha boicottato la raccolta firme.

A rivelarlo, sono le loro stesse dichiarazioni. Ignazio La Russa: «I leghisti ci avevano promesso 500 firme e all'ultimo momento, alle 2 di notte di venerdì, ce ne hanno portate 300, di cui solo 30 autenticate». Giancarlo Giorgetti: «Abbiamo ricevuto il listino solo all'ultimo momento. E con un ordine di candidature che non ci aspettavamo: il nostro Gibelli, per esempio, doveva essere al secondo posto, invece lo hanno messo al settimo».

Ma non ci sono solo i contrasti Lega-Pdl. Ci sono conflitti sordi anche dentro il Pdl, tra ex Forza Italia ed ex An, ma soprattutto tra "laici" e "ciellini": Massimo Buscemi (vicino a Cl) indica subito come "colpevole" Stefano Maullu, responsabile elettorale del Pdl in Lombardia ed esponente dell'area "laica" dell'ex Forza Italia. Quel Maullu che, a una richiesta d'aiuto per la presentazione delle firme proveniente dal vicecoordinatore regionale Massimo Corsaro (ex An), aveva risposto: «Ho altro da fare». È poi generale il malumore nei confronti dei candidati imposti da Silvio in persona, di quello che ormai è chiamato il "partito dei raccomandati": l'igienista dentale di Silvio Berlusconi (Nicole Minetti), il fisioterapista del Milan (Giorgio Puricelli), il geometra di Arcore (Francesco Magnano)...

«Oggi il Pdl è un partito fatto di bande», dice impietoso un ex assessore di Forza Italia, Guido Della Frera. «È un esercito dove tutti si sentono generali e nessuno vuole fare più il sergente». Ma ora, a pagare il conto degli errori politici di una federazione di bande in lotta tra loro, sarà la democrazia repubblicana.

(6 marzo 2010)

Disastro Lambro: è sabotaggio

pubblicato 26/feb/2010 09.33 da Mario Corioni

di Giuseppe Vespo
Sette serbatoi che non è facile azionare né aprire.Il disastro del Lambro è stato sicuramente un sabotaggio ed ora è corsa contro il tempo perché l’onda nera sta dirigendosi verso il mare. Sono seicentomila litri di sostanze inquinanti. «Un gesto criminale - dice il sottosegretario all’Ambiente Menia - il ministero dell'ambiente si costituirà parte civile». Dietro il sabotaggio appalti per un progetto milionario. Quasi 200mila metri quadri di superfici, piste ciclabili ed edifici ecosostenibili sui terreni della Lombarda Petroli, l´ex raffineria di Villasanta a Monza da cui qualcuno, nella notte tra lunedì e martedì, ha fatto uscire gli ottomila metri cubi di petrolio che hanno avvelenato il Lambro per poi riversarsi nel Po. Su quell´impianto, e sui terreni che lo circondano, dovrebbero sorgere appartamenti, negozi, capannoni industriali, un grande centro direzionale. Adesso il Pd accusa: il governo deve spiegare alla Camera il motivo del grave ritardo nel lanciare l'allarme. La Procura di Monza ha aperto un fascicolo per disastro ambientale e avvelenamento delle acque a carico di ignoti. La scia nera arriverà sull’Adriatico domenica. Questa è la previsione della protezione civile e del ministero dell’Ambiente. Il rischio è reale ma si cerca di evitare la catastrofe nella catastrofe. La parte superficiale della marea oleosa si sta parzialmente accumulando contro le paratie dell’ultimo presidio strutturale, la Centrale idroelettrica dell’Enel di Isola Serafini, Piacenza. Il ministro Prestigiacomo dovrebbe presentare la dichiarazione di stato d’emergenza per l’inquinamento del Lambro lunedì al consiglio dei ministri. Mentre ieri da Piacenza il sottosegretario Guido Bertolaso ha assicurato che la Protezione civile ha adeguate strumentazioni a disposizione per combattere l’«onda nera». Adeguate «sia per quanto riguarda il monitoraggio di questa massa oleosa, sia per il rilevamento del possibile livello di inquinamento, sia per il recupero della sostanza inquinante. Capite bene, però - ha aggiunto - che non è facilissimo». Per quanto riguarda il danno ambientale, «lo valuteremo in corso d’opera», ha detto il capo della Protezione civile. Mentre sui rischi di inquinamento della falda acquifera, Bertolaso ha risposto che «al momento non abbiamo indicazioni». Intanto però è il Wwf ad avvertire che «tutto l’ecosistema è in pericolo»: i dieci milioni di litri di olio combustibile e petrolio riversati sul Lambro faranno danni ai fiume, agli animali, all’agricoltura. E se dovesse raggiungere il delta del Po sarebbe a rischio anche la migrazione e lo svernamento degli uccelli acquatici. Un disastro i cui danni restano ancora incalcolabili, insomma. Ma che ha dei colpevoli, «ecoterroristi», secondo la Procura di Monza che sta indagando per disastro ambientale e inquinamento delle acque. L’ex raffineria Lombarda Petroli di Villasanta, da cui è partita la marea nera, è sotto sequestro. Ora si lavora per bonificare le fognature e capire se ci sono state delle violazioni da parte della proprietà. L’anno scorso la proprietà aveva fatto domanda per uscire dalla lista delle aziende pericolose e per questo pare che avesse autocertificato di conservare nelle cisterne meno olio combustibile di quanto ce ne fosse davvero.
25 febbraio 2010

Il Lambro e il Po

pubblicato 26/feb/2010 08.38 da Mario Corioni

Quanto è avvenuto e sta avvenendo ai nostri fiumi è semplicemente
incredibile: una grave vicenda di inquinamento, la cui origine è
inquietante, in un deposito di combustibili in Brianza, destinato a
divenire una lottizzazione residenziale ma, nel frattempo, lasciato
quasi del tutto privo di presidi e piani di sicurezza. Ritardi
intollerabili nell'intervento, assenza di coordinamento, gravissime
sottovalutazioni.
Il Lambro e il Po sono destinati a pagare ancora a lungo le conseguenze
dell'accaduto, ma già oggi il disastro gravissimo sembra essere stato
declassato: già scomparso, come notizia, dalle pagine milanesi del
Corriere, mentre tutti i media internazionali parlano della grave
sciagura ambientale avvenuta in Italia, il Lambro può tornare a scorrere
maleodorante nella periferia milanese.
E invece dobbiamo dirci che il Lambro è un fiume, il fiume di Milano, e
non solo la cloaca che raccoglie gli scarichi di 6 milioni di lombardi.
CHIEDIAMO RISPETTO PER IL FIUME.
Diamo un segnale, troviamoci per dare un abbraccio al nostro fiume e per
dire che MAI PIU' deve avvenire un simile attentato, MAI PIU' gli
interventi in caso di incidente devono essere così scoordinati e
tardivi, ma che invece vogliamo che il fiume venga veramente risanato,
che la comunità milanese e lombarda investano per ripulire il fiume,
risanare il territorio, eliminare gli abusivismi e il degrado che si
affastellano sulle sponde

*Domani, alle 11.30, troviamoci nel cuore del Parco Lambro per
abbracciare il nostro fiume*
/*
Abbracciamo il Lambro*

*Noi cittadini vogliamo esprimere il nostro dolore e la nostra rabbia
per la selvaggia aggressione al fiume Lambro, alle sue sponde, al
fragile ecosistema che faticosamente stava cercando di recuperare la sua
vitalità dopo decenni di inquinamento.
La catastrofe ecologica di questi giorni rischia di vanificare l'opera
di risanamento necessaria a riportare la vita nel fiume più inquinato
d'Italia.
Noi non ci rassegnamo e chiediamo una risposta rapida e determinata alle
istituzioni.
Per questo lanciamo un appello a tutte le forze sane del Paese, agli
imprenditori, alle associazioni, agli amministratori locali e regionali,
al Governo, al mondo della politica e ai semplici cittadini, perché
ciascuno si impegni in una straordinaria opera di attenzione e
risanamento del fiume e del suo territorio.
C'è bisogno dello sforzo congiunto di tutta la comunità, di un grande
abbraccio che stringa forte il nostro fiume, lo liberi dai veleni, gli
restituisca la vita e gli faccia sentire l'affetto di chi lo ama.
*

Aderiscono le associazioni:* Legambiente, **ACLI Anni Verdi Ambiente,
ACLI Milano, ACRA, **AIAB Lombardia,** **ARCI Milano, Monza e Brianza,**
ARCI Lombardia, CGIL Lombardia,** CIA Milano Lodi Monza e Brianza,
**CISL Milano, Coldiretti Lombardia,** **Fa' la cosa giusta,** FAI Fondo
Ambiente Italiano,** **ISDE-Medici per l'Ambiente, ISTVAP Istituto per
la tutela e la valorizzazione dell'Agricoltura Periurbana, **Italia
Nostra Milano, **LIPU,** Slow Food Milano,** **Terre di Mezzo, **WWF
Lombardia
*

ed inoltre: *Ermanno Olmi, Giulia Maria Mozzoni Crespi, Giulio Cavalli,
Ermete Realacci, Maria Berrini
*

La catena umana si svolgerà *domani mattina, sabato, alle 11.30, al
Parco Lambro di Milano *(al centro del parco, presso il ponte che unisce
via Licata e via Garcia Lorca, metropolitana più vicina: Udine M2)
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SALI SUL PULMINO PER STANARE IL CLANDESTINO

pubblicato 24/feb/2010 08.37 da Mario Corioni

Nuove persecuzioni: nel bresciano

pensano a controlli mirati sui bus

di Elisabetta Reguitti

Sembra la brutta scena di un film di guerra: soldati tedeschi che salgono su di un bus alla ricerca di qualcuno da arrestare.

L’epoca è un’altra, la situazione è diversa anche se l’intento di attuare rastrellamenti è lo stesso.

Ed è ciò che sta per accadere in una cittadina dell’operoso,ricco e cattolico profondo nord d’Italia.

 Meno di dieci chilometri (più o meno) di strada percorsi in pochi minuti dai pullman di linea e durante i quali verranno effettuati i controlli dei documenti dei viaggiatori a bordo dei mezzi che transitano nel comune bresciano di Villa Carcina: quattro fermate in tutto (da nord a sud del paese) per un tragitto obbligato per quanti,ogni giorno, dalla città raggiungono la Valle famosa per la sua intensa e redditizia industria armiera e per le numerose officine metalmeccaniche .

Questo è quanto prevede la circolare interna emessa dall’assessorato alla Sicurezza e diffusa in questi giorni tra gli agenti (in tutto sei) della polizia locale. Che per due volte al giorno, a sorpresa, dovranno salire sui bus per svolgere la loro caccia agli irregolari.

Ma cosa indurrà gli agenti a selezionare i passeggeri?

 Il colore della pelle o l’aspetto da immigrato,visto che questa è l’ennesima azione di controllo concepita in casa Lega ad opera dell’assessore competente Stefano de Carli.

 Poco più che ventenne giovane leva leghista la cui unica attività lavorativa è fare l’assessore in questo Comune di 11 mila anime il cui 10 per cento circa è rappresentato da cittadini stranieri.

Ma tornando ai controlli a sorpresa in itinere, al momento nessuno sembra aver calcolato la gravità di un provvedimento di questo genere sul piano delle limitazioni delle libertà personali. Ciò che conta è il trofeo: individuare un passeggero irregolare tra quei circa 5 mila lavoratori – per lo più stranieri – che ogni giorno raggiungono i comuni della Val Trompia (in totale 18) per lavorare come operai.

 “É un atto fascista – accusa Valter Saresini,consigliere comunale di Villa Carcina della lista Liberamente a sinistra – certi controlli fanno tornare alla mente il triste passato, quando essere ebrei significava essere equiparati a criminali”.

 Lo stesso esponente dell’opposizione osserva come si voglia instaurare un clima di terrore e caccia all’uomo che non ha precedenti. Un esempio su tutti è che fino a quattro mesi fa la polizia locale del paese non fosse neppure armata. Ma dopo l’insediamento della nuova giunta (3 assessori su 4,sindaco escluso, sono leghisti)si è provveduto spendendo circa 11 mila euro.

 E poi ci sono i pattugliamenti e i controlli notturni anche nelle abitazioni a caccia di “clandestini” ai quali partecipa personalmente anche l’assessore de Carli, fermandosi però sulla soglia delle abitazioni controllate.

Nel frattempo le ore straordinarie della polizia locale locale sono raddoppiate con un maggiore esborso di risorse ai danni di quelle, al contrario,da destinare all’assistenza sociale .

Sembra insomma che scovare eventuali irregolari sia la vera emergenza in queste zone strategiche nella produzione e commercio di armi e altri traffici, droga compresa.

 Non è un caso forse se dei 18 immobili sequestrati alla mafia 6 fossero proprio in Val Trompia di cui 2, come ricordano gli abitanti, proprio nel comune di Villa.

 Si trattava infatti di capannoni confiscati alla mafia individuati in diverse operazioni giudiziarie che hanno dimostrato come i clan calabresi operino proprio nella ricca e industriale valle bresciana dove da sempre si praticala caccia.

 Oggi anche al cl a n d e s t i n o .

Ambiente Italia 2010, il rapporto annuale sullo stato di salute del Paese di Legambiente

pubblicato 22/feb/2010 09.58 da Mario Corioni

La crisi amplifica il divario tra il Nord e il Sud dove però aumentano le esperienze positive

"Vogliamo riempire di contenuti concreti la prossima campagna elettorale. Altro che schieramenti e posizionamenti, le Regioni hanno responsabilità enormi per disegnare la qualità dello sviluppo nei territori per uscire dalla crisi". Questo l'assunto di Legambiente che, in Ambiente Italia 2010, l'annuale rapporto sullo stato di salute del Paese, quest'anno ha voluto aggiungere ai tradizionali indicatori anche una significativa analisi delle sfide ambientali che le Regioni devono affrontare per promuovere uno sviluppo più moderno e pulito, avviando sul serio la Green economy, creando nuovi occupati in settori strategici, modernizzando il Paese puntando sulla qualità e la vivibilità concreta.

Alla conferenza stampa di presentazione del rapporto, questa mattina a Roma, hanno preso parte  Duccio Bianchi dell'Istituto di ricerche Ambiente Italia e Edoardo Zanchini, responsabile energia e infrastrutture di Legambiente, curatori del rapporto, insieme a Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, Edo Ronchi, presidente Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Maurizio Gubbiotti, coordinatore segreteria nazionale di Legambiente.


Il quadro numerico nazionale mostra un Paese bloccato, con gravi problemi in tema di mobilità, legalità, rifiuti, con sprazzi di eccellenze e buone pratiche sparse che, pur aprendo la strada a momenti di ottimismo non riescono a fare sistema e a caratterizzare lo sforzo unitario della comunità.

Nello specifico, appare decisamente negativa la performance italiana relativa alle emissioni climalteranti. Con 550 milioni di tonnellate di Co2, l'Italia è il terzo paese europeo per emissioni (era quinto nel 1990 e quarto nel 2000). Rispetto al 1990 - anno di riferimento per l'obiettivo di riduzione del 6,5% entro il 2010 del Protocollo di Kyoto - la crescita delle emissioni lorde italiane è stata del 7,1%, soprattutto a causa dell'aumento dei consumi per trasporti (+24%), della produzione di energia elettrica (+14%) e della produzione di riscaldamento per usi civili (+5%). Le emissioni nette, considerando i cambiamenti d'uso del suolo e l'incremento della superficie forestale, sono cresciute del 5%. Tutto ciò, mentre a livello europeo si registra una riduzione del 4,3% (Eu a 15) delle emissioni rispetto al 1990, con Germania, Regno Unito e Francia che hanno già superato gli obiettivi del Protocollo di Kyoto, seguiti dall'Olanda che li sta raggiungendo.
Tra i settori più critici, va segnalato ancora quello della mobilità. L'Italia è il paese con la più elevata quantità pro capite di mobilità motorizzata. Nel trasporto terrestre i mezzi privati coprono circa l'82% della domanda. Si registra poi una crescita sostenuta del trasporto su moto e ciclomotori. Le merci continuano a viaggiare prevalentemente su strada (il 71,9% nel 2008), poco in nave (18,3%) e pochissimo su ferrovia (9,8%). Il tasso di motorizzazione è ovviamente altissimo, con 598 auto ogni 1000 abitanti (+91% dal 1980).

La tassazione ambientale ha raggiunto il minimo storico degli ultimi decenni. In rapporto al Pil, l'Italia mostra la massima riduzione della tassazione ambientale in tutta l'Unione europea nonostante l'intensità energetica sia rimasta pressoché invariata (a differenza degli altri paesi europei). L'entità della tassazione è composta per il 77% da tasse energetiche e in particolare dalle accise petrolifere, per il 22% da tasse automobilistiche e per l'1% da tributo di discarica e altre imposte, mentre non esistono imposte riferibili specificatamente al consumo di risorse ambientali.

In positivo, crescono, anche se di poco, le piste ciclabili protette e non protette nei capoluoghi di provincia (sono circa 2.840 km nel 2008 erano circa 2500 l'anno precedente); aumenta ancora la produzione agricola biologica, con 1.150.253 ettari di superficie biologica o in conversione (erano 1.148.162 nel 2006) e continuano a salire, come segnalato anche lo scorso anno, i sistemi di gestione ambientale: le certificazioni Iso 14001 infatti, passano dalle 12.057 del 2007 alle 12.922 del 2008, mentre le licenze rilasciate per prodotto Ecolabel sono il 31% del totale europeo. In tema di risorse naturali, risulta positivo lo stato di protezione delle aree di interesse ambientale con il 100% di territorio sensibile tutelato da Sic (siti di interesse comunitario).


Le performance regionali confermano il drammatico ampliamento del divario tra Nord e Sud del Paese, anche se in alcune politiche di settore aumentano le eccezioni virtuose. Il Pil pro capite (Italia: 26.184 euro) è sempre molto più alto nelle regioni del Nord, con la Valle d'Aosta in testa (33.683 euro), seguita dalla Lombardia (33.474), dal Trentino Alto Adige (32.515) e dall'Emilia Romagna (32.165). Chiude la classifica la Campania con 16.864 euro, preceduta dalla Calabria con 17.004, dalla Sicilia (17.429) e dalla Puglia (17.513 euro).

Le maggiori percentuali della Povertà relativa (rapporto tra numero di famiglie con spesa media per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà di 999 euro mensili e il numero totale delle famiglie residenti), si registrano in Basilicata e Sicilia (28,8%), Campania (25,3%) e Calabria (25%). Le percentuali minori in Emilia Romagna (3,9%), Lombardia (4,4%), Veneto (4,5%).
La percentuale (rispetto alla popolazione residente) di presenza straniera è più alta in Emilia Romagna (9,72%), Umbria (9,61%), Veneto (9,30%), Lombardia (9,29%), mentre è più bassa in Sardegna (1,77%), Puglia (1,81%), Basilicata (1,95%).

Il tasso di motorizzazione (mezzi per abitante) è massimo in Valle d'Aosta con 1.093 auto e 110 motocicli ogni mille abitanti, seguita dal Lazio (674 auto e 114 motocicli ogni 1000 abitanti) e dall'Umbria (666 auto e 92 motocicli). Il tasso minore è in Trentino Alto Adige (540 auto e 82 motocicli) e Puglia (543 e 65). La mortalità stradale più elevata si registra in Friuli Venezia Giulia (89,4 morti nel 2008 per milione di abitanti), nel Lazio (87,6) e in Puglia (86,5) mentre la minore in Liguria (53,9), Campania (56,6) e Basilicata (59,3).

In tema di rifiuti, la raccolta differenziata vola in Trentino Alto Adige (53,4%), Veneto (51,4%), Piemonte (44,8%) e Lombardia (44,5) e langue spaventosamente al Sud: in particolare in Molise (4,8%), Sicilia 86,1%), Basilicata (8,1%), Puglia (8,9) e Calabria (9,1%).

L'illegalità ambientale poi, continua a caratterizzare pesantemente le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia), mentre le percentuali minori di infrazioni si registrano in Valle d'Aosta, Molise, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, pur registrando una sempre più seria penetrazione nelle regioni del Nord.

Le famiglie che possiedono un accesso a internet si trovano più numerose nel Lazio e in Lombardia, meno diffuse in Puglia e Sicilia.

In tema di turismo, le maggiori presenze in termini assoluti dal 2000 al 2007 si registrano in Veneto (61.529.573 nel 2007), Trentino Alto Adige (41.996.391) e Toscana (41.690.528), le minori in Molise (654 nel 2007) e Basilicata (1.856.789). L'attività di agriturismo si concentra sempre in Toscana (27%) e nella provincia di Bolzano (11%), mentre i numeri più bassi sono in Molise, Valle d'Aosta e in provincia di Trento.

 

"Sono proprio le Regioni, che oggi hanno competenze rilevanti e spesso esclusive in materie delicatissime ad avere la responsabilità di trovare le risposte più efficaci per uscire da questa situazione - ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente -. La sfida che proponiamo ai candidati Governatori è di cogliere le opportunità che la crisi climatica  e la crisi economica ci propongono, dimostrando l’esaurimento del vecchio modello di sviluppo e la necessità di fare della Green economy e della qualità dei territori italiani il punto di forza per rilanciare il Paese. Le nostre proposte sono molto precise: si tratta di spingere le fonti rinnovabili, far crescere la mobilità pendolare sui treni, migliorare la gestione e il recupero di acqua e rifiuti, ridurre il prelievo e l'impatto delle cave, valorizzare il sistema dei parchi, fermare il dissesto idrogeologico. Per farlo, indichiamo strategie chiare e concretamente realizzabili spiegando anche dove andare a reperire le risorse. I governatori devono avere il coraggio di utilizzare una nuova fiscalità che alleggerisca lavoro e imprese e colpisca l’uso delle risorse ambientali per far pagare finalmente chi oggi lucra scavando le montagne, imbottigliando l'acqua o consumando suoli; devono introdurre trasparenti e efficienti sistemi a tariffa per la gestione dei rifiuti e dell'acqua. Insomma, devono assumersi la responsabilità di cambiare in meglio le regioni italiane per renderle più moderne spingendo l'innovazione nei settori più promettenti".

 

"L'Italia ha perso negli anni novanta l'opportunità di diventare un pioniere nell'industria delle rinnovabili. E oggi, se continuerà a mancare una convergenza tra pubblica amministrazione e imprenditoria e ricerca, saremo tagliati fuori anche dalla nuova green economy – ha dichiarato Duccio Bianchi dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia -. Lo sviluppo della Green economy dipende molto anche dal comportamento delle Regioni. Laddove vi è una volontà i risultati si conseguono rapidamente e sono misurabili. Non è un caso infatti che le due regioni leader nel fotovoltaico siano il Trentino Alto Adige e la Puglia". 

 

Questi i temi di azione proposti da Legambiente:

Energia

L'Italia deve arrivare al 17% di produzione da fonti rinnovabili (dall'attuale 5,2%) rispetto ai propri consumi entro il 2020. Questo obiettivo fissato dall'Unione europea, vincolante per tutti i Paesi membri, prevede un impegno preciso delle Regioni. L'Italia deve arrivare ad una produzione da fonti rinnovabili di 22,5 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) e quindi agire sulle principali voci dei consumi energetici: elettricità, calore, raffrescamento, biocarburanti. Le Regioni del Nord, grazie al "vecchio" idroelettrico sono quelle che storicamente hanno la maggiore produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, mentre è in quelle del Sud dove, grazie a eolico e solare fotovoltaico, negli ultimi anni c'è stata la maggiore crescita.

La sfida è quella di trasformare l'obbligo in un'opportunità di cambiamento in positivo, spingendo solare fotovoltaico e termico, eolico e biomasse, mini-idroelettrico e geotermia. Innovando così e creando nuovi posti di lavoro in ogni territorio, a seconda delle vocazioni e delle risorse naturali presenti. Le Regioni hanno una responsabilità fondamentale: l'Unione europea aspetta il Piano nazionale già a Giugno 2010, con un'articolazione degli impegni divisi per regione. Questo sarà il primo banco di prova dei nuovi Governatori nella loro interlocuzione con il Governo. Diversamente, come per l'Accordo di Maastricht, pagheremo altre multe.


Trasporti
In Italia ci sono 14 milioni di pendolari che ogni giorno si muovono verso le grandi città. Di questi solo 2 milioni e 640mila utilizzano il treno. Perché i treni pendolari sono quelli più inaffidabili, vecchi, affollati e in ritardo. E perché le Regioni, alle quali spetta definire il contratto di servizio con i gestori dei treni e individuare i capitoli di spesa nel proprio bilancio per migliorare i servizi, destinano pochissimo al settore. Nel 2009 in metà delle regioni non si è arrivati allo 0,1% di spesa per i pendolari rispetto al bilancio regionale. La Regione che ha speso di più per i pendolari nel 2009 (1,52% del bilancio) e che ha proposto la migliore politica ottenendo risultati significativi di crescita dei pendolari su treno, è stata la Campania. A seguire, la Lombardia che è anche quella con il maggior numero di pendolari su treno (560mila).

La sfida, è quella di far crescere, nei prossimi 5 anni, la quota di pendolari su ferro in Italia, (fino ad arrivare a 4 milioni), attraverso risorse e politiche attente: parco rotabile rinnovato, nuovi treni, maggiori finanziamenti per rafforzare i servizi, priorità agli investimenti infrastrutturali nelle città.


Rifiuti
Le regioni sono le protagoniste principali della gestione sostenibile dei rifiuti con la loro attività di pianificazione e progettazione del settore con l'obiettivo di abbandonare il vecchio modello basato sullo smaltimento in discarica a favore dell'adozione del principio delle 4 R (riduzione, riuso, riciclo, recupero energetico). La situazione della raccolta differenziata in Italia è particolarmente eterogenea, con regioni storicamente avanzate (Veneto e Lombardia), regioni avanzate di recente (Provincia Autonoma di Trento, Piemonte, ma anche Sardegna) e regioni storicamente arretrate nel Sud, con qualche  eccezione a livello comunale.

La sfida è quella di promuovere una filiera virtuosa, attivando politiche di prevenzione e la raccolta differenziata domiciliare in tutti i comuni, aumentando il costo di smaltimento in discarica con l'ecotassa regionale e prevedendo sconti per i comuni più virtuosi, realizzando l'intera filiera di impianti per il recupero e riciclaggio (trattamento della frazione organica, raccolta di rifiuti elettrici ed elettronici, ecc).


Acqua
L'Italia è un paese ricco di acqua ma con ancora il problema della disponibilità della risorsa idrica in alcune aree del Paese e nei mesi più caldi dell'anno. Gli usi principali sono quello agricolo (60%), industriale e civile. Quest'ultimo, in crescita, è quello che richiede la qualità migliore ed è il principale responsabile dell'inquinamento microbiologico dei fiumi e delle falde. Condutture colabrodo e prelievi abusivi determinano la dispersione di un terzo dell'acqua captata e immessa, con punte che superano il 60%. Le Regioni giocano un ruolo fondamentale nella tutela della risorsa idrica attraverso i Piani di tutela delle acque (Pta), per definire obiettivi di qualità per i diversi corpi idrici e prevedere misure atte a raggiungerli entro il 2015. Ma se quasi tutte le regioni e le province autonome li hanno approvati, sono ancora in fase di adozione i piani di Abruzzo, Molise, Calabria e Puglia, e sono stati adottati quelli di Campania, Basilicata e Sardegna. In generale comunque, siamo ben lontani dagli obiettivi di qualità. Idem per quel che riguarda i servizi di depurazione (che riguardano solo il 70% degli italiani) e la rete fognaria (che serve l'85% della popolazione).
La sfida consiste nel riammodernamento degli acquedotti, delle reti di distribuzione, delle fognature e dei depuratori. Ma anche nel completare e adeguare il sistema di tariffazione per scoraggiare i consumi, e promuovere il riutilizzo delle acque reflue depurate per tutti gli usi compatibili.

Cave
In Italia ci sono circa 6mila cave attive e oltre 10mila abbandonate. Sono pari a circa 142milioni di metri cubi i materiali estratti ogni anno tra inerti, sabbia, ghiaia. Puglia, Lombardia e Lazio da sole raggiungono il 50% del totale estratto. La normativa nazionale al riguardo risale al 1927, e in larga parte delle Regioni la situazione è del tutto inadeguata per un attività che ha un fortissimo impatto sull'ambiente e il paesaggio. Pochissime regioni escludono le aree ambientalmente sensibili dall'attività e in metà addirittura mancano (Friuli Venezia Giulia, Lazio, Molise, Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) o sono incompleti i Piani delle attività estrattive, con sommo gaudio delle organizzazioni criminali dedite all'ecomafia. A fronte degli esorbitanti guadagni realizzati da chi cava, i canoni di concessione sono drammaticamente irrisori. Il totale nazionale per regioni non arriva nemmeno a 53 milioni di euro rispetto al miliardo e 735 milioni di euro l'anno ricavato dai cavatori.

La sfida consiste nel completare il quadro delle regole e aumentare il controllo, adeguando i canoni di concessione ai modelli europei: con canoni di concessione pari a quelli inglesi (20% del prezzo di vendita), per esempio, si avrebbero nuove entrate per 570milioni di euro ogni anno. E puntare al recupero degli inerti attraverso la creazione di filiere virtuose gestite dalla stesse imprese edili.

Dissesto idrogeologico

Come è tragicamente noto, in Italia il territorio è quasi totalmente a rischio idrogeologico: ben 5581 comuni, pari al 70% del totale, sono a potenziale rischio elevato. Il 100% del territorio di Calabria, Umbria e Valle d'Aosta è in questa situazione, mentre nelle Marche riguarda il 99 e in Toscana il 98%. L'eccessiva antropizzazione delle aree di esondazione naturale dei corsi d'acqua e dei versanti franosi e instabili rappresenta un rischio ulteriore. Nello specifico, le regioni con le più alte percentuali di comuni con abitazioni in zone a rischio sono la Sicilia (93%) e la Toscana (91%). In Sardegna c'è la maggior percentuale di comuni con interi quartieri costruiti in zone a rischio, mentre in Sicilia e Toscana si segnala anche il più elevato numero di comuni con insediamenti industriali e produttivi in aree esposte a rischio idrogeologico.

La sfida consiste nell'adeguare le politiche regionali per la tutela e la prevenzione del rischio adeguando le mappe, pianificando la lotta agli illeciti ambientali e demolendo gli immobili abusivi, delocalizzando rapidamente i beni attualmente esposti al pericolo di frane e alluvioni.

Aree protette

L'Italia può disporre di un ricco e articolato sistema di aree protette, tra parchi e riserve nazionali e regionali, che arriva a coprire oltre il 10,27% del territorio. Sono complessivamente 827 queste aree che insieme formano uno straordinario forziere di biodiversità: 57.000 specie animali, pari a 1/3 di quelle europee, e 5.600 floristiche (metà di quelle europee). Ma questo patrimonio rischia di degradarsi progressivamente per via dell'inquinamento, della crescita edilizia, dei cambiamenti di uso del suolo, dei processi di desertificazione e degrado degli habitat. E soffre l'assenza di investimenti in politiche di valorizzazione, recupero e conservazione a causa della continua riduzione di risorse (i parchi nazionali ricevono complessivamente il 25% in meno di risorse rispetto al 2001).

Occorre aprire una nuova stagione di promozione del sistema delle aree protette, come grande occasione di valorizzazione del patrimonio naturale in una chiave capace di rafforzare i territori, promuovere il turismo e la competitività. In questa direzione occorre individuare risorse pubbliche certe per gli investimenti e forme di autofinanziamento che coinvolgano privati, rafforzare e ampliare il sistema delle aree protette terrestri e marine all'interno di un progetto di rete ecologica nazionale.


Consumo di suolo

Negli ultimi decenni il processo di trasformazione di suoli agricoli e boschivi ad usi urbani in Italia ha assunto ritmi impressionanti e impatti sempre più rilevanti in termini ambientali e sociali. Il boom dell'edilizia residenziale dal 1994 ad oggi ha portato a realizzare oltre 11milioni di nuove stanze a fronte di una popolazione in leggerissima crescita. Il primo paradosso è che questa edilizia speculativa non ha dato alcuna risposta al disagio delle persone che realmente hanno bisogno di una casa. Il secondo è che nessuno (Ministeri o Regioni) monitora la crescita del consumo di suolo e ha ancora definito una chiara politica in materia.

Il tema dello stop alla crescita del consumo di suolo deve entrare nell'agenda politica delle Regioni perché queste hanno competenza esclusiva in materia urbanistica. Per fermare i processi occorre dare priorità al recupero delle aree già urbanizzate, fissare dei tetti massimi di nuove aree trasformabili, fermare la localizzazione di insediamenti commerciali e residenziali fuori da qualsiasi logica di pianificazione urbanistica e dei trasporti, obbligare la compensazione ecologica degli impatti creando nuovi boschi.

 

E’ ora di fare una Revisione del Piano Cave Provinciale

pubblicato 01/feb/2010 09.52 da Mario Corioni

Rovato 29/01/2009

 

Egregio direttore, vorremmo esprimere alcune riflessioni alla luce dei risultati di una recente indagine sullo spaventoso consumo del territorio avvenuto nell’ultimo decennio in provincia di Brescia. Il 14 Gennaio scorso il TAR di Brescia ha annullato l’autorizzazione all’escavazione per la Bonfadina, enorme cava di ghiaia e sabbia posta sul confine tra il nostro comune, Rovato, e, Cazzago S.M., in riferimento ai ricorsi di quest’ultimo. La sentenza fa il paio con quella, identica, dello scorso dicembre relativa ai nostri ricorsi rovatesi.

Il TAR ha sancito come la Regione non potesse quadruplicare la Bonfadina passando dalla proposta provinciale di 400.000 mc a 1.600.000 mc senza interpellare i Comuni. Nel merito riteniamo gravissimo che si sia consentito alla ditta di iniziare l’escavazione a Agosto con un’autorizzazione ora annullata, sapendo benissimo che il TAR si sarebbe comunque espresso nell’arco di qualche mese in un senso o nell’altro. E ora chi ripristinerà il danno arrecato al nostro territorio dopo quattro mesi di frenetica attività, con file di bilici in ingresso/uscita dal bacino viste da tutti i cittadini?

 

Non è questo l’unico tema. Stiamo assistendo negli ultimi mesi a altre numerose sentenze del TAR di Brescia che stanno modificando sensibilmente l’abnorme Piano Cave Provinciale bresciano approvato nel 2005 dalla Regione. Oltre alle due sentenze sopracitate il TAR ha annullato anche l’allargamento al di là di una strada comunale della cava Macogna (ATE14) sempre a Cazzago S.M. e alle porte della frazione rovatese di Duomo: escavazione che avrebbe nei fatti costituito l’apertura  di un nuovo bacino. A Ottobre è stato annullato lo spostamento operato dalla Regione di 200.000 metri cubi da una cava a Capo di Ponte (ATE1) consentendo l’apertura di un nuovo bacino, l’ATE57, in Comune di Losine. Troppo sfacciata, per il TAR, la violazione della legge regionale che impone di allargare bacini esistenti prima di aprirne di nuovi.

A fine Dicembre, inoltre, il TAR ha ribadito che non è possibile cavare nelle vicinanze dell’aeroporto di Montichiari rigettando la richiesta di un cavatore che chiedeva un risarcimento di 630.000 € ogni 45 giorni di mancata attività, 14.000 euro al giorno! Ci piacerebbe sapere quanto dovrebbero allora chiedere i Comuni per i danni ambientali subiti da attività estrattive pluridecennali e se assisteremo a ricorsi della Regione contro queste sentenze del TAR favorevoli ai Comuni.

 

Ponendoci nel solco di una condivisibile tutela della Franciacorta ipotizzata dalla Provincia, tanto da suscitare le ire funeste della Regione che l’ha commissariata rispetto al Piano Provinciale Rifiuti, ci chiediamo se non sia arrivato il momento di prevedere una revisione del Piano Cave Provinciale, essendo giunti a metà della sua decennale durata.

Sul caso della cava Bonfadina, per esempio, ci chiediamo se non sia opportuno preservare l’ultimo terreno rovatese a denominazione DOCG, chiudendo definitivamente questa vicenda che non giova a nessuno: i Comuni rigettano l’idea di aprire un enorme buco di 34 ettari confinante con dei vitigni e appetibile anche per future discariche, la ditta chiede di operare con sicurezza per il proprio futuro. Ad esempio, una revisione del piano potrebbe consentire abbastanza agevolmente una cancellazione definitiva del bacino della Bonfadina con redistribuzione dei suoi volumi su bacini già aperti: l’impatto sarebbe di gran lunga inferiore, in linea con gli indirizzi dati dal TAR e con quanto previsto anche nel Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale. A livello più generale è assodato che i metri cubi di ghiaia assegnati nel 2005 sono eccessivi rispetto a un’edilizia bresciana molto rallentata e a milioni di metri cubi di inerti bresciani estratti per esigenze non bresciane. Il federalismo non vale per le cave? Tanto più ora che stanno avanzando concrete proposte di recupero di inerti al fine di ridurne l’estrazione.

 

Un ultimo passaggio sulla Regione Lombardia. Dal 2004 una cinquantina di Comuni, con Cazzago S.M. e Rovato capifila, hanno portato all’attenzione del presidente Formigoni una proposta di modifica della legge regionale cave (14/1998) che consenta ai Comuni di contare qualcosa nella pianificazione dei bacini estrattivi. Oggi, infatti, un cavatore proprietario di un’area agricola può vedersela convertita in escavabile da un voto regionale, aumentandone il valore economico di decine e decine di volte, anche se il Comune è contrario. La Regione (con in testa numerosi assessori e consiglieri regionali bresciani, alcuni ricandidatisi alle prossime elezioni regionali) aveva promesso da tempo il superamento dell’attuale legge. E’ passata un’intera legislatura ma non abbiamo visto la modifica di una virgola. Anzi! Abbiamo assistito allibiti a numerosi ricorsi della Regione Lombardia al TAR o al Consiglio di Stato contro i Comuni. Perché invece la Regione non si è costituita in giudizio con la medesima tempestività contro i ricorsi di numerosi cavatori? Ma come, si ricorre contro i Comuni e non contro i privati?

Con queste premesse ci chiediamo se dovremo assistere anche a Rovato all’ennesimo avvilente ricorso della Regione Lombardia al Consiglio di Stato anche sulla cava Bonfadina.

Non vogliamo però fare di tutta l’erba un fascio. Piuttosto speriamo che i segnali di discontinuità avanzati ultimamente dalla Provincia di Brescia rispetto a questa logica regionale si concretizzino davvero. Un buon inizio sarebbe ripristinare la Consulta provinciale per le attività estrattive che per 5 anni la giunta provinciale Cavalli non ha rinnovato: un organismo che con il contributo di esperti del settore, ordini professionali, Comuni, imprese di escavazione, agricoltori ecc potrebbe davvero aumentare la consapevolezza della necessità di revisionare il Piano Cave Provinciale di Brescia. Sarebbe una prima indicazione che le istituzioni sono tornate a fare pianificazione urbanistica e non hanno demandato, inconcepibilmente, questo compito ai cavatori.

 

Ing. Angelo Bergomi

Consigliere comunale di Rovato con delega alle attività estrattive

Eligio Costanzi

Vicesindaco Rovato

Giornata della Memoria

pubblicato 23/gen/2010 12.24 da Mario Corioni   [ aggiornato in data 23/gen/2010 12.52 ]

Louis Borges
I Giusti
 
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che instituisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

La Poesia

pubblicato 12/gen/2010 15.28 da Mario Corioni

Altrachiesa

pubblicato 12/gen/2010 14.41 da Mario Corioni   [ aggiornato in data 12/gen/2010 14.43 ]

 

Immigrazione e accoglienza, don Albanesi replica all’attacco di Panebianco

di don Vinicio Albanesi, da vinicioalbanesi.it

Nell'editoriale di venerdì 8 gennaio sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco, a proposito di immigrazione, con pomposa figura retorica della dissimulazione, si chiedeva: "Non ci sono troppi prelati e Parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mai mettere paletti?”.

Essendo uno di quei Parroci, è utile rispondere senza ambiguità. Infatti molti prelati e parroci hanno detto:

che ogni essere umano è uguale in dignità dovunque;
che di fronte alla fame e alla guerra il primo diritto da tutelare è la sopravvivenza;
che di fronte al pericolo di vita (si vedano gli sbarchi) è dovere umanitario salvare la vita delle persone;
che gli ingressi irregolari avvenuti attraverso gli sbarchi sono solo l"8% del totale;
che il problema dell’immigrazione è un problema strutturale e non emergenziale;
che l’Europa non ha ancora seriamente affrontato il problema dell’immigrazione;
che una seria politica di immigrazione passa dall’aiuto allo sviluppo dei paesi;
che l’Italia ha ridotto gli aiuti internazionali pressoché vicino allo zero;
che gli stranieri sono indispensabili ai paesi comunitari, dato l’invecchiamento della loro popolazione;
che la Legge Bossi-Fini sull’immigrazione non avrebbe risolto i problemi;
che gli stranieri regolari hanno un reddito medio inferiore del 40% dei lavoratori italiani;
che gli stranieri regolari hanno dato un apporto lavorativo di 122 miliardi (dati 2007), costituendo il 9,2% del PIL nazionale;
che gli stranieri regolari hanno versato contributi previdenziali per 7 miliardi (dati 2007), pari al 4% di tutti i contributi previdenziali pagati in Italia;
che gli stranieri regolari contribuiscono al fondo pensioni, senza probabilmente, averne una;
che la criminalità degli stranieri regolari è pressoché pari a quella degli italiani;
che gli stranieri irregolari coprono funzioni a basso costo indispensabili per l’assistenza di vecchi e disabili (badanti):
che gli stranieri irregolari sono occupati per la maggior parte nei lavori dell’edilizia, dell’agricoltura, della ristorazione, dell’assistenza;
che esistono frange pericolose di stranieri irregolari;
che a parità di doveri uno Stato democratico garantisce anche diritti.

I fatti di Rosarno, di cui oggi l’opinione pubblica si occupa e preoccupa, erano ben noti da molto tempo. Conoscevano la situazione gli abitanti di Rosarno, le autorità amministrative, le forze di polizia, la magistratura, la Chiesa. Servizi fotografici, reportage, video erano a disposizione di tutta l’opinione pubblica (cfr. ad esempio qui).

I prelati e i parroci hanno parlato a sufficienza e senza ambiguità di immigrazione, né hanno da vergognarsi di quanto detto.
Peccato che quegli stessi prelati e parroci sono invocati e benedetti per il presepe e non sono graditi quando parlano di immigrazione: la stessa distanza che esiste tra la rappresentazione e la realtà.

(12 gennaio 2010)

Discariche tra vigneti e falde: sindaci uniti contro la Regione

pubblicato 08/gen/2010 12.03 da Mario Corioni

AMBIENTE. Dopo la bocciatura del Piano della Provincia da parte del Pirellone, insorgono i Comuni interessati.

Pietro Gorlani

Tra la Bassa e la Franciacorta a rischio le zone agricole di pregio dal piano Bosco Sella a Castegnato all’area «Teresa» di San Gervasio

Grande dibattito sulle discariche in provincia di Brescia
Nella lotta fratricida tra Provincia e Regione sul piano provinciale rifiuti, i sindaci dei territori più vulnerabili a nuove discariche e impianti di trattamento fanno sentire la loro voce, con una richiesta alla Provincia di proseguire l'impegno a difesa del territorio.
Il Piano provinciale bresciano è stato bocciato definitivamente dalla Regione, che ha imposto al presidente Molgora di adeguarsi alle coordinate regionali, ovvero di togliere (entro il 4 febbraio) il vincolo dei 500 metri dai confini comuni franciacortini (e da quelli della Bassa con falda superficiale) per la realizzazione di nuove discariche e impianti trattamento rifiuti.
La stessa Regione ha motivato la decisione spiegando che Franciacorta e zone agricole di pregio sono già tutelate da una apposita delibera, che vieta stoccaggio e trattamento rifiuti in zone a coltivazione Doc, Docg e Dop. Ma appena terminate le vigne e le colture di pregio il vincolo decade. Ovverosia: non si può creare una discarica dentro al vigneto, ma a fianco del vigneto si può.
[FIRMA]LE CONSEGUENZE di tutto ciò? Sono nelle parole e nelle azioni dei sindaci. I più preoccupati sono i primi cittadini di Castegnato, Paderno Franciacorta, Ospitaletto e Passirano: il progetto di A2A di realizzare la discarica Bosco Sella a Castegnato (4milioni di metri cubi) senza i vincoli del piano provinciale diventa concreto.
Per questo Giuseppe Orizio (sindaco di Castegnato), Giorgio Prandelli (sindaco di Ospitaletto), Antonio Vivenzi (sindaco di Paderno Franciacorta), Daniela Gerardini (sindaco di Passirano) lo scorso 11 dicembre hanno sottoscritto un importante documento di contrarietà alla discarica, inviato direttamente a Formigoni. Discarica per la quale A2A ha già chiesto compatibilità ambientale e avviato l'iter di Autorizzazione integrata ambientale.
«Tutte le nostre Amministrazioni comunali hanno a suo tempo presentato osservazioni motivate, per ribadire l'assoluta contrarietà a questo progetto - si legge nel documento -. Il nostro territorio è già ampiamente compromesso da cave e discariche. Non può sopportare un ulteriore degrado e ulteriori potenziali pericoli per la popolazione».
IL SINDACO di Castegnato (Comune sul cui territorio ricadrebbe al 99 percento il perimetro della mega discarica di rifiuti speciali) rincara la dose: «Il nostro territorio ha già dato moltissimo in termini ambientali, basti ricordare la discarica Bosco Sella, dove sono stoccati 2 milioni di metri cubi di rifiuti, metà della quale non ha il fondo impermeabilizzato con evidenti rischi di inquinamento della falda. Se a Castegnato devono essere fatti investimenti, devono essere fatti per la riqualificazione ambientale, non per peggiorare ulteriormente l'ambiente».
Il progetto preoccupa anche Ospitaletto, visto che il nuovo strumento urbanistico prevede spazi residenziali a 200 metri dal sito dove dovrebbe sorgere la futura discarica.
VIVA PREOCCUPAZIONE è espressa anche dai componenti dell'amministrazione comunale di San Gervasio Bresciano. Norme più morbide in materia di impianti trattamento rifiuti spianerebbero la strada alla Teresa Srl, azienda che vorrebbe trattare nel comune bassaiolo 130mila tonnellate l'anno di rifiuti. Anche qui il no del comune è rafforzato dal parere contrario delle amministrazioni confinanti e dalle centinaia di firme raccolte tra la popolazione dal comitato Respiro Libero e dal parere negativo all'impianto rilasciato dalla Provincia. Tutto è nelle mani della giunta regionale.
«Siamo vivamente preoccupati per quanto ha deciso la Regione - fa sapere un membro di giunta - ma andremo avanti sulla strada della difesa del nostro territorio».
Altra progetto (per ora solo un'ipotesi) che potrebbe trovare spazio grazie all'esclusione dei vincoli per i comuni con falda superficiale, sarebbe l'amplimanento della Piombifera Bresciana di Maclodio.
Il più fiducioso sembra essere il sindaco di Cazzago San Martino, comune sul quale incombono i progetti per due discariche (Drr da 1,5 milioni di mc e Profacta) nella famosa area Macogna, 80 ettari bucati da cave che già distano più di 500metri dalle zone vitate a vincolo Doc: «Abbiamo deliberato il recupero a fondo cava per l'Ate 14 - commenta Giuseppe Foresti - e questo esclude la realizzazione di una discarica. La nostra scelta è appoggiata anche dalla Provincia e speriamo che la Regione rispetti questa decisione».

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