17.12.2008 | Società civile L’onda nero-porpora
Ora d’aria Marco Travaglio l’Unità, 15 dicembre 2008 E’ vero, ogni giorno inghiottiamo una tal quantità di bocconi amari che ormai digeriamo anche i sassi. Ma quel che è accaduto una settimana fa, prontamente sparito dalle pagine dei giornali (in tv non ci è nemmeno arrivato) e dunque dal dibattito politico, meriterebbe una riflessione. Almeno nel centrosinistra, visto che nel centrodestra non si riflette: si obbedisce al padrone unico, o prevalente, comunque non facoltativo. Il governo Manidiforbice, sempre a caccia di soldi, aveva tagliato di un terzo (133 milioni su 540) i contributi alle scuole private “paritarie”, quasi tutte cattoliche. Poi i vescovi han protestato, minacciando di “scendere in piazza” con un’Onda nero-porpora. E in cinque minuti l’inflessibile Tremonti s’è piegato, restituendo quasi tutto il malloppo (120 milioni su 133). Inutile discutere qui sulla costituzionalità della legge 62/2000 che regala mezzo miliardo di euro l’anno alle scuole private, in barba alla Costituzione che riconosce ai privati il diritto di creare proprie scuole, ma “senza oneri per lo Stato”. Qui c’è un Paese allo stremo, dove - a causa della crisi finanziaria e dei folli sperperi su Alitalia e sull’Ici - si taglia su tutto, a partire da scuola pubblica, università pubblica, ricerca pubblica. E’ troppo chiedere anche ai genitori che mandano i figli in istituti privati, dunque non proprio spiantati, di contribuire una tantum ai sacrifici per il bene di tutti? Quel che è accaduto in Parlamento dimostra che sì, è troppo. Anzi, non se ne può nemmeno discutere. Non solo il Pdl ha obbedito senza fiatare al “non possumus” vescovile. Non solo il Pd non ha detto una parola contro la sacra retromarcia tremontiana. Ma il ministro-ombra dell’istruzione Mariapia Garavaglia ha addirittura presentato al Senato una mozione per “l’immediato ripristino dei 133 milioni al fondo scuole paritarie”, e financo per l’aumento dello stanziamento in base alle promesse “del precedente governo”. Mozione firmata anche dai senatori Pd Rusconi, Bastico, Ceruti, Serafini, Soliani, Pertoldi e Vita, in nome di un imprecisato “diritto costituzionale”. Le finalità dichiarate sono nobilissime: evitare danni agli asili, che specie nei piccoli comuni sono esclusivamente privati. Ma forse tanto allarmismo sarebbe stato più serio se accompagnato da qualche proposta per recuperare altrove le risorse necessarie: per esempio dando una ritoccatina al regime fiscale degl’immobili del clero che, anche quando dichiaratamente a scopo commerciale, in Italia sono esentasse. Certo, la cosa avrebbe suscitato non una, ma cento “onde” vaticane di protesta. Ma perché non prendere in parola il fondamentale discorso del Papa, l’altroieri, sul valore decisivo - per lo Stato e per la Chiesa - della separazione Stato-Chiesa? Cioè della laicità delle nostre istituzioni? Non si tratta di tornare al vetero-anticlericalismo ottocentesco. Basta ricordare quel che scrisse nel 1952 a Pio XII un cattolico doc come Alcide De Gasperi, quando il Papa gli revocò l’udienza privata nel trentesimo anniversario del suo matrimonio per essersi opposto al diktat vaticano di allearsi con i fascisti alle elezioni comunali di Roma: “Come cristiano accetto l’umiliazione, benchè non sappia come giustificarla. Come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, la dignità che rappresento e della quale non possono spogliarmi neppure nei rapporti privati, m’impongono di esprimere lo stupore per un gesto così eccessivo”. Parole sante, e durissime. C’è qualche politico italiano, a destra o a sinistra, che oggi saprebbe ripeterle www.voglioscendere.it
13.12.2008 | Società civile Appello Fini-Travaglio
12 dicembre 2008, in Marco Travaglio Appello Fini-Travaglio di Massimo Fini e Marco Travaglio Con l’annuncio di Silvio Berlusconi di voler cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza si è giunti al culmine di un’escalation, iniziata tre lustri fa, che porta dritto e di filato a una dittatura di un solo uomo che farebbe invidia a un generale birmano. Da un punto di vista formale la cosa è legittima. La nostra Carta prevede, all’articolo 138, i meccanismi per modificare le norme costituzionali. Ma farlo a colpi di maggioranza lede i fondamenti stessi della liberal-democrazia che è un sistema nato per tutelare innanzitutto le minoranze (la maggioranza si tutela già da sola) e che, come ricordava Stuart Mill, uno dei padri nobili di questo sistema, deve porre dei limiti al consenso popolare. Altrimenti col potere assoluto del consenso popolare si potrebbe decidere, legittimamente dal punto di vista formale, che tutti quelli che si chiamano Bianchi vanno fucilati. Ma la Costituzione non ha abolito la pena di morte? Che importa? Si cambia la Costituzione. Col consenso popolare. Elementare Watson. Senza contare che a noi la Costituzione del 1948 va bene così, e non si vede un solo motivo per stravolgerla (altra cosa è qualche ritocco sporadico per aggiornarla). Com’è possibile che in una democrazia si sia giunti a questo punto? Non fermando Berlusconi sul bagnasciuga, permettendogli, passo dopo passo, illiberalità e illegalità sempre più gravi. Prima il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) che è il contrario di un assetto liberal-liberista perché ammazza la concorrenza e in un settore, quello dei media televisivi, che è uno dei gangli vitali di ogni moderna liberaldemocrazia. Poi un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio. Quindi le leggi “ad personas”, per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, “ad personam” per salvare se stesso, il “lodo Alfano”, che ledono un altro dei capisaldi della liberaldemocrazia: l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Infine una capillare, costante e devastante campagna di delegittimazione della Magistratura non solo per metterle la mordacchia (che è uno degli obbiettivi, ma non l’unico e nemmeno il principale della cosiddetta riforma costituzionale), ma per instaurare un regime a doppio diritto: impunità sostanziale per “lorsignori”, “tolleranza zero”, senza garanzia alcuna, per i reati di strada, che sono quelli commessi dai poveracci. Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento e di quei fantocci che sono i presidenti delle due Camere, padrone assoluto del centro-destra, se si eccettua, forse, la Lega, padrone di tre quarti del sistema televisivo, con un Capo dello Stato che assomiglia molto a un Re travicello, Silvio Berlusconi è ormai il padrone assoluto del Paese e si sente, ed è, autorizzato a tutto. Recentemente ha avuto la protervia di accusare le reti televisive nazionali, che pur controlla nella stragrande maggioranza (ieri, in presenza del suo inquietante annuncio, si sono occupate soprattutto della neve), di “insultarlo”, di “denigrarlo”, di essere “disfattiste” (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlare troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa (mentre lui, il genio dell’economia, non si era accorto, nemmeno dopo il crollo dei “subprime” americani, dell’enorme bolla speculativa in circolazione). Poi, non contento, ha intimidito i direttori della Stampa e del Corriere (il quale ultimo peraltro se lo merita perché ha quasi sempre avvallato, con troppi silenzi e qualche adesione, tutte le illegalità del berlusconismo) affermando che devono “cambiare mestiere”. Questa escalation berlusconiana ci spiega la genesi del fascismo. Che si affermò non in forza dei fascisti ma per l’opportunismo, la viltà, la complicità (o semplicemente per non aver capito quanto stava succedendo) di tutti coloro che, senza essere fascisti, si adeguarono. Ma sarebbe ingeneroso paragonare il berlusconismo al fascismo. Ingeneroso per il fascismo. Che aveva perlomeno in testa un’idea, per quanto tragica, di Stato e di Nazione. Mentre nella testa di Berlusconi c’è solo il suo comico e tragico superego, frammisto ai suoi loschi interessi di bottega. Una democrazia che non rispetta i suoi presupposti non è più una democrazia. Una democrazia che non rispetta le sue regole fondamentali non può essere rispettata. A questo punto, perché mai un cittadino comune dovrebbe rispettarla, anziché mettersi “alla pari” col Presidente del Consiglio? “A brigante, brigante e mezzo” diceva Sandro Pertini quando lottava contro il totalitarismo. O per finirla in modo più colto: “Se tutto è assurdo”, grida Ivan Karamazov “tutto è permesso”. Massimo Fini Marco Travaglio www.voglioscendere.it :: ultimi commenti Carlo Vulpio è un giornalista. Dall’inizio del 2007 seguiva le inchieste "Poseidon", "Why Not" e "Toghe Lucane". Scriveva per il Corriere della Sera. Il 3 dicembre è stato licenziato. Nel suo ultimo articolo ha fatto i nomi di magistrati, di politici e di imprenditori coinvolti nell’inchiesta della Procura di Salerno in seguito alla denuncia di Luigi De Magistris. Subito dopo ha ricevuto una telefonata di licenziamento da Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera. I nomi erano troppi, il tanfo era insopportabile anche per i lettori del Corriere. Mieli, lo dica qui in Rete prima che la riducano come i giornali servi del potere con la legge fotti blogger di Cassinelli. Ci dica chi ha telefonato a lei per invitarla a disfarsi di Vulpio? Uno della lista? Un membro del consiglio di amministrazione di RCS? O ha fatto tutto da solo? Altrove, in altri Paesi, in Francia o negli Stati Uniti, un gesto come il suo non sarebbe stato apprezzato. L’avrebbero cacciata. Qui la premieranno, magari con la direzione del Tg1. Leggere l’elenco di Vulpio, dal CSM, alla Corte d’Appello, alla Corte di Cassazione è come sollevare il tombino di una fogna. In Italia siamo tutti al di sotto di ogni sospetto. Dall’articolo di Carlo Vulpio del 3 dicembre 2008: "Non era mai accaduto prima in Italia, che una procura della Repubblica fosse «circondata» come un fortino della malavita. Ieri è successo alla procura di Catanzaro, che per tutta la giornata e fino a tarda sera è stata letteralmente accerchiata da cento carabinieri e una ventina di poliziotti, tutti arrivati da Salerno. Con i carabinieri del Reparto operativo e i poliziotti della Digos, sono entrati in procura ben sette magistrati, tra i quali il procuratore di Salerno, Luigi Apicella, e i titolari dell’ inchiesta, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Hanno notificato avvisi di garanzia e perquisito case e uffici dei magistrati calabresi che hanno scippato le inchieste "Poseidone" e "Why Not" all’ ex pm Luigi de Magistris (ora giudice del Riesame a Napoli) e dei magistrati che queste inchieste hanno ereditato, «per smembrarle, disintegrarle e favorire alcuni indagati», scrivono i pm salernitani. Tra gli indagati "favoriti", l’ ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, il segretario nazionale Udc, Lorenzo Cesa, l’ ex governatore di Calabria, nonché ex procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, il generale della Guardia di Finanza, Walter Cretella Lombardo, l’ ex sottosegretario con delega al Cipe, Giuseppe Galati (Udc), Giancarlo Pittelli, deputato di Forza Italia, il ras della Compagnia delle Opere per il Sud Italia, Antonio Saladino. Ma questo è solo il troncone calabro. Gli stessi magistrati salernitani, infatti, stanno indagando anche in altre due direzioni. La prima riguarda uno stuolo di giudici lucani coinvolti nella "madre di tutte le inchieste" sul marcio nella magistratura (l’ inchiesta "Toghe Lucane", che de Magistris è riuscito a "chiudere" prima di essere frettolosamente trasferito). La seconda andrebbe diritta verso alcuni membri del Csm: per esempio, il vicepresidente Nicola Mancino e i presunti legami con Antonio Saladino, figura chiave di "Why Not", il procuratore generale della Corte di Cassazione, Mario Delli Priscoli, andato in pensione qualche giorno fa, e il sostituto procuratore generale della Cassazione, nonché governatore (Ds) delle Marche per dieci anni, Vito D’ Ambrosio, che in Csm sostenne l’ accusa per far trasferire de Magistris. Ce n’ è anche per l’ Associazione nazionale magistrati e per il suo presidente, Simone Luerti. Molto amico di diversi indagati eccellenti quando faceva il magistrato in Calabria, Luerti non ha mai perso occasione di esternare contro de Magistris. Quando poi, qualche mese fa, si è scoperto che incontrava regolarmente Saladino e Mastella nella sede del ministero della Giustizia, mentre lui negava, Luerti s’ è dovuto dimettere dalla carica di presidente dell’ Anm. Nel decreto di perquisizione eseguito ieri, 1.700 pagine, i pm di Salerno accusano di concorso in corruzione in atti giudiziari - per aver tolto "illegalmente" a de Magistris "Why Not" e "Poseidone" - il procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto, Salvatore Murone, il procuratore generale reggente, Dolcino Favi, il parlamentare Giancarlo Pittelli e «l’ uomo ovunque» Antonio Saladino. Ma accusano anche il sostituto procuratore generale Alfredo Garbati, il sostituto procuratore generale presso la Corte d’ Appello Domenico De Lorenzo e il pm Salvatore Curcio di aver preso in eredità quelle scottanti inchieste al solo scopo di farle a pezzi. Mentre il procuratore generale Vincenzo Iannelli e il presidente di Sezione del tribunale Bruno Arcuri si sarebbero dati da fare non solo "per archiviare illegalmente" la posizione di Mastella ("la cui iscrizione tra gli indagati era invece doverosa"), ma anche "per calunniare de Magistris e disintegrarlo professionalmente". Poi, dicono i pm campani, Iannelli, per una causa che gli sta a cuore, fa intervenire Chiaravalloti su Patrizia Pasquin, giudice del tribunale di Vibo Valentia, che poi sarebbe stata arrestata. Così, da magistrato a magistrato, come da compare a compare." Carlo Vulpio, www.carlovulpio.it www.beppegrillo.it 8.12.2008 | Comunicazioni Consumi c’è chi dice no Lidia Ravera Un vecchio adagio recita: non tutto il male viene per nuocere. Sarà pure ottimismo coatto, ma vorrei applicarlo alla crisi economica che si è abbattuta sull’occidente, smascherando definitivamente i limiti del capitalismo senza regole (e senza alternative), rivelando che comprare «sempre e comunque» non si può, anche se ti hanno condizionato a farlo con il credito al consumo (rate, carte che ti danno l’illusione di non pagare mai, leasing), con la pervasiva pubblicità, con il condizionamento mediatico ad abbandonare certe gioie insieme semplici e complesse come la contemplazione, la conversazione, la passione politica o culturale e sostituirle con l’orgia degli acquisti. Bene,mi sono detta, per un po’ non si compra più.Ma davvero questa è soltanto una catastrofe? Davvero dobbiamo vivere sotto il segno dell’arido Pil, col ricatto che, se smettiamo di consumare, stagna la produzione e tutto salta per aria? Possibile non si riesca a immaginare un altro modello di sviluppo? Ho incominciato a guardarmi intorno e ho scoperto il «partito per la decrescita». L’unico partito che dice qualcosa di veramente bizzarro e fuori dal coro: «cambiare un’economia basata sul consumo in una basata sul risparmio, passando per un riequilibrio dei redditi da realizzarsi nell’ambito di una società liberale». Un comunismo soft e progressivo da godere senza disfare il capitalismo? A parlarmene è Massimo Corbucci, Segretario del Partito «che non è un partito» (sono in tre!), bensì una «Public Idea» a cui si può aderire senza tessera, comprando con 30 euro uno spazio su Google e usandolo per diffonderne le idee guida. E quali sarebbero, queste idee guida? «Il risparmio,innanzi tutto, in tutte le sue forme, da quello energetico a quello quotidiano e famigliare. Non comprare merci inutili, non buttarle quando si guastano, ma pretendere che vengano aggiustate (troppo spesso sono costruite in modo che il pezzo usurato non possa essere sostituito), rifiutare il balzello delle spese di base obbligate, tutti quei canoni fissi, utenze, conto bancario assicurazione internet... tutti quei soldi che escono dal nostro portafoglio anche se non compriamo niente». E come si fa? «Imponendo che tutto venga pagato a consumo, senza quelle spese fisse (300 euro al mese), che sono una sorta di "gettone di presenza nel mondo". Liberato dai canoni il cittadino potrei risparmiare e quindi comperare quello che vuole, non quello che è costretto a comprare». Il sogno è tornare ad un rapporto artigianale con la vita. Come 50 fa? «Come 50 anni fa: vivere sì in un libero mercato, ma libero per gli acquirenti, non solo per i produttori». Nessun astruso call center a far da tramite fra chi smercia e chi protesta, lo stato a vegliare contro gli abusi con un proliferare degli organismi di garanzia. Un ritorno al piccolo, che mette il cittadino in un rapporto di parità con chi gli fornisce merci e servizi, fuori dalla dismisura incontrollabile dei grandi spazi commerciali, delle grandi aziende, degli enti invisibili e inavvicinabili. Sembra poca cosa, in realtà è una sorta di rivoluzione: si tratta di rivalutare il risparmio soprattutto in termini culturali. Far tornare di moda la formica, in un mondo di cicale, in cui vince chi canta più forte. Si tratta di smettere di vivere al di sopra delle proprie possibilità. Riprovare l’antica vergogna per i debiti. In fondo, alla radice della crisi, c’è una sovrapproduzione di danaro a cui non corrisponde una ricchezza reale. Un’orgia di consumi forzosi cui cittadini inermi sono costretti perché l’unica forma di sviluppo accreditata è quello della crescita costante e senza interruzioni. «Ma pretendere di crescere sempre è come voler scopare tre volte al giorno, una perversione», dice Corbucci. Invece, ne convengo con lui, le pause sono fisiologiche. Se non fossimo tutti indebitati, potremmo tranquillamente accettare questo momento di stagnazione. Invece è una tragedia. E allora? Allora godiamoci la crisi. Impariamo a far tesoro della povertà, viviamola come un viaggio indietro nel tempo, come l’opportunità di riflettere sui nostri bisogni reali, sui nostri desideri e perché no, sulle nostre nevrosi.❖
4.12.2008 | Società civile "Porta a porta" contro cassonetti. Chi vincerà?
"Porta a porta" contro cassonetti. Chi vincerà? Raccolta differenziata: meglio i cassonetti o il porta a porta? Il dibattito al riguardo è aperto. Da un lato, l’onda del porta a porta sta interessando sempre più paesi della provincia di Brescia. Dall’altro, in città resistono i cassonetti multicolori, anche se da qualche tempo inizia a circolare la parola "sperimentazione" per il sistema a domicilio, soprattutto dopo l’istituzione dell’Osservatorio comunale sui rifiuti. E c’è già chi si candida fare da "pioniere" come la circoscrizione Est per Sanpolino o la zona del Centro storico. Nei comuni dove viene effettuata la raccolta porta a porta "spinta", cioè dedicata ad ogni tipo di rifiuto, viene consegnato ai cittadini un kit che comprende diversi contenitori per l’organico, la carta, la plastica, il vetro e lattine e l’indifferenziato, oltre a materiale informativo su come ogni tipologia vada separata. In questo modo si responsabilizza il privato a essere parte attiva nella raccolta differenziata. La società che gestisce i rifiuti stabilisce poi delle fasce orarie durante i giorni della settimana durante le quali fuori dalle case vanno portati i vari contenitori, ad esempio il lunedì per la carta, il martedì per l’organico e così via. Tra le società che si occupano di raccolta e gestione dei rifiuti nel Bresciano, abbiamo sentito i rappresentanti di Aprica Spa, del gruppo A2A, e di Cogeme (Linea Group). Entrambe utilizzano in luoghi diversi sia il porta a porta, sia i cassonetti. Aprica, ad esempio, ha i cassonetti a Brescia e il porta a porta a Bergamo. Questo per dire che siamo in una fase mista e, probabilmente, transitoria, nella quale si deve ancora stabilire con chiarezza quale direzione debba prendere il sistema. Comodità e decoro urbano Tra i vantaggi del porta a porta, c’è al primo posto la più alta percentuale di differenziazione che si riesce a raggiungere. Per tornare all’esempio di Aprica, Brescia è al 40% circa, mentre Bergamo è sopra il 50%. In alcuni casi, come per Paderno, di cui si occupa Cogeme, si arriva a superare il 60%. Inoltre è migliore la qualità dei rifiuti raccolti. Nei cassonetti, infatti, è più facile che confluiscano anche materiali diversi rispetto a quelli previsti, nel porta a porta il controllo è maggiore. Sempre parlando dei vantaggi, c’è la comodità di non dovere muoversi da casa per gettare la spazzatura, questo in particolare è molto apprezzato dagli anziani che, come ci è stato segnalato a Pronto GdB, fanno fatica a sollevare i pesanti coperchi dei cassonetti. Per concludere, si può citare anche il decoro urbano, ovvero il vantaggio di non vedere cassonetti sui marciapiedi, cosa che per alcuni migliora l’aspetto delle città. Rigidità degli orari e costi più elevati Per passare agli svantaggi, citiamo il costo più alto del sistema a domicilio. In termini sia organizzativi, sia economici, lo sforzo è maggiore: in soldoni, il prezzo aumenterebbe di circa il 20-30%. C’è però da dire che una volta superata la soglia del 65% di differenziata, il ritorno economico dovrebbe cominciare a farsi sentire per il ricavato dalla vendita dei materiali da riciclare. Inoltre, c’è il problema di dover dedicare uno spazio in casa per i singoli contenitori, che non sono enormi ma ingombrano ugualmente. Il sistema è poi rigido: fuori dai giorni e dalle fasce indicate, ci si tiene i rifiuti in casa. Comunque, se tra i nostri lettori c’è chi vede con preoccupazione un cambio di metodo in città, altri mostrano soddisfazione per il porta a porta: "Ci è voluto un po’ di tempo per abituarsi, qualcuno si è lamentato - racconta una lettrice di Travagliato, dove il servizio è gestito dalla Ast - ma alla fine siamo riusciti a organizzare gli spazi per i contenitori. Per me è più comodo così". Insomma, probabilmente l’unico modo per capire quale sia il metodo migliore è metterlo alla prova. Se volete dire la vostra, chiamateci o scriveteci. Emanuele Galesi 30.11.2008 | Società civile Lodo Trota Marco Travaglio www.voglioscendere.it Zorro l’Unità, 30 novembre 2008 Niente da fare. Neppure al terzo tentativo Renzo Bossi, secondogenito del Senatur, è riuscito ad acciuffare la maturità scientifica. A nulla è valso l’intervento del ministero dell’ Istruzione, retto dalla meritocratica Gelmini, che gli aveva concesso il terzo grado di giudizio. Quest’estate, dopo la seconda trombatura per “gravi lacune in quasi tutte le materie”, si era ipotizzata una sua imminente discesa in campo come delfino di cotanto padre: con quel quoziente culturale, aveva diritto quantomeno a un ministero. Ma l’illustre genitore smentì: “Più che un delfino, Renzo è una trota”. Dopodichè, essendo ministro delle Riforme, propose una riforma ad personam, anzi ad trotam: “Dopo il federalismo bisogna riformare la scuola. Non possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord. Un nostro ragazzo (uno a caso, ndr) è stato bastonato agli esami perché aveva presentato una tesina sul federalista Cattaneo. Questi sono crimini contro il nostro popolo e devono finire”. Detto, fatto. Il governo impose il terzo esame, alla presenza vigile di un ispettore ministeriale. Stavolta Renzo aveva lasciato perdere Cattaneo e aveva presentato una tesina in fisica. Ma non c’è stato verso. Ora, per evitare che il giovine finisca nelle grinfie di Brunetta come fannullone o in una classe differenziale per ciucci e immigrati (come da proposta leghista), non c’è che una soluzione: chiamare Ghedini e Alfano e approntare al più presto una legge ad hoc per trasferire l’esame a Brescia o, meglio ancora, garantire la promozione automatica ai figli delle alte cariche dello Stato, ministri compresi. Un Lodo Trota.
voglioscendere /////////////////////////////////////////// Uomini e maggiordomi Posted: 28 Nov 2008 12:41 PM CST http://feeds.feedburner.com/ r/Voglioscendere/ 3/468610391/2105240.html Questo pomeriggio il vice-presidente della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, Giorgio Lainati (Pdl), e il capogruppo del partito di Berlusconi in commissione, Alessio Butti, hanno annunciato che nei prossimi giorni chiederanno «conto al direttore generale Cappon e al presidente Petruccioli del perché sia permesso all’ex parlamentare diessino Michele Santoro di fregarsene del pluralismo dell’informazione». I due si lamentano perché nella puntata di Annozero di giovedì, dedicata alla crisi economica, «Santoro ha sparato contro il Governo facendo parlare esponenti del mondo politico e imprenditoriale rappresentanti la sola opposizione» utilizzando poi, «per completare "il capolavoro", una serie di grafici e tabelle, molte delle quali elaborate da studi della Cgil». Il messaggio che lanciano Lainati e Butti, con un linguaggio nemmeno troppo vagamente nostalgico, è chiaro: per Annozero è ormai iniziato il conto alla rovescia. A questo punto, più che ricordare che i ministri del Popolo delle Libertà nelle ultime settimane hanno sempre declinato gli inviti in trasmissione per loro libera scelta, è forse il caso di riflettere sul significato della parola pluralismo e sui limiti del giornalismo. Partiamo dunque dal fondo: ovviamente anche chi fa il giornalista ha dei limiti. Che possono essere riassunti così: ciascuno può dire o raccontare quello che vuole a patto che non violi il codice penale o quello deontologico. Non si possono, insomma, diffamare o calunniare le persone. E se ciò avviene chi lo ha fatto paga con sanzioni pecuniarie o, nei casi estremi, addirittura con la detenzione. In ogni caso a stabilire se ciò è avvenuto non può essere un organismo parlamentare. Devono farlo invece la magistratura e l’ordine dei giornalisti. Veniamo quindi al pluralismo. Dare diritto di parola ai rappresentanti di tutte le formazioni politiche in un unico programma non vuol dire essere pluralisti. Prima di tutto perché non solo i partiti rappresentano la società (cioè il pubblico): i parlamentari, che intervengono su qualsiasi argomento in tutti i tg, dal punto di vista giornalistico hanno lo stesso peso dei sindacati, delle associazioni e dei semplici cittadini. E anzi, se si vuole fotografare con chiarezza lo stato di un paese come il nostro, spesso (anzi quasi sempre), meno si fanno parlare i politici e meglio è. Ma non basta. Perché la tv non è pluralista se il giornalista o il conduttore si limita a dirigere il traffico dando la parola a questo o quello. Lo è invece se lascia spazio in programmi differenti a conduttori e giornalisti con punti di vista e opinioni diverse. Poi saranno i telespettatori a scegliere che cosa guardare. Insomma la tv pubblica dovrebbe essere un po’ come un’edicola: ch’è chi compra il "Corriere della Sera", chi "la Repubblica", chi “il Giornale". Vince poi il migliore (chi fa più ascolti). Un’unica regola va rispettata: la verità dei fatti. Detto in altre parole: se Berlusconi afferma che il mare è giallo e D’Alema risponde che è rosso, il conduttore, comunque la pensi, deve intervenire per chiarire che il mare è blu. Se non lo fa è, nel migliore dei casi, professionalmente impreparato, e nel peggiore un maggiordomo. 30.11.2008 | Società civile I nuovi filantropi I nuovi filantropi di Rachele Gonnelli Tre anni fa è stato l’anno mondiale del microcredito ma nessuno se n’è accorto, almeno da noi. Ne sapevano di più in Bangladesh o in qualche villaggio sperduto sulle Ande, dove l’idea del prestito sociale, del mutuo collettivo, era già arrivata tramite organizzazioni non governative o banche rurali. In Occidente del microcredito ha iniziato a diffondersi il nome solo nel 2006 grazie al riconoscimento dato dal Comitato di Oslo al «banchiere dei poveri» Muhammad Yunus. Ma anche allora è sembrata una cosa destinata quasi esclusivamente ai diseredati dei paesi in via di sviluppo, una realtà benemerita ma lontana. Soltanto adesso, diciamo da un anno a questa parte, della microfinanza si inizia a parlare in termini diversi, più vicini, a distanza di isolato. Anche in Italia. Anche i colossi bancari, alle prese con la crisi degli swap, subprime e derivati «tossici», stanno drizzando le antenne. Qualcosa di più. Si stanno buttando nell’affare -da Morgan Stanley a Citigroup e da Deutsche Bank a Credit Suisse - intravedendo nuovi margini di guadagno in questo settore che ha come caratteristica fondamentale il legame tra la banca, il cliente e il suo territorio. Gli operatori del microcredito sociale, quelli che da dieci anni e più hanno iniziato a lavorare nei contesti difficili della fiducia a chi non ha garanzie di partenza, tremano. Perché le banche servono al microcredito per svilupparsi ma possono anche stravolgerlo, cambiargli natura sull’altare della ricerca di mercati nuovi da spremere. E ucciderlo. È già successo in Bolivia alla fine degli anni Novanta quando con l’avanzata delle finanziarie che concedevano microprestiti facili al consumo si è creato un sovra indebitamento. Una crisi più piccola ma non dissimile da quella innescata dalla bolla immobiliare negli Usa. Fabio Salviato, presidente di Banca Etica, si chiede: «Siamo sicuri che l’entrata in forze dei colossi finanziari porti giovamento? E che capitali in cerca di nuove frontiere portino novità e energia positiva? O forse, se l’esperienza insegna qualcosa, troveranno spazio di manovra e di profitto ma a danno della genuinità e spontaneità delle iniziative che dal microcredito hanno tratto respiro. Insomma - conclude - è forte il rischio che il mercato del microcredito venga drogato da attività di grossi gruppi pronti a spostare le risorse non appena verrà individuato un ambito più profittevole, con la conseguenza di lasciare quel settore compromesso e in difficoltà». Banca Etica segnala il problema al legislatore. Serve un sistema che tuteli il microcredito da chi vuole solo servirsene per operazioni di marketing in un momento di calo di fiducia nelle banche. O per cercare nuovi prodotti su cui lucrare senza, ancora una volta, preoccuparsi dello sviluppo dell’economia reale. Il fatto è che il microcredito per esser tale deve rispondere ad alcuni requisiti. Deve favorire l’inclusione economica di soggetti svantaggiati dando loro una opportunità diversa per l’accesso al credito. Serve essenzialmente per creare microimprese. E si fa carico di soggetti che vengonoa ccompagnati, in strada ti da operatori specializzati, a metà tra un assistente sociale e un incaricato d’affari, in grado di redigere un piano di ammortamento e di fare da lievito ad un tessuto di relazioni economiche e sociali in cui la microimpresa possa mettere radici come in una incubatrice. Tutto ciò presuppone competenze e costi che gli istituti di credito non vogliono sborsare. Mentre sono tentate di utilizzarne i frutti, attirate dai tassi più alti, in un settore dove il rischio è più elevato, e dai risultati che parlano di un tasso di restituzione ovunque vicino al cento per cento. «L’arrivo dei colossi bancario - spiega Antonio Tricarico della Campagna di Riforma per la Banca Mondiale tra i relatori del primo seminario italiano sulla microfinanza organizzato a Roma da Vis, Acli e Anfi a fine novembre - non crea necessariamente un processo virtuoso». La Banca Mondiale per il 2007 ha stanziato 500 milioni di dollari e si è posta l’obiettivo di arrivare a 1,2 miliardi nel 2010. «Ma senza una tutela del settore - segnala Tricarico - si rischia che anche il campesino colombiano diventi una specie di derivato sociale». Quotato sul mercato dei future sulle granaglie a Chicago: un altrove rispetto alla logica della solidarietà. rgonnelii@unita.it Per i sostenitori della crescita illimitata il nostro sistema economico è il mezzo per sradicare la povertà. Non è vero: la crescita globale deve limitare le emissioni di carbonio. La redistribuzione è l’unica strada per ridurre la povertà. Andrew Simms, New Scientist 30.11.2008 | Società civile Il co-housing
La nuova coabitazione ecologica arriva in Italia Il co-housing è un modello di coabitazione nato in Danimarca negli anni ’60 che sta per diventare una realtà anche in Italia. Funziona così: un numero di famiglie che va da un minimo di 10 a un massimo di 40 si stabilisce in una zona da recuperare dove, pur abitando ciascuna nel proprio appartamento, condivide ambienti di uso comune e spese come luce, gas ed elettricità e altro ancora se possibile. Così facendo le spese dei singoli vengono ridotte al minimo e le piccole incombenze della quotidianità rubano meno tempo perché assegnate a turni, compreso quelle di accudimento dei bambini se ce ne sono. Molte organizzazioni nel nostro Paese si stanno attivando per avviare sperimentazioni di co-housing rivalutando territori come vecchie cascine ed ecomostri, grazie alle concessioni o alle aste pubbliche. Ci sono esperienze in Toscana - a Firenze e sulle sue colline, a Pisa, a Prato - a Torino, a Bologna, in Umbria, in provincia di Roma e non si tratta più di esperienze pionieristiche, ma consolidate, che fanno da laboratori-scuola. Così il modello importato dal Nord Europa si sta diffondendo, almeno come progettualità, soprattutto via Internet. Spesso vengono coinvolti studi di architettura impegnati in progettazione di nuove unità immobiliari, cooperative di nuova edilizia sostenibile, gruppi di acquisto solidale. Quando si è in tanti e si fa cassa comune è chiaro che ci si può permettere di più, anche in termini di spazi e servizi: la sala hobby, l’asilo condominiale, l’orto bio, i pannelli solari e quant’altro. Per saperne di più, i siti: www.cohousing.it Il sito rappresenta la Innosense Partnership, agenzia per il rinnovamento sociale, e il dipartimento Indaco del Politecnico di Milano, due realtà che intendono promuovere il co-housing nel nostro Paese e stanno portando avanti numerosi progetti alcuni dei quali dovrebbero partire entro il 2009. www.cohousing-italy.com Il sito promuove, in rete, l’associazione Cohabitando, formata da un gruppo di amici romani che si propone di divulgare la filosofia del co-housing attraverso la costruzione di strutture sparse da Nord a Sud. www.ispcohousing.org (sito in lavorazione) Il sito rappresenta l’ISPCo, istituto nazionale per la promozione del co-housing, con sede a Roma. Attraverso la sinergia delle associazioni impegnate in questo settore, fornisce consulenza e gestione operativa per la realizzazione di progetti di co-housing. l’Unità 30 Nov 2008 25.11.2008 | Società civile L’ottimismo del coglione genera mostri L’ottimismo del coglione genera mostri Ho comprato due lavatrici, tre frigoriferi e uno schermo al plasma. Ingombrano un po’, ma non potevo ignorare l’appello di Testa d’Asfalto dall’Abruzzo. La colpa della recessione è di chi non consuma. Dei finti disoccupati. Le aziende non producono e la Fiat ha i piazzali pieni di auto. E’ una legge di natura. Se non compri, azienda chiude. Italiani, tirate fuori i soldi dal materasso, siete peggio di un genovese. Pensate a quell’uomo. A ciò che ha dovuto patire per il nostro Paese divenuto di sua proprietà. Alle sue ville in Sardegna. Ai suoi mille e mille miliardi. I danèe li ha meritati. Lo sapete, è ricco sfondato grazie a voi. Con il meccanismo dei soldi comunicanti. La pubblicità è il pizzo che pagate su ogni acquisto. Quando comprate una merendina o una scatola di pomodori finanziate Mediaset. La pubblicità fa parte del prezzo del prodotto e la pagate tutti i giorni. Quando voi consumate, lui incassa. Se l’Italia è più povera e lui ricchissimo una ragione ci sarà. Chiamala, se vuoi, P2. Se non consumate, lui diventa triste e non ascolteremo più le sue famose barzellette su Obama abbronzato come Naomi Campbell e su Mangano eroe di Forza Italia. Se la raccolta pubblicitaria di Publitalia crolla, il titolo di Mediaset soffre peggio di Veltroni quando fa opposizione. Se va sotto l’euro chi lo racconta a Confalonieri? Ci sono voluti vent’anni per consumare l’Italia, ma lui ci è riuscito. Ha avuto l’appoggio dei collaborazionisti Bossi, D’Alema e Violante, è vero. Centinaia di giornalisti si sono venduti, è vero. Ma lo sfascio, diciamocelo, è soprattutto merito suo. I 400.000 precari che perderanno il lavoro entro Natale non deludano lo psiconano. Si rechino con le famiglie alla sede più vicina della Mediolanum, la banca intorno a loro. Chiedano del signor Ennio Doris. Dicano che li manda Berlusconi, il coproprietario della banca, e che devono consumare. Un prestito, un mutuo a tasso agevolato e via verso il più vicino centro commerciale per una sveltina tra gli scaffali. La cura per il rilancio dei consumi comunque c’è. Tremonti è al lavoro per una manovra di 80 miliardi di euro che saranno investiti in opere pubbliche. Gli 80 miliardi verranno prelevati dalle tasse degli italiani. Ci arricchiamo e ci indebitiamo da soli. Un giro conto sul conto degli altri. Togliere ai contribuenti per dare alla Confindustria. Lasciate la luce accesa anche di giorno, l’acqua del rubinetto aperta, i caloriferi a tutta manetta. Usate tre preservativi alla volta, uno sull’altro, e due scatole di Viagra per sera. Consumate, consumatevi. L’ottimismo del coglione genera mostri. www.beppegrillo.it
Zorro l’Unità, 27 novembre 2008 A Stoccolma Roberto Saviano parla al mondo intero con Salman Rushdie, pochi giorni dopo che il governo svedese ha onorato il Nobel Dario Fo con uno speciale annullo postale. In Italia, per le cosiddette autorità, Fo è un mezzo terrorista. E il comune di Milano nega l’Ambrogino a Saviano e Biagi. Inutile riportare le ragioni addotte dai carneadi che occupano i banchi del Pdl. Ragioni inesistenti, come i loro sostenitori. All’origine di quel vergognoso No c’è sicuramente l’allergia dei berluscones agli uomini liberi, che continuano a dar fastidio anche da morti. Ma c’è anche il sacro terrore dei mediocri per il talento, la sindrome di Salieri dei nani della politica per i giganti che han saputo conquistarsi l’amore del pubblico. Ieri il solito poveraccio, già noto per aver insultato Biagi da vivo e da morto, è riuscito a sputare pure sulla tomba di Montanelli. L’ha fatto sul Giornale da lui fondato nel 1974, nel tentativo disperato di assolvere il padrone per la sua iscrizione alla P2, sostenendo che Montanelli “scrisse con il piduista Roberto Gervaso una Storia d’Italia in 6 volumi”. Non è vero niente: Montanelli scrisse i libri con Gervaso dal 1965 al ‘70, mentre Gervaso si iscrisse alla P2 nella seconda metà degli anni 70. E quando saltò fuori il suo nome nelle liste di Gelli, si ruppero i rapporti fra i due. Poi, quando Gelli insinuò cose false sui loro rapporti, Montanelli lo querelò e lo fece condannare per diffamazione. Lo sputo sulla tomba di Montanelli merita solo disprezzo. Ma, come diceva il vecchio Indro citando Chateaubriand, “il disprezzo va usato con parsimonia, in un mondo così pieno di bisognosi”. Montanelli parla di Gelli A Montanelli interessa qualche investitore per il suo giornale. Con il collega Renzo Trionfera, massone, va a Roma all’hotel Excelsior a incontrare un tizio che, non si sa mai, forse potrebbe aiutarli, ma ben presto capisce che lo strano Gelli ha un’idea di giornali e giornalisti ("ci vuole un padrone della stampa") degna del "più grosso farabolano con cui abbiamo avuto a che fare", di "un matto", di "un piazzista", di "un fregnacciaro qualsiasi". Poco tempo dopo esce la lista della P2 e si dice che sia Gelli il famoso "grande vecchio". Montanelli non crede nemmeno a questo. E si capisce! Dal suo punto di vista, come avrebbe potuto, quello che lui aveva incontrato, e poi definito un grande fregnacciaro, essere anche "il grande vecchio"? www.voglioscendere.it 24.11.2008 | Società civile CROLLO DEL SOFFITTO NELLA SCUOLA TORINESE CROLLO DEL SOFFITTO NELLA SCUOLA TORINESE Legambiente: "Evento drammatico. Urgono politiche adeguate. Subito l’Anagrafe degli edifici scolastici" Oltre il 40% delle scuole non possiede il certificato di agibilità statica; il 34,92% è stato costruito prima del 1974 e il 13,42% tra il 1940 e il 1970 "La tragedia di oggi a Rivoli (Torino), mette in risalto la necessità e l’urgenza di adeguate politiche di gestione del patrimonio scolastico. Sono numerose ancora le scuole italiane che non raggiungono gli standard minimi di sicurezza, prive dei certificati di agibilità statica o di prevenzione degli incendi, ospitate in strutture inadatte, nate per altri usi e mai modificate, oppure come in questo caso, alloggiate in strutture vecchissime. Il fatto che nel decreto del Ministro Gelmini siano previsti fondi per l’edilizia scolastica va quindi valutato positivamente ma risulta quanto mai urgente completare l’unico strumento utile a fotografare la qualità edilizia degli istituti: l’anagrafe degli edifici scolastici avviata nel 1996 e mai conclusa". Così Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, commenta sgomento il tragico evento della scuola del Torinese. Secondo i dati del rapporto Ecosistema scuola 2008 di Legambiente, le scuole italiane che possiedono il certificato di agibilità statica sono meno del 60% (dato preoccupante per una nazione a diffuso rischio sismico), quelle che hanno il certificato igienico-sanitario sono il 71,14% e di prevenzione incendi appena il 52,19%. Ancora, il 23,62% degli edifici scolastici necessitano d’interventi di manutenzione urgenti, mentre il 47,11% hanno goduto di manutenzione straordinaria negli ultimi 5 anni. Sono anche le caratteristiche geologiche del Paese a motivare una particolare e maggiore cura per gli istituti, visto che moltissimi sono in aree a rischio ambientale dichiarato e numerosissime sono ancora quelle costruite prima del 1974 (34,92%) o addirittura prima. Scuole site in aree a rischio dichiarato Età degli edifici scolastici. Costruite: Rischio idrogeologico 3,21% Prima del 900 4,49% Rischio sismico 75,04% Tra il 900 e il 1940 13,42% Rischio vulcanico 4,82% Tra il 1940 e il 1974 34,92% Rischio industriale 5,65% Tra il 1974 e il 1990 40,92% Altro 1,61% Tra il 1990 e il 2006 6,26% Anno 2005* Anno 2006* Anno 2007* Certificato agibilità statica 63,35 % 62,21% 58,64% Certificato agibilità ig-sanitario 61,75% 73,97% 71,14% Certificato prevenzione incendi 26,44% 34,08% 52,19% Porte antipanico 73,89% 88,85% 85,10% Impianti elettrici a norma 69,93% 86,13% 85,61% Prove di evacuazione 75,3% 89,21% 79,96% Scale di sicurezza 48,2% 45,76% 54,72% *Anno di raccolta dati L’Ufficio stampa - Rapporto completo su http://www.legambientescuolaformazione.it/qualita_edifici_scolastici.php 14.11.2008 | Società civile "Navi a perdere" Cari amici, Questa notte, alle ore 1,30 (sic!) su Rai 1 va in onda la terza puntata del programma E-cubo (Rai Educational) dal titolo "Navi a perdere" (già disponibile sul sito http://www.ecubo.rai.it/ ) . Visto che è servizio pubblico questi programmi vanno in onda di notte, per fare compagnia ai sonnambuli!! Ebbene, la puntata è nata da una idea di Antonio Pergolizzi, Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità, ed è frutto di un lungo lavoro di ricerca, analisi e scrittura che è stato possibile grazie allo sterminato lavoro sull’ecomafia fatto dalla nostra Associazione. Merito anche del lavoro degli anni scorsi portato avanti con incredibile lungimiranza ed efficacia da Enrico Fontana, Nunzio Cirino, Stefano Ciafani, Peppe Ruggiero, Raffaele del Giudice, Francesco Dodaro, Tiziano Granata e tutti coloro che si sono dedicati al tema. Legambiente è il filo narrante, grazie alla voce e alla faccia del nostro Nuccio Barillà, e la protagonista assoluta (insieme a Greenpeace) nella lotta e denuncia dei traffici illeciti di rifiuti, anche internazionali. L’idea era di raccontare la questione in generale dello smaltimento dei rifiuti industriali (da parte anche di aziende di stato), del dumping ambientale, dell’assenza di responsabilità politica e morale di fronte ad un modus operandi che ha scaricato - e continua a farlo - il peso economico dello smaltimento delle scorie tossiche nei Paesi poveri del mondo o nelle regioni povere del nostro Paese. Come la Campania, ad esempio. Il sistema è sempre lo stesso. Certo che far dire ai Carabinieri che il termine ecomafia è stato coniato da Legambiente è stata una bella soddisfazione. Bisognava dunque rimarcare il ruolo della nostra associazione - come delle altre associazioni ambientaliste - nella denuncia di tutto questo. Ovviamente, non rispondiamo del montaggio e della struttura narrativa che è sempre opera del regista (naturale visto che non si tratta di un documentario ufficiale di o su Legambiente), il quale non ha accolto molte idee in stile Legambientino... MA credo sia uscito fuori un buon lavoro, anche gradevole visto il tema, che ha sicuramente valorizzato il lavoro di Legambiente in tutti questi anni. Infine, restando sul tema, è in uscita il prossimo libro della collana Verde Nero che è stato scritto da Carlo Lucarelli che parla proprio delle navi dei veleni: infatti il capitolo finale che curo io non è altro che la sintesi di questo lavoro di ricerca utilizzato per il documentario. 9.11.2008 | Società civile COSSIGA,una domanda.. La risposta dell’Unità a Cossiga «Se l’ex presidente Cossiga si fosse limitato ad accusarci di "istigare" qualcuno, avremmo volentieri evitato di rispondergli. L’Unità è sotto gli occhi di tutti e ciascuno può facilmente verificare il contenuto e il tono dei nostri articoli. Il fatto è che, il 23 ottobre, in un’intervista, aveva suggerito di "infiltrare il movimento con agenti provocatori". E ieri, nella sua lettera indirizzata al capo della polizia, ha auspicato che ci sia "una vittima". "Agenti provocatori", "vittima". È una sintesi molto precisa di quel che accadde il 12 maggio del 1977 quando a Roma fu uccisa una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi. Ancora non è chiaro come siano andate veramente le cose. Però si sa per certo che la stessa persona che oggi dà certi suggerimenti e formula certi auspici era, all’epoca, ministro dell’Interno. Per questa ragione ; con tutto il rispetto; ci sentiamo in dovere di rivolgere al presidente Cossiga una domanda: chi ha ucciso Giorgiana Masi?» 7.11.2008 | Società civile La lezione di Obama e le donne Lidia Ravera Fra i molti meriti di Barak Obama, con quella bella faccia di colore, con quel nome così lontano da ogni tradizione wasp, c’è anche questo: ci ha fatte svegliare di buon umore, noi femmine della specie. Come tutti i democratici, certo, come tutte le persone per bene che aborrono il razzismo. Ma con un valore aggiunto: l’effetto tetto di cristallo. Ha dato un bella zuccata, Obama, al limite invisibile che vuole al potere sempre lo stesso animale: maschio e bianco, di razza dominante. Così ci siamo svegliate sentendo il dolce tintinnio dell’esplosione, frammenti di vetro dappertutto. Brillavano come pietre preziose. Yes, we can, ci siamo dette. Possiamo. Anche noi. Noi donne. In fondo, la dinamica del razzismo è la stessa dell’antifemminismo: il bianco ha sempre discriminato il nero (anche) perché sessualmente più dotato, no? E ha sempre tenuto le donne lontano dal potere perché nutre il fondato sospetto che siano, complessivamente, più dotate. Non tutte, ovvio, ma intanto si fa fuori metà del mondo e si riduce, drasticamente, la concorrenza. Per scoraggiarle senza ucciderle, ha costruito una cultura della disistima per cui ogni donna è diventata la peggior nemica di se stessa e delle sue simili. Così ha fatto con i neri, che, rabbiosi e rassegnati, non andavano neanche a votare. Questa volta ci sono andati e una ventata di vera novità ha scosso il pantano dell’occidente. Il messaggio è: bisogna osare. Un’amica mi ha detto: ma non sarebbe stata meglio Hillary, per spingerci a osare? No. Hillary era troppo interna al gioco, non veniva "da fuori". Non rompeva gli schemi. E’ "il negro" ch è in noi, che deve vincere. La nostra diversità. Il mondo ha bisogno di altri punti di vista, altre culture, sensibilità diverse, altri stili, altre storie. Abbiamo toccato il fondo. Da oggi si comincia a risalire. E noi, che siamo diverse, dobbiamo prenderci, finalmente, le nostre responsabilità. (www.lidiaravera.it)
Zorro l’Unità, 9 novembre 2008 L’agenzia Ansa-Stefani, previo nullaosta del Minculpop, comunica: “Circa 20 minuti di colloquio, in un clima sereno e di grande cordialità, incentrato sul G8 e la crisi finanziaria. Berlusconi e Obama, alle 22.10 in punto ora italiana, affrontano di petto i principali temi sul tappeto...Il premier italiano abbassa la cornetta decisamente ‘soddisfatto’ per la conversazione col presidente Usa, traendone ottima impressione”. Ma riservandosi di constatarne di persona l’abbronzatura naturale. “È stato Obama a chiamare il Cavaliere tramite il centralino di Palazzo Chigi che l’ha messo in contatto con la residenza di Arcore... La conversazione è iniziata con l’ausilio degli interpreti, ma in diversi passaggi i due leader han parlato, senza mediazioni, in inglese”. Il che spiega la soddisfazione di Berlusconi che, non parlando una parola d’inglese, non capiva un’acca di quel che gli diceva Obama, il quale a sua volta non capiva una mazza di quanto tentava di dirgli Berlusconi a proposito dell’abbronzatura della sua signora e delle figlie, ottime per la coltivazione intensiva del cotone. “Le polemiche italiane non han mai fatto capolino nel colloquio”: o, se vi han fatto capolino, il premier italiano non se n’è accorto. “I due presidenti sono riusciti a contattarsi solo la sera a causa dei reciproci impegni”: l’americano stava parlando con i 75 capi dei governi che contano, l’italiano stava mandando affanculo chi l’aveva criticato. “La telefonata si è conclusa con i complimenti di Berlusconi a Obama per l’elezione”. E soprattutto perché, malgrado sia negro, pare addirittura dotato di cervello. www.voglioscendere.it 4.11.2008 | Società civile QUATTRO NOVEMBRE Note del generale Luigi Cadorna: “Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice [...]. "Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini”. "Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi". "Chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia freddato da quello dell’ufficiale". Lettere dal fronte* *"Vi sono truppe allo scoperto, sotto il tiro del cannone nemico, con 15° sotto zero, e si vuole che avanzino. Muoiono gelati a centinaia e ciò è ignorato dal paese. Gli ufficiali più arditi hanno crisi di pianto di fronte alla vanità degli sforzi, davanti all’impossibile. Sull’Isonzo si muore a torrenti umani e nulla finora si è raggiunto." Lettera di un generale dissidente a Giolitti, 1915 "Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione. Se avessi per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei" . (B.N. anni 25, soldato; condannato a 4 anni di reclusione per lettera denigratoria,1916) "Sono ritornato dalla più dura prova che abbia mai sopportato: quattro giorni e quattro notti, 96 ore, le ultime due immerso nel fango ghiacciato, sotto un terribile bombardamento, senza altro riparo che la strettezza della trincea, che sembrava persino troppo ampia. I tedeschi non attaccavano, naturalmente, sarebbe stato troppo stupido. Era molto più conveniente effettuare una bella esercitazione a fuoco su di noi; risultato: sono arrivato là con 175 uomini, sono ritornato con 34, parecchi quasi impazziti". Dal fronte occidentale, 1916 "Ma ancora un fatto le voglio raccontare: un giorno ci hanno messo tutti in riga perché hanno detto che ci facevano la decimazione, per via che molti erano disfattisti... "Soldati - ha gridato il colonnello 1/12/915: ...Fino che eravamo al masatorio in prima linea, in rischio di farci macelare ogni minuto, ci trattavano (i superiori) un po’ meglio, perché avevano paura di noi e quando si fa per avanzare gridavano avanti, avanti altrimenti vi sparo...
In occasione della Giornata della Libertà, che ricorrerà domenica 9 novembre (giorno dell’anniversario della caduta del muro di Berlino) e che ricorda tutte le battaglie passate e presenti per la liberazione di popoli e paesi oppressi, l’Amministrazione del Comune di Bergamo ha scelto di onorare questa data presentando a Palazzo Frisoni la mostra fotografica di Livio Senigalliesi, promossa dal Premio Ilaria Alpi, intitolata "Dispacci dal fronte". La rassegna fotografica resterà aperta al pubblico fino a sabato 22 novembre e sarà visitabile dal lunedi al sabato dalle ore 8 alle ore 20. "Dispacci dal fronte" è un percorso di foto che racconta il non senso della guerra: la sofferenza, la dignità delle vittime, la voglia di vivere e di ricostruire. Dall’Afghanistan alla Cecenia, dal Kosovo a Gaza, passando dal Vietnam fino ad arrivare al Ruanda e al Congo (la cui situazione si è aggravata in maniera drammatica proprio negli ultimi giorni). Con le sue fotografie Senigalliesi ha catturato le conseguenze delle guerre così come esse sono nella loro disarmante e tragica durezza. Il punto di vista è quello della popolazione civile, vittima di guerre delle quali molto spesso non capiscono le cause. www.ilariaalpi.it 30.10.2008 | Società civile Peccato capitale Di seguito un articolo di Naomi Klein uscito sull’Espresso di questa settimana... Peccato capitale Lo danno per morto. Ma è un trucco. Il mercato risorgerà più forte di prima. E tutti pagheremo per le sue colpe. A meno che non si eserciti una forte pressione sulla politica. Tornando nelle piazze. Qualunque cosa stiano a significare gli eventi accaduti in queste settimane, nessuno dovrebbe credere alle dichiarazioni esagerate che vedono nella crisi dei mercati la morte dell’ideologia del libero mercato. L’ideologia del libero mercato ha sempre servito gli interessi del capitale e la sua presenza ha moti alterni secondo la sua utilità verso tali interessi. Durante i periodi di boom economico è utile predicare il laissez faire, poiché un governo assente dà modo alle bolle speculative di gonfiarsi, facendo lievitare i prezzi. Quando tali bolle esplodono, l’ideologia diviene un ostacolo, o addirittura un impedimento, e viene messa da parte mentre i grandi governi corrono ai ripari. Il resto è garantito: l’ideologia tornerà a ruggire più forte di prima una volta terminate le operazioni di salvataggio finanziario. I massicci debiti che il settore pubblico sta accumulando per salvare finanziariamente gli speculatori diventeranno allora parte di una crisi di budget globale che comporterà una razionalizzazione nonché un taglio dei programmi sociali, insomma una rinnovata spinta a privatizzare ciò che resta del settore pubblico. Ci verrà anche detto che le nostre speranze per un futuro verde sono, purtroppo, troppo costose. Ciò che non sappiamo è come il settore pubblico risponderà. Consideriamo che in Nord America tutti coloro che hanno meno di 40 anni sono cresciuti con la consapevolezza che il governo non può intervenire nella propria vita, che il governo è il problema e non la soluzione, che il laissez faire è l’unica e la sola opzione. Ora, improvvisamente ci troviamo di fronte a un governo estremamente attivo e fortemente interventista, apparentemente pronto a fare qualunque cosa sia necessaria per salvare gli investitori da loro stessi. Di fronte a questo scenario una domanda sorge spontanea: se lo Stato può intervenire per salvare le società di capitali che corrono incauti rischi nei mercati immobiliari, perché non può intervenire per evitare che a milioni di americani sia tolto il diritto di cancellare un’ipoteca? Allo stesso modo, se 85 miliardi di dollari possono essere messi subito a disposizione per comprare il gigante assicurativo Aig, perché il sistema sanitario per tutti, che proteggerebbe gli americani dalle pratiche predatorie delle società di assicurazione sanitaria, viene fatto apparire come un sogno irraggiungibile? E se altre società di capitali necessitano di fondi dei contribuenti per rimanere a galla, perché i contribuenti non possono fare richieste in cambio, ad esempio tetti sugli stipendi dei manager e una garanzia contro la perdita del posto di lavoro? Ora che è chiaro che il governo può agire in tempi di crisi, sarà molto difficile in futuro per il governo sostenere la propria impotenza. Un altro possibile cambiamento ha a che fare con le aspettative del mercato di future privatizzazioni. Per anni, le banche che si occupano di investimenti a livello globale hanno esercitato pressioni sui politici per due nuovi mercati: uno che deriverebbe dalla privatizzazione delle pensioni pubbliche e l’altro che scaturirebbe da una nuova ondata di privatizzazioni dei sistemi idrico e stradale. Entrambi questi sogni sono diventati piuttosto difficili da vendere: gli americani non sono in vena di affidare i propri beni patrimoniali, individuali e collettivi, agli speculatori sconsiderati di Wall Street, specialmente perché è alquanto probabile che i contribuenti dovranno ricomprare i propri beni quando esploderà la prossima bolla finanziaria. Con il fallimento dei negoziati del Wto (World Trade Organization), questa crisi potrebbe anche funzionare da catalizzatore per un approccio radicalmente alternativo alla regolamentazione dei mercati mondiali e dei sistemi finanziari. Gia stiamo assistendo a un movimento verso la ’sovranità alimentare’ nei paesi in via di sviluppo, piuttosto che lasciare l’accesso al cibo ai capricci dei commercianti all’ingrosso. Forse i tempi sono maturi per idee quali il taxing trading, che rallenterebbe gli investimenti speculativi e altri controlli di capitali a livello globale. E ora che la nazionalizzazione non è più una parolaccia, le compagnie petrolifere dovranno fare attenzione: qualcuno deve pagare per il cambiamento verso un futuro più sostenibile e ha senso ancor più per il volume di fondi provenienti da un settore altamente proficuo che è il maggior responsabile della nostra crisi ambientale e climatica. Ha certamente più senso che creare un’altra pericolosa bolla finanziaria nel commercio del carbone. Tuttavia la crisi cui stiamo assistendo esige cambiamenti persino più profondi. A questi mutui spazzatura è stato permesso di proliferare non solo perché i moderatori-correttori non ne comprendevano i rischi, ma anche perché abbiamo un sistema economico che misura il nostro benessere collettivo basandosi esclusivamente sulla crescita del Pil. Così, finché i mutui spazzatura foraggiavano la crescita economica, i nostri governi li sostenevano attivamente. Quindi ciò che veramente viene chiamato in causa dalla crisi è l’indiscussa dedizione alla crescita a tutti i costi. Dove questa crisi dovrebbe condurci è verso un modo radicalmente diverso per la nostra società di misurare il benessere e il progresso. Niente di tutto questo, comunque, accadrà a meno di un’enorme pressione dell’opinione pubblica sulla classe politica in questo periodo chiave. E non una lieve pressione politica, bensì un ritorno alle piazze e all’azione diretta che negli anni Trenta inaugurò il New Deal. Senza questa pressione, ci saranno solo cambiamenti superficiale e un ritorno, il prima possibile, al business di sempre. 21.10.2008 | Società civile PASSAPAROLA Testo dell’intervento: "Buongiorno a tutti. Molti sul blog di Beppe e sul mio, voglioscendere.it, mi hanno chiesto di parlare della mia condanna per diffamazione nei confronti di Cesare Previti, in primo grado. Non intendo farlo perché non intendo usare questo spazio per ragioni mie. Penso che per difendersi dai processi bisogna andare nei processi e se una sentenza non la si condivide la si deve appellare. La sentenza non c’è nemmeno ancora, non è stata depositata, lo sarà fra sessanta giorni. Ci sarà modo di leggerla e di capire che cosa abbia trovato di diffamatorio questa giudice in un mio articolo disponibile sul mio blog perché chi vuole si faccia un’idea. Volevo invece partire da questo caso, o non caso a seconda, perché una persona che frequenta il blog voglioscendere.it mi ha mandato una mail riportandomi il messaggio che ha spedito al direttore del TG1, Gianni Riotta, in cui esprimeva stupore per il fatto che il TG1, che non da manco le notizie delle condanne a ministri, agli imprenditori, ai parlamentari, avesse trovato il tempo per dare la notizia della condanna a me che sono un privato giornalista. Oltretutto non solo era una condanna per diffamazione, non per aver rubato, ma era anche una condanna in primo grado e il TG1 ovviamente non l’ha detto per cui, per esempio, alcuni miei parenti si sono spaventati pensando che dovessi immediatamente andare in carcere per otto mesi. Dice questo ragazzo, Andrea, a Riotta: "Almeno Travaglio il coraggio di parlare e scrivere di Previti & c. ce l’ha e non è servo di nessuno. Inoltre, piccolo particolare, la condanna è in primo grado anche se questo il TG1 l’ha dimenticato. Il TG1, telegiornale del servizio pubblico, e non partitico, ha dimostrato una volta di più il suo vero volto al servizio dei soliti noti. Loro non molleranno mai, noi neppure. Distinti Saluti, Andrea D’Ambra." Questa è la risposta che gli da Riotta: "Caro D’Ambra, abbiamo dato una notizia come sempre facciamo. Capisco che per lei è una brutta notizia ma, se le stesse a cuore il mio pensiero, sappia che io sono contrario a qualsiasi condanna per diffamazione, sempre. Preferiva non dessimo la notizia? Si chiama censura ed è qualcosa che in Italia è frequente. GR." E’ talmente frequente che lui se ne intende parecchio, di censura, visto che censura tonnellate di notizie ogni giorno. Ecco, naturalmente il fatto di essere contrario alle condanne per diffamazione sempre è una pura follia: i giornalisti che diffamano devono essere condannati per diffamazione! Poi uno deve decidere se sia più saggia la pena pecuniaria, detentiva, l’obbligo di rettificare. Ma non è che noi possiamo vivere con la licenza di uccidere senza che veniamo minimamente sanzionati, altrimenti ci sarebbero diffamatori professionali che continuerebbero senza più nemmeno la paura di essere puniti. Per carità, lungi da me chiedere l’abolizione del reato di diffamazione: semmai bisognerebbe tipizzarlo meglio e stabilire che quando uno racconta un fatto vero non si scappa. Le parole che ha usato, il contesto in cui l’ha raccontato non contano, conta solo il fatto vero. E quando esprime una propria opinione, anche per dire che il presidente degli Stati Uniti è un cretino, può dirlo, se lo motiva. Infatti, negli Stati Uniti, si può dire che il presidente è un cretino. Il regista Michael Moore ha pubblicato un libro, che in Italia è edito dalla Mondadori, che si intitola "Stupid white man" e si riferisce all’attuale presidente degli Stati Uniti Bush, al quale viene dato del coglione. E non è successo niente. Con queste precisazioni, se uno pubblica un fatto falso e si rifiuta di rettificarlo sul giornale, allora certo che deve essere sanzionato per diffamazione. Ma il ragazzo gli risponde ancora: "Caro Riotta, per me la brutta notizia è che sono costretto a vederla quotidianamente, con i dieci minuti e passa di sfilati di politici a cui non viene fatta nessuna domanda ma a cui si lascia lo schermo e il microfono. Nessuna critica, nessuna informazione data ai telespettatori. A che serve il giornalista? A che serve chiamarlo telegiornale? Basterebbe "spazio autogestito" - dai partiti ovviamente. Nonostante la mia giovane età, fortunatamente ho avuto l’occasione di visitare qualche Paese estero e devo dire che in nessuno ho visto un telegiornale pubblico che faccia ciò che purtroppo accade nel nostro, perché è di tutti e non dei partiti. Sinceramente non riesco a ricordare di aver mai visto una notizia al TG1 come quella della condanna di Travaglio, quando questa riguarda ministri, parlamentari, banchieri o imprenditori. Ne ricordo informazioni sulle prescrizioni di Berlusconi e Andreotti che anzi voi avete sempre scambiato per assoluzioni. La censura lei deve conoscerla bene, se mi dice che in Italia è frequente. Perché bisogna passare da un opposto all’altro, censurare o fare cattiva informazione? Era così dura specificare che si trattava di una sentenza di primo grado? Ci avete bombardato di notizie e interviste sull’inquisito presidente della regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, lo avete dipinto come un martire - probabilmente lo sarà. Del Turco è la dimostrazione che quando riguarda altri il TG1 da la parola all’imputato, invece con Travaglio, guarda caso, così non è stato. Ha ragione Travaglio a dire che ora, se foste coerenti, dovreste fornire tutti i nomi dei giornalisti del TG1 condannati negli ultimi anni in primo, secondo ed eventualmente terzo grado. Ci sarà da divertirsi." Io penso che sia giusto chiedere ciò al TG1, non perché ha dato la notizia della mia condanna ma perché ha dato notizia solo della mia! Io spesso sono costretto a spiegare che tutti i giornalisti che fanno cronaca giudiziaria vengono querelati, ormai, dalle persone appena le nominano! Previti è uno che querela anche quando viene semplicemente nominato: in quell’articolo per il quale sono stato condannato era mezza riga! Querela quando lo nomini, quindi i giornalisti che fanno la giudiziaria hanno, di solito, centinaia di cause fra penali e civili per diffamazione. Se uno fa la pesca a strascico è chiaro che alla fine qualche giudice che, magari sbagliando, gli da ragione lo trova. Allora o si danno tutte le notizie o non se ne da nessuna, non mi ricordo che il TG1 abbia dato notizia delle condanne di altri. Non ricordo nemmeno che abbia raccontato che Bruno Vespa abbia perso la causa in primo grado con Roberto Zaccaria, ex presidente della Rai, per avere inventato un complotto nella campagna elettorale del 2001 e aver raccontato che c’erano state riunioni fra politici e l’ex presidente della Rai per fare in modo che Satyricon invitando me e Santoro parlando di Dell’Utri e della mafia facessero uno sgarbo al Cav. Berlusconi. Era tutto inventato, i testimoni citati hanno smentito, era una bufala di Vespa, una delle tante. Vespa ha perso la causa, è soccombente in primo grado in quella causa: non ricordo che il TG1 ne abbia dato notizia. Eppure Bruno Vespa credo sia molto più famoso di me che faccio cinque minuti a settimana ad Annozero mentre Vespa due ore al giorno. Chiusa parentesi per dire cos’è il giornalismo. Se andate sul canale di Raisat Extra, o su Dagospia, trovate la trascrizione dell’intervista che David Letterman ha fatto a John McCain. Voi sapete che due settimane fa McCain ha disertato, con una scusa poi rivelatasi falsa, l’intervista al Letterman Show e David Letterman l’aveva sputtanato pubblicamente dandogli del bugiardo. Da noi cosa sarebbe successo? Da noi un McCain italiano avrebbe querelato e fatto causa civile chiedendo milioni di dollari al giornalista cattivo. In America, dove hanno tanti difetti ma la democrazia funziona, McCain si è presentato da Letterman. E’ un gesto che indica di per se stesso il fatto che McCain ha capito di avere sbagliato e per recuperare consensi davanti al pubblico trasversale che vede Letterman ha dovuto andarci e sottoporsi a domande del tipo: "Che rapporti aveva col suo finanziatore Liddy, uno che era finito in galera?" Seconda domanda: "La Palin potrebbe essere Presidente? - il vice presidente prende il posto del presidente quando questo sta poco bene - Governa uno Stato con 24.000 impiegati". E avanti di questo passo, tra prese per il culo e domande serie addirittura sui finanziatori che sono finiti in galera. Pensate a un David Letterman Show in una campagna elettorale italiana. Sarebbe un po’ come avere Grillo che fa Porta a Porta. Sarebbe un po’ come un Annozero in cui Santoro può intervistare i leader perché magari ci vanno, invece ad Annozero, come avete visto, almeno fin’ora i leader non si avvicinano, avendo la possibilità di avere Vespa che le domande non gliele fa. Oppure che gli prepara dei compitini, delle pietanzine o dei vestitini "cuciti addosso" come disse in una famosa intercettazione*. Ecco, forse anche Riotta che se la tira da "Ammerigano" del Kansas City, come direbbe Alberto Sordi, potrebbe dare un’occhiata. Letterman, oltretutto, è un intrattenitore non un giornalista. Insomma, probabilmente le condanne dei politici Letterman le darebbe invece di occuparsi di quelle provvisorie dei giornalisti, anzi di un giornalista, e basta. Vi segnalo due o tre notizie che naturalmente non troverete mai al TG1. Una l’ha data ieri anche il blog di Grillo: il sequestro dell’area destinata all’inceneritore Marcegaglia, in Puglia, con indagini che vedono indagato anche un funzionario della Regione per il settore ambiente. Il gruppo Marcegaglia, importante sia di per se perché è un colosso della siderurgia sia perché la figlia del fondatore è presidente della Confindustria, è spesso protagonista di notizie di tipo giudiziario in questo periodo. Muoiono operai nei cantieri Marcegaglia e il TG1 non dice una parola. Steno Marcegaglia viene condannato insieme a Colaninno e Geronzi - quattro anni ha avuto - per il crack Italcase Bagaglino e il TG1 naturalmente non da la notizia. Il gruppo Marcegaglia patteggia per corruzione come azienda e tramite il suo rappresentante che è il figlio di Steno e fratello della signora Emma Marcegaglia per corruzione, tangenti in cambio di appalti dall’EniPower. Silenzio del TG1. E adesso il sequestro del cantiere. Ma andiamo avanti. Abbiamo una splendida notizia da Milano. Marcello Dell’Utri dichiara: "A parte i suoi errori, Mussolini non era quel greve individuo che hanno cercato di lasciarci come immagine dopo la guerra. Il Duce era un uomo che aveva molte qualità e dai diari emerge l’aspetto umano, la sua cultura, la sua capacità politica e di statista in maniera prepotente." Siamo in tempo di riabilitazione quindi quando uno dice "a parte gli errori"... e certo, se uno mette da parte tutti gli errori diventiamo tutti santi! Il bello non è tanto la riabilitazione di Mussolini che purtroppo non è un’esclusiva di Dell’Utri, abbiamo sentito anche Berlusconi, Alemanno, in passato Fini. Il bello è che viene fatta sulla base dei cosiddetti diari di Mussolini che ogni tanto Dell’Ultri presenta alla stampa nella speranza che questa si sia dimenticata che sono falsi! Dell’Utri ha investito non so quanti soldi nell’acquisto dei cosiddetti diari di Mussolini che tutti gli storici hanno già stabilito essere un falso grossolano. Lui continua a presentarli alla stampa dicendo "Vedeste che aspetti umani vengono fuori". Sì, ma sono aspetti umani del falsario, non di Mussolini! Quando vedete in televisione parlare di Dell’Utri di solito se ne parla nella sua veste o di politico o di bibliofilo. La domanda è come possa essere bibliofilo uno che non riesce a distinguere dei diari veri dai falsi che tra l’altro tutti i giornali d’Europa hanno definito falsi. Un’altra notizia che credo sia sfuggita al TG1, e che meriterebbe forse approfondimenti, è la decisione dell’AGCOM - Autorità per la garanzia nelle comunicazioni, cosiddetta Authority: quando vogliono fregare la gente usano un termine in inglese così glielo mettono in quel posto all’inglese - e del governo Berlusconi. Insieme hanno deciso finalmente di dare una frequenza a Europa7 che aspetta dal 1999 di poter accendere le trasmissioni, dopo aver avuto la concessione. Era ovvio che tutti si aspettassero che le frequenze venissero tolte a chi non ne ha più diritto. Voi sapete che per la Corte Costituzionale Rete4 deve andare su satellite e che per il bando di gara del 1999 Rete4 ha perso la concessione a trasmettere. Se trasmette è perché i governi le hanno continuamente concesso proroghe per fare una cosa che non potrebbe più fare. Abbiamo un occupante abusivo di frequenze pubbliche che si chiama Mediaset, abbiamo un imprenditore che a quelle frequenze ha diritto da nove anni, abbiamo il Consiglio di Stato e la Corte Europea di Lussemburgo e la Commissione Europea che hanno stabilito che questo signore debba avere delle frequenze. Rischiamo multe altissime non solo per tutti gli anni passati ma anche per il futuro se non verranno date queste frequenze. Cosa decidono l’AGCOM e il governo Berlusconi? Che la frequenza la portiamo via a Rai1 e Rete4 continua a tenersi quelle che non potrebbe avere. Io lo trovo spettacolare: c’è un signore che ha affittato casa, la casa è occupata da un abusivo, invece di mandar via l’abusivo prendono un signore che ne ha affittata un’altra, lo sbattono fuori di casa e ci mettono quello per non disturbare l’abusivo. Io lo trovo meraviglioso. Non credo che la cosa si sia molto notata, in questi giorni, in televisione. E dire che viene portata via a Rai1 questa frequenza, quindi forse il TG1 avrebbe potuto magari farlo notare. Non dico protestare, figuriamoci protestare contro un governo così meraviglioso, però almeno farlo notare... Andiamo avanti perché le notizie che non avrete mai si accavallano. Per esempio non so se Riotta si senta chiamato in causa ma c’è il Financial Times che sostiene che in Italia Berlusconi riceve dai media, televisioni e molti giornali, "un’adulazione vicina ai livello Nordcoreani". Chissà se il giornalista corrispondente da Torino, Guy Dinmore, ha mai visto il TG1 per formarsi questa idea secondo cui Berlusconi viene trattato altrettanto bene che il presidente Kim Jong-II, il Caro Leader come lo chiamano in Korea. Vedremo se si riferiva o meno al TG1: "livelli di adulazione pari a quelli nordcoreani", questo è. Non credo sia stato mai nemmeno raccontato un altro fatto veramente significativo, che è quella cronaca dall’estero che aiuta a capire che cosa succede in Italia rispetto agli altri Paesi e quali sono gli standard di democrazia da noi rispetto alle democrazie normali. La cronaca estera, di solito, la fa quello col ciuffo dall’Inghilterra, la fanno degli strani personaggi - alcuni anche bravi - ma altri molto strani che ritengono che per il fatto di trovarsi all’estero devono fare del colore, del bozzettismo, devono essere simpatici. Parlano sempre di qualche vicenda pruriginosa nelle corti reali europee, pettegolezzi, gossip. La cronaca estera è diventata gossip. Purtroppo all’estero succedono anche cose serie, tutt’altro che gossippare. Per esempio: Mandelson, il re dell’alluminio e il superyacth. Nuovo scandalo per l’ex commissario europeo. "Il politico laburista, appena richiamato al governo dal premier Brown, rischia di doversi dimettere per la terza volta". Che cosa avrà fatto questo collaboratore di Blair, ministro del business? L’ha combinata veramente grossa, tant’è che ci sono delle scommesse su di lui che danno dieci a uno l’addio prematuro. E’ stato per quattro anni commissario al commercio dell’Unione Europea e adesso è arrivata su di lui un’indiscrezione poco edificante. Lui ha passato l’estate a Corfù nella villa di Roschild, e fin qui niente di male. "Ma una bella sera al molo della villa ha attraccato il Queen K, superyacht di proprietà dell’oligarca russo Oleg Deripaska, in arte ’Re dell’alluminio’." Che cosa ha fatto l’incauto ministro di Gordon Brown? E’ salito su quello Yacht per qualche ora. Secondo alcuni per un drink, secondo altri addirittura per cena e per passarci una notte. Ha accettato l’ospitalità per una notte sullo yacht di un oligarca russo. Adesso si domandano se si debba dimettere da ministro. Io credo che noi faremmo la firma se i nostri ministri si limitassero ad accettare un passaggio o un drink sullo yacht di un oligarca, anche perché l’oligarca numero uno ne ha parecchi di yacht oltre che di ville, e nessuno gli ha mai chiesto niente. Altro dall’estero: Sarah Palin. Sarah Palin ha perso punti, oltre a quelli che aveva perso per le ignorantate che fa ogni volta che apre bocca, perché si è scoperto che in Alaska, dove è governatrice, c’è un’indagine da parte del Congresso Americano, che riguarda il licenziamento del capo della Polizia dello Stato dell’Alaska, Walter Monagan. Perché è stato licenziato da Sarah Palin, il capo della Polizia? Perché non avrebbe avuto l’astuzia di esaudire un desiderio della Palin, anzi andò contro i voleri della Palin. Cosa fece? Danneggiò un parente della Palin, quindi per ragioni di parentela - c’è scritto sul Corriere - secondo il capo degli investigatori, ci sono prove sufficienti per dimostrare che Sarah Palin e suo marito Todd cercarono una vendetta personale contro un agente protagonista di un divorzio astioso dalla sorella del governatore. E’ evidente che Todd Palin abbia abusivamente usato l’ufficio e lo staff della moglie senza che lei obiettasse. C’è un poliziotto che divorzia dalla sorella della Palin, la Palin chiede al capo della Polizia di punirlo, lui non lo fa e lei lo trasferisce. Una storia che ricorda vagamente una vicenda rosa che è finita sui giornali - non sul TG1 naturalmente per carità: il TG1 da le notizie mica gli scandali. Qualche mese fa si scoprì che una valletta della Rai era diventata molto amica, diciamo così, del nostro Presidente del Consiglio. Nel frattempo si era separata dal marito col quale però aveva dei rapporti anche perché avevano un figlio piccolo. A un certo punto, per tenerlo buono, la ragazza sarebbe intervenuta per fare in modo che il marito venisse promosso. Il marito lavorava ai servizi segreti, credo al Sisde, e ottenne delle gran belle promozioni grazie a questa simpatica amicizia col nostro Presidente del Consiglio. Sennonché i due litigarono, diciamo che le trattative per chi dovesse tenere il figlio e cose del genere andarono a ramengo, i due non si parlavano più e, guarda caso, il marito fu degradato e spedito a un incarico dove guadagnava un terzo di quello che guadagnava prima. Allora lui scrisse una lettera dicendo che se avesse parlato lui avrebbe potuto rovinare il nostro attuale Presidente del Consiglio proprio in campagna elettorale, e, guarda caso, recuperò le posizioni perdute e fu riportato in auge con una decisione che qualcuno attribuisce addirittura al nostro attuale Presidente del Consiglio. Poi l’Espresso scoprì che c’era pronto a Palazzo Chigi un decreto per nominare questa graziosa signorina portavoce del governo e del Presidente del Consiglio. Anche lì si sarebbe potuto parlare di abuso di potere, se qualcuno avesse parlato della faccenda, invece per fortuna il TG1 ha cose più interessanti. Dalla Norvegia intanto giunge notizia che c’è una deputata che telefonava alle maghe e che quindi non verrà più ricandidata alle europee. Una parlamentare laburista. Dall’Inghilterra giunge notizia che il Parlamento inglese ha respinto la legge anti terrorismo presentata da Brown. Noi ci domandiamo come sia possibile che il Parlamento respinga una legge fatta dal governo che ha la stessa maggioranza che c’è in Parlamento. Dove funziona la democrazia il Parlamento è autonomo e controlla il governo fermando qualche abuso, ogni tanto, com’è capitato anche con la prima versione del decreto salvabanche di Bush e del suo ministro. Ma vorrei concludere con una notizia che induce veramente all’ottimismo, anzi due. Vengono dalla Campania, regione più che mai martoriata. Cosa succede? Una è il ritorno di Pomicino. Pomicino, che era rimasto fuori dal giro per pochi mesi, non di più. Pomicino è l’ex ministro del bilancio della Prima Repubblica, noto per l’allegria nella gestione del bilancio pubblico negli anni in cui il debito pubblico schizzò alle stelle. Non era solo colpa sua ma anche colpa sua visto che tra commissione bilancio e ministero del bilancio ha messo le mani sui nostri soldi per molti anni. Oltre a essere stato condannato per corruzione e finanziamento illecito ma questi sono dettagli. Insomma, è stato nominato al Controllo strategico della pubblica amministrazione. Chi l’ha nominato? Il ministro Rotondi. Comitato scientifico di Palazzo Chigi per il controllo strategico della Pubblica Amministrazione. Abbiamo l’esperto in buchi che va a fare il controllo strategico. E’ una cosa meravigliosa: sono notizie che portano un grande ottimismo per il risparmio che avremo grazie a Pomicino. Ce lo fa pensare, almeno. Chissà com’è contento Brunetta che ai tempi del debito pubblico era uno dei consiglieri di Craxi, dava una mano anche lui a scavare il buco mentre oggi da una mano a riempirlo sempre con i nostri soldi. L’altra notizia con cui vi lascio è questa: cito dal Mattino, sono esattamente nove righe, una microbrevina tipo "fuggito barboncino, ricca ricompensa a chi lo ritrovasse". "A volte ritornano, o forse non se ne sono mai andati. Eccone uno, Carlo Camilleri, il consuocero di Clemente Mastella è stato eletto presidente di Confidi di Benevento, per il prossimo triennio. L’ingegnere è titolare di un importante studio di progettazione. Camilleri nello scorso gennaio fu coinvolto nell’inchiesta giudiziaria che sfociò negli arresti" suoi ma anche della consuocera, cioè la moglie di Mastella, l’inchiesta di Santa Maria Capua Vetere. Lui fu arrestato prima in carcere poi ai domiciliari per: associazione a delinquere, falso materiale e ideologico commesso da pubblico ufficiale, corruzione, turbata libertà degli incanti, truffa, rivelazione di segreti d’ufficio, concussione. Insomma, una bella serie di reati. "Camilleri è stato eletto all’unanimità dall’assemblea dei Soci insieme al Consiglio di Amministrazione". Qualcuno di voi dirà: "ma cosa diavolo è questa Confidi". Il nome è molto bello... Confidi, sa di fiducia, di confidare. Cos’è? Spettacolare: è l’organismo promosso dall’unione industriali di Benevento e significa "Consorzio di garanzia collettiva fidi", con lo scopo di facilitare l’accesso al credito bancario attraverso la concessione di garanzie collettive a condizioni particolarmente vantaggiose e trasparenti. Basato su principi di mutualità e senza scopi di lucro, Confidi si rivolge alle piccole e medie imprese attraverso specifiche convenzioni bancarie ecc... L’obiettivo è quello di creare un sistema di garanzia sempre più accreditato e riconosciuto per elevare al massimo le capacità di accesso al credito delle imprese socie. E’ un garante dei prestiti alle imprese. Pensate, uno che è reduce dalla custodia cautelare per sei o sette reati fra cui associazione a delinquere, concussione, truffa e turbativa d’asta. Io lo trovo meraviglio quindi mi auguro che anche voi abbiate seguito questo mio percorso verso un grande ottimismo e fiducia finale. E ovviamente mi auguro che facciate circolare queste notizie perché purtroppo il TG1 non le ha date. "Passate parola." MARCO TRAVAGLIO www.beppegrillo.it 3.10.2008 | Società civile Un salvaslip per l’Europa Un salvaslip per l’Europa Roberto Brunelli Segnatevi questo nome: Britt Svensson. No, non è una top model nordica. Né quell’attrice topolona ex moglie di una celebre rockstar. No, non è l’animatrice di un sito pruriginoso sesso libero. Niente di tutto ciò. La signora Svensson è un’eurodeputata del gruppo delle sinistre unite, ed è la principale promotrice di un’iniziativa - adottata dal Parlamento di Strasburgo - contro le discriminazioni sessiste nella pubblicità televisiva. In teoria, se il rapporto - già approvato a maggioranza (504 sì, 110 no, 22 astensioni) - venisse adottato dalla Commissione europea e di conseguenza tramutato in una direttiva cui i 27 Stati membri dovranno successivamente adeguarsi, per la televisione italiana sarebbe una specie di tsunami, una catastrofe, uno choc, un terremoto, un’apocalisse. Perché il “rapporto Svensson” chiede nientemeno che il divieto o se non altro una pesante regolamentazione degli spot a sfondo sessista: il che significa praticamente di tutti gli spot che vengono prodotti e irradiati in Italia. Donne in cucina che dicono sempre di sì, maschi volitivi a cui è impossibile dire di no, veline, letterine, bucato perfetto & famiglia splendida, donne fatali, salvaslip e mamme premurose, amanti perfette, lingerie vertiginosa, giù giù fino ai seni prorompenti accomunati ad un notitissimo formaggio morbido e virago in pelle nera alle prese con meravigliose colle attacca-tutto. Il punto vero tuttavia è che - ovviamente - la pubblicità è il perno intorno al quale ruota tutto il sistema di valori televisivo. E allora peschiamo a caso qualche programma di punta del nostro sventurato presente tv: che so, “Il ballo delle debuttanti”, variante ultra-sciovinista degli “Amici” della De Filippi, dove ragazze variamente assortite gareggiano tra loro - non senza sottoporsi al contempo ad un continuo dileggio - per assurgere alla vetta universale dello stereotipo anti-femminista, ossia la principessa che deve conquistare il suo principe azzurro. Oppure, prendiamo qualche frammento dall’”Isola dei famosi” dove il tema principale in questi giorni è il sedere della modella brasiliana Belen Rodriguez, ripreso dalle telecamere naufraghe dalle angolature più sorprendenti. Notevole lo sforzo produttivo di “Veline”, che per settimane e settimane e settimane ha messo in fila centinaia di ragazze sgambettanti per sottoporle a varie prove di umiliante demenzialità arrivando sinanche a sconfiggere nella classifica sado-maso del paese l’eterna gara “della più bella del reame”, ossia Miss Italia. In palio, lì e là, la remota possibilità di continuare a sgambettare scosciata di fronte a milioni di spettatori nella speranza che un calciatore in disarmo o un bancarottiere ti noti e ti sposi avvolta nello stesso kitsch ultraclassista del “Treno dei desideri”, indimenticato programma serale della Antonella Clerici. E non vogliamo parlare per l’ennesima volta delle mitiche “meteorine” di Emilio Fede, inchiodate dalla televisione ad un eterno fermo-immagine di adolescenti de-cerebrizzate, mentre è ancora fresco nelle menti degli italiani il ricordo di raffinati prodotti culturali quali “La pupa e il secchione” e “Un, due, tre: stalla”, dove il massimo era obbligare una sventola scosciata ad avanzare nello sterco animale o a infilare mani e braccia in un catino di vermi. Non ci vuole un grande sociologo per capire che da “Uomini e donne” all’ultimo dei telegiornali la tv italiana si sia trasformata in una specie di riproduttore di stereotipi antifemminili al cubo. Avrà il suo da fare, il Parlamento europeo. Perché quello italiano è un sistema di valori che secondo taluni è giunto fin nei meandri del Parlamento, che ha permeato il paese in profondità. Immaginiamo le reazioni sdegnate di tanta parte delle forze politiche, allorché il rapporto dovesse essere tradotto in una direttiva cogente. Accusa minima: un attacco alla libertà d’espressione e alla libertà d’impresa, mosso da quel covo di comunisti che evidentemente è diventata l’assise di Strasburgo. Ebbene sì, signora Svensson, si è scelta un lavoro durissimo. Tanti auguri. rbrunelli@unita.it 13.09.2008 | Società civile OLANDA, PAGATI PER LASCIARE L’AUTO A CASA OLANDA, PAGATI PER LASCIARE L’AUTO A CASA BRUXELLES - Per vincere la battaglia lanciata da anni contro l’incubo di un traffico sempre più congestionato, le autorità olandesi ne hanno provate tante, ma senza ottenere finora grandi risultati. Perché non tentare allora offrendo denaro e altri ’benefit’ a chi decide di lasciare l’auto a casa nelle ore di punta? L’esperimento ha preso il via in questi giorni nell’Olanda meridionale grazie a 800 volontari che normalmente utilizzano le loro autovetture per recarsi al lavoro nel tratto dell’autostrada A12 che collega la città di Gouda, famosa per l’omonimo formaggio, e l’Aja. Un tratto relativamente facile da controllare e tra i più trafficati del paese dove quasi regolarmente, nelle ore di punta, si creano rallentamenti e ingorghi. Grazie alla collaborazione instaurata per l’occasione tra pubblica amministrazione, università, aziende di trasporti e datori di lavoro, chi lascia l’auto a casa nelle ore di punta guadagna quattro euro per ogni viaggio effettuato con mezzi alternativi, può usufruire di sconti sui biglietti ferroviari e beneficiare di orari più flessibili sul lavoro. Le ricompense vengono erogate su un ’portafoglio mobile’ alimentato attraverso l’invio sui telefonini di Sms testuali. E la buona fede degli automobilisti che lasciano l’auto a casa nelle ore di punta viene verificata grazie al sistema di videosorveglianza che controlla il tratto di autostrada interessato dall’esperimento. Per le autorità olandesi il principale obiettivo dell’iniziativa è quello di analizzare il suo impatto sui comportamenti degli automobilisti. Un esperimento analogo già condotto su un campione più piccolo ha dato come risultato il dimezzamento degli spostamenti effettuati nelle ore di punta. L’Olanda, nonostante l’immagine turistica caratterizzata dall’uso delle biciclette, è il paese europeo con la più alta densità di autostrade per chilometro quadrato e con una vettura ogni due abitanti. Nelle mattine dei giorni lavorativi il periodo di punta della congestione del traffico può durare anche quattro ore. E il ministero dei trasporti prevede che entro il 2020 gli ingorghi cresceranno del 50% rispetto ad oggi, quando già rappresentano per l’economia olandese un fardello aggiuntivo da oltre mezzo miliardo di euro. Il problema è così incombente che lo scorso dicembre il ministro degli trasporti ha annunciato l’introduzione - a partire dal 2011 e grazie a l’uso di tecnologie satellitari - di tasse di circolazione non più fisse ma calcolate sui chilometri effettivamente percorsi. fonte Ansa 9.09.2008 | Società civile L’avvocata terruncella L’avvocata terruncella di Carlo Cornaglia C’è la scuola che si aggrava? “Quando arrivi al fondo scava... Poiché non c’è fine al peggio, trovi questo nuovo aggeggio ch’è il ministro all’Istruzione.” La domanda che s’impone è: “Ma chi ce l’ha mandata questa specie di avvocata che, col crocifisso al collo, porterà la scuola al crollo, questa pedagoga trista che si mette ovunque in vista, questa piccola so tutto che a tre mesi dal debutto sa già riformar la scuola meglio d’una Calderola, questa saggia antivelina che da Rimini a Cortina, da una spiaggia ad un pendio, per finire a Radio anch’io, di parole è una cascata, a ogni motto una cazzata? Ringraziamo il giardiniere dell’esimio Cavaliere che da Brescia dove stava, in politica assai brava, l’ha portata dal premier che la fece sua lacché, della scuola specialista. Parla la pedagogista: “Da doman si cambia rotta con il voto di condotta, la civil educazione, con i tagli profusione, con i numeri in pagella e la soluzion più bella: un maestro sol per classe poiché vuote son le casse. Per chi insegna in Meridione ci sarà più formazione: gli insegnanti son scadenti e fan danni agli studenti. Ed infin, l’ultimaThule: tutti a scuola col grembiule, senza l’ombelico fuori!” Stan cercando i professori abili in Costituzione e civil educazione. Al momento ne han due soli: il ministro Calderoli e un esperto in dito medio, Bossi Umberto, ma un rimedio troveranno molto presto. Berlusconi corre lesto, nel sentire del grembiule, ad aprire un gran baule e lo svuota celermente. Poi ritorna sorridente e assomiglia ai birichini della scuola di Gelmini: ha un grembiul da muratore, con P2 proprio sul cuore. Resta ancor la formazione di chi insegna al Meridione, ma il problema non è urgente. Si è scoperto di recente che il ministro da avvocato ha l’esame superato in Calabria, in quel di Reggio, ch’è, a suo avviso, proprio il peggio. Visto questo stratagemma, si presenta un bel dilemma: o la scuola al Meridione vale come al Settentrione o la nostra Mariastella, diventata terruncella, è avvocata, ma del cazzo. Della scelta ha l’imbarazzo, poi sparisca e, rossa in faccia, per l’eternità si taccia. (7 settembre 2008) www.micromega.it
L’Ocse sbugiarda la Gelmini: ottima la scuola elementare Per fortuna che c’è l’Ocse. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo sbugiarda il maestro unico della Gelmini. La scuola elementare italiana è una delle migliori al mondo, sostiene il rapporto che rapporta i paesi del mondo. Il problema? Non la disciplina, ma i bassi stipendi degli insegnanti. L’Italia investe più della media Ocse negli alunni delle elementari ma perde poi terreno a livello di studi secondari e finisce nelle retrovie per le spese in licei e università. Alla boa dei 15 anni, gli studenti italiani si ritrovano così svantaggiati rispetto ai pari-età Ocse soprattutto nelle materie scientifiche e il loro rendimento misurato dall’indice P.i.s.a. È nettamente inferiore alle media ocse a 475 punti contro i 500 della media e i 563 dei primi della classe, i finlandesi. Sono queste alcune delle conclusioni del rapporto sulla scuola pubblicato a Parigi dall’Ocse. Secondo i dati dell’organizzazione di Parigi, l’Italia spende 6.835 dollari per ogni suo alunno del ciclo primario contro una media Ocse di 6.252 dollari. A livello secondario il vantaggio tuttavia è già annullato con una spesa per studente pari a 7.648 dollari e una media Ocse di 7.804 dollari. Ma è al terzo gradino della scala educativa, che si produce il gap: a fronte di una media Ocse di 11.512 dollari, in Italia la spesa si assesta a 8.026 dollari. Un dato questo che tuttavia deve tener conto dell’anomalia Stati Uniti dove i prezzi delle università superano ampiamente i 20.000 dollari l’anno facendo dunque salire la media Ocse. In Italia, nota l’Ocse, i prezzi sono invece calmierati dal fatto che gli stanziamenti statali a favore delle università crescono solo modestamente e al tempo stesso gli atenei pubblici non possono aumentare oltre una certa soglia le rette che fanno pagare agli studenti. Un duplice trend che rischia di risultare in uno scadimento di lungo periodo dell’istruzione universitaria. Le cifre, prosegue l’Ocse, possono inoltre essere lette in diverse maniere. L’Italia infatti spende cumulativamente per ogni suo studente tra i 6 e i 15 anni 70.126 dollari, oltre 2mila in più della media Ocse di 67.895 dollari ma se si guarda all’incidenza delle spese in istruzione rispetto al pil, l’italia appare in netto ritardo. Mentre la media delle principali economie mondiali investe il 5,8% del pil nel proprio sistema scolastico, in italia questa percentuale scende al 4,7%. E ancora: se tra il 1995 e il 2005 gli investimenti nella scuola nell’Ocse sono aumentati del 41%, in Italia l’incremento è rimasto contenuto al 12%. A livello di stipendi pagati agli insegnanti, l’Italia offre remunerazioni relativamente basse al suo corpo docente. Lo stipendio di un maestro di scuola elementare con 15 anni di esperienza si assesta attorno ai 29.287 dollari, in sesta posizione nella classifica Ocse ma con un trend che preoccupa: gli stipendi infatti crescono ogni anno meno della media Ocse. Se tra il 1996 e il 2006 gli stipendi in Italia sono cresciuti dell’11%, nei paesi Ocse l’incremento medio è stato del 15%. A sorpresa i docenti e gli istituti scolastici sembrano invece godere della fiducia dei genitori. Secondo le indagini Ocse, infatti, l’80% dei genitori degli studenti di 15 anni sono convinti che gli standard degli istituti seguiti dai figli siano buoni o molto buoni contro una media Ocse del 77%. Per quanto riguarda la formazione degli adulti, la percentuale di italiani di età compresa tra i 25 e i 34 che persegue o hanno completato studi terziari rimane ampiamente al di sotto della media euro: 17% contro il 33% Ocse. L’introduzione della laurea breve ha permesso all’Italia di raddoppiare la percentuale di quanto finiscono gli studi universitari, dal 19% al 39% contro una media Ocse del 37% ma l’Italia rimane indietro negli studi più brevi per la qualificazione professionale al lavoro. L’Italia inoltre continua ad avere il maggior numero di studenti che non terminano gli studi universitari: in Italia arriva alla laurea solo il 45% degli iscritti al primo anno contro una media Ocse del 69%. L’università italiana infine rimane una destinazione secondaria per gli studenti internazionali. Nel 2006, su un totale di 2,9 milioni di studenti stranieri che hanno scelto di trascorrere un anno di formazione all’estero, solo il 2% ha deciso di venire in Italia. A paragone il 20% è andato negli usa, il 9% in Germania e l’8% in Francia. Alla fine della lettura del pezzo sono rimasto senza parole. Repubblica di oggi in prima pagina: "Sono la donna di Frattini. Il fidanzamento diventa spot". Due sentimenti contrastanti. Il primo: e chissenefrega! L’altro: può il ministro degli esteri snobbare la riunione di emergenza di Bruxelles dedicata alla crisi in Georgia per restare in vacanza alle Maldive con la sua fidanzata? Se rispondo no passo per bacchettone se dico si mi faccio travolgere dal senso comune di questo Paese alla deriva. Non mi ci ritrovo più. Tutto è diventato spettacolo. Per "sembrare uno di noi" Berlusconi fa vedere a Gheddafi la foto di famiglia con nipotino incluso. L’immagine al primo posto. La politica non è più "cosa alta", le regole si fanno e si disfano secondo convenienza (Alitalia docet), si è inflessibili con i deboli e deboli con i forti (immigrati e animals napoletani). Si antepone l’interesse privato a quello pubblico. Che storia ministro Frattini: nessun complimento per questa pagina diventata pubblica della sua vita sentimental-politica. blog di Sandro Ruotolo 24.08.2008 | Società civile Acqua sporca riusata Manuela Cartosio Nei paesi in via di sviluppo milioni di persone abbandonano le campagne e si addensano nelle città. Per questo crescono le "fattorie urbale". Nelle città e soprattutto attorno a esse ogni palmo di terra disponibile viene messo a coltura per produrre ortaggi e cereali. Questa agricoltura di nicchia riutilizza acqua già usata ma spesso non depurata. Il fenomeno, di conseguenza, presenta vantaggi (il riciclo) e rischi (la contimanizione degli alimenti). Valuta gli uni e gli altri uno studio presentato alla Settimana mondiale dell’acqua in corso a Stoccolma. Realizzato dall’International Water Management Institute (Iwmi), lo studio è stato condotto in 53 centri urbani di America Latina, Medio Oriente, Asia e Africa. In 8 casi su 10 l’acqua già utilizza e non depurata viene largamente impiegata nelle "fattorie urbane". Un cocktail di acque reflue, provenienti dalle cucine, dai ganibetti e - dove ci sono - dalle industrie, finisce direttamente nei campi senza passare attraverso ad alcun trattamento di depurazione. E’ la classica "scelta obbligata". Altrimenti, milioni di persone non avrebbero di che nutrirsi. Il riuso, oltre a permettere la produzione di cibo in aree dove scarseggia sia il terreno che l’acqua potabile, evita ai contadini di ricorrere a costosi fertilizzanti. Le acque reflue, infatti, abbondano di nitrati e fosfati, componenti base dei fertilizzanti. Il riutilizzo, inoltre, ha una funzione ecologica. Fa diminuire la quantità di acque "nere" e "grigie" che finisce nei fiumi, il che attenua il processo d’eutrofizzazione delle acque. Per converso, sono facilmenti intuibili i rischi sanitari derivanti dall’ingestione di ortaggi e cereali irrigati con acque "nere". Rischi che aumenteranno con l’eventuale industrializzazione dei paesi poveri: allora nelle "fattorie urbane" finirà una lunga sfilza di inquinanti, compresi i micidiali metalli pesanti. La soluzione ideale, afferma il direttore dell’Iwmi Colin Chartres, sarebbe depurare le acque prima di riutilizzarle in agricoltura. Ma nei paesi poveri l’ideale non è di casa. Per loro i costi per trattare le acque reflue sono proibitivi. E così lo studio non può far altro che dispensare la banale avvertenza di lavare con acqua potabile soprattutto gli ortaggi consumati crudi. Nelle 53 città prese in esame circa 5 milioni e mezzo di persone si mantengono con l’agricoltura che riutilizza acqua già usata. Ad Accra, capitale del Ghana che conta 2 milioni di abitanti, circa 200 mila persone ogni giorno comprano verdure prodotte su 100 ettari di terra irrigata solo con acque riutilizzate. Sono cifre che rendono ancor più stridente lo spreco di acqua fatto nei paesi ricchi. Uno scialo in cui l’Italia largheggia non solo per gli acquedotti colabrodo ma anche per un’agricoltura dissennatamente idrovora (si stima che oltre il 50% della nostra acqua finisca nei campi e negli allevamenti). Gli esperti riuniti a Stoccolma prevedono che entro il 2025 un miliardo e 800 milioni di persone vivranno in regioni con «assoluta sarsità di acqua». Anche in fatto di acqua, la Striscia di Gaza si conferma uno dei luoghi peggiori in cui vivere. Nel 90% dei campioni di acqua "potabile" di Gaza la concentrazione di nitrati supera da 2 a 8 volte il limite tollerato dall’Organizzazione mondiale della sanità. L’analisi è stata condotta dall’Università di Heilderberg e dal centro palestine Helmholtz per la ricerca ambientale. Nei neonani i nitrati possono provocare diarrea, acidosi ed eccesso di metaemoglobine nel sangue, con conseguente carenza di ossigeno nel sangue.
24.08.2008 | Società civile L’allievo ripetente Marco Travaglio L’allievo ripetente Ora d’aria l’Unità, 23 agosto 2008 Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone... non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”. Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, a procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone. Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier. Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici (“comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro”), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una “visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale”. Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione). Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica. E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame. (Vignetta di Molly Bezz) L’autodeterminazione Maria Novella Oppo Si parlava della vita e della morte (cioè praticamente di tutto quello che abbiamo o non abbiamo al mondo) l’altra sera a Primo piano. Conduceva, con la solita fermezza, Bianca Berlinguer, che però, a tratti, non poteva evitare di apparire sgomenta di fronte alle pur abili argomentazioni della sottosegretaria Roccella. Una signora che conosciamo (televisivamente s’intende) per le sue precedenti battaglie antiaborto e che non arriva certo dall’avanspettacolo, come altre che, infatti, sono diventate subito ministre del governo Berlusconi. Ma un punto del suo discorso (ribadito più volte) ci ha lasciato di stucco: quando la sottosegretaria ha criticato l’autodeterminazione che, secondo lei, non può essere criterio assoluto per decidere delle proprie condizioni di sopravvivenza. Ma, se non è la persona a decidere della sua vita, chi deve essere? Lo Stato? O, peggio, la religione? O, peggio ancora, il partito di maggioranza, cioè il suo boss Berlusconi? Perché, se è così, vedrete che, prima o poi, voteranno l’immortalità ad personam. 19.08.2008 | Società civile Il piano della lobby degli inceneritori Guido Viale «Durante la campagna elettorale dell’aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l’utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme alla raccolta differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle future». Così comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso dall’Anida (ufficialmente Associazione nazionale imprese difesa ambiente, in realtà il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per l’esattezza, 100 impianti da 170 mila tonnellate all’anno ciascuno, per soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80, oppure, tanto per cominciare, 35 da 250 mila tonnellate all’anno nel periodo 2008-2015 e 15 (totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel trattamento preliminare - prescritto dall’Ue - che estrae dalla frazione indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l’Anida considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr è diventato conveniente per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci, centrali termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori. E’ la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo Fibe-Impregilo, che, per non cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i ricchi incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha riempito le campagne della regione con 8 milioni di tonnellate di «ecoballe»; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato malamente imballato e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un inceneritore. Per questo, quando l’inceneritore di Acerra - e gli altri tre previsti in Campania - cominceranno a bruciare le prime ecoballe, è quasi certo che l’Ue avvierà contro l’Italia una nuova procedura di infrazione, che finirà per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si tratta di incentivi grazie ai quali l’energia elettrica prodotta dagli inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di produzione in un impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto del paese dal governo Prodi - non tanto per volontà dei Verdi, ma per uniformarsi alla normativa europea - ma sono stati poi reintrodotti, prima dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro i futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia. In quest’ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, è già stato siglato un accordo di massima che introduce la regola deliver or pay¸in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all’inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall’inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all’inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: così impara a esagerare! E’ la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall’Abi, voleva introdurre nel contratto di servizio con la regione e il Commissario straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata, è stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata. Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci sono solo le regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli che ha beneficiato per anni - e ancora beneficia - l’Asm di Brescia: modello per tutti i fautori dell’incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso l’Inter del petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un decreto interministeriale in «fonti di energia rinnovabili». Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 è soprattutto l’obiettivo non dichiarato dell’Anida e delle imprese che essa rappresenta, che sanno bene che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non è in grado di andare avanti. Perché oltre che nocivo per la salute - la cancerosità delle sue emissioni è comprovata - e deleterio per l’ambiente - spreca, con rendimenti energetici risibili, oltre all’energia contenuta nei materiali che brucia anche quella consumata per produrli - l’inceneritore è un disastro anche in termini economici e può funzionare solo se lautamente sovvenzionato. Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui nessun fautore dell’incenerimento sosterrà mai di volersi sottrarre. Infine, il documento dell’Anida non dice chi siano i «diversi partiti politici che hanno sostenuto la necessità e l’utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale dell’aprile scorso». Ma basta andare a vedere da chi sono partite le proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto che su questo punto c’è stata, già in campagna elettorale, un’intesa cosiddetta bipartisan tra i partiti dell’attuale maggioranza e quelli dell’attuale opposizione. Un’intesa per di più segreta, o mai dichiarata, che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del contribuente e dell’utente elettrico. E, cosa che desta maggiore orrore, un’intesa che si è consolidata prendendo a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione campana, accusata di essere precipitata nel marasma attuale per neghittosità nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per complicità con la camorra, che agli impianti «moderni» preferirebbe le vecchie discariche. Invece di riconoscere che all’origine della crisi campana c’è solo la decisione del gruppo Fibe-Impregilo, e di chi lo ha assecondato, di accumulare quanta più monnezza indifferenziata possibile da destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni: per lo meno fino a quando l’inceneritore di Acerra non fosse entrato in funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta - alla grande; e per tutto il paese - Pnt dell’Anida. 16.08.2008 | Società civile Morti Bianche: "Veleni dal cielo" 16 Agosto 2008 Morti Bianche: "Veleni dal cielo" Riporto una testimonianza dal libro "Morti Bianche" di Samanta Di Persio disponibile sul blog a prezzo libero. "Quando ho perso il mio papà avevo 20 anni, mio fratello più piccolo 17 e il maggiore 23. Non si è mai pronti alla scomparsa di un genitore, specie quando si è giovani e soprattutto quando la persona cara viene a mancare in modo violento. Domenico Bonan, mio padre, è morto dopo nove mesi dalla scoperta di un tumore ai polmoni. A ottobre del 1999, a seguito di una tosse che gli toglieva il respiro, siamo andati da un medico pensando fosse una banale bronchite, ma scoprimmo la tragica notizia del cancro. Gli furono diagnosticati tre mesi di vita, ma se avesse accettato di fare la chemioterapia il dolore sarebbe stato meno acuto e avrebbe vissuto un po’ più a lungo. La posizione del cancro fra i due polmoni non permetteva un intervento chirurgico. Riuscirono a tenerlo in vita altri sei mesi. A luglio del 2000 ci lasciò, all’età di 56 anni. Dalla scoperta del cancro fulminante al decesso, tra i miei genitori e noi figli non ci sono stati particolari confronti su ciò che si stava vivendo. Bastavano gli sguardi. Questo era frutto anche del nostro carattere alquanto schivo e riservato, ma soprattutto per non aggravare lo stato di “serenità” familiare. Eravamo consapevoli di quanto ci stava succedendo e altresì che stavamo facendo tutto quello che si potesse fare. Non nascondo, eravamo speranzosi che si trattasse solo di un incubo. Mio padre ha lavorato quasi trent’anni presso la Tricom, nel reparto di cromatura. Prima di lui sono deceduti altri colleghi, una ventina. Avevano cominciato tutti allo stesso modo, un po’ di tosse, sangue dal naso. Ma mio padre pensava di salvarsi in tempo. Non faceva altro che ripetere: “Non vedo l’ora di andare in pensione!”. Era convinto che andando via da quel posto sarebbe stato salvo. Però le cose sono andate diversamente. Mio padre amava il lavoro, trovava sempre qualcosa da fare. Se potessi rimproverargli qualcosa vorrei dirgli che avrebbe dovuto trascorrere più tempo con noi figli. Dal giorno in cui è morto, ho preso la decisione di capire cosa c’era dentro quella fabbrica. C’erano troppi segnali che inducevano a pensare “Qualcosa non va”. Anche per il paese in cui vivo, la morte di mio padre per cancro era scontata: lavorava alla Tricom! Ho iniziato a raccogliere testimonianze di colleghi operai, a chiedere analisi ed è iniziata una causa dove la mia famiglia si è costituita parte civile. Ho fatto diversi sopralluoghi. Mi sono reso conto che i reparti non erano separati fra loro: un unico stanzone dove c’era il reparto di imballaggio, di cromatura, di verniciatura, di pulitura ecc. Chiunque poteva ammalarsi, nessuno utilizzava guanti, mascherine, non c’erano sistemi di protezione. I dirigenti non fornivano niente di tutto ciò, così come non fu mai detto a quali rischi effettivi si poteva andare in contro. Perfino l’impianto di depurazione non era funzionante, o meglio lo era solo in caso di controlli. Sì, perché nell’impianto era impiegato il sindaco che ha governato per 25 anni, a qualche giorno dai controlli si cercava di nascondere la polvere sotto il tappeto. Dalle testimonianze trovate, è emerso che in prossimità dalle ispezioni, agli operai venivano fornite delle mascherine per proteggesi dalle polveri (ma non idonee a ridurre l’esposizione a sostanze chimiche), si riduceva la temperatura delle vasche affinché non uscissero i fumi, si azionavano i pochi aspiratori presenti e si spalancavano tutti i portoni per creare flusso d’aria. Ma oggi anche il sindaco è indagato per i reati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose gravi, omissioni di difese e cautele contro disastri ambientali e infortuni sul lavoro. Dalle analisi chimiche, oltre al cromo esavalente e al nichel sono stati trovati ben sette tipi di cianuro, piombo, soda e composti, acido solforico, ecc. Quando vidi le condizioni in cui lavoravano degli uomini per poter far mangiare loro famiglia, rimasi attonito. Dalle vasche, dove avveniva la cromatura, saliva su una nebbia persistente, alla quale gli operai erano sottoposti per tutta la durata della loro mansione. Alcuni accusavano: bruciori agli occhi con lacrimazione, bruciori allo stomaco, alla gola. I pannelli che erano posti sopra le vasche per essere azionati imponevano di sporgersi sul bordo delle vasche, vasche corrose, che si sgretolavano al tatto, ribadisco senza nessun tipo di protezione che potesse evitare schizzi o fuoriuscite di liquido. Alcuni testimoni hanno raccontato che quando un oggetto rimaneva dentro la vasca, gli operai dovevano salire sopra il bordo e con delle pinze prelevavano l’oggetto. Questa operazione doveva essere compiuta tempestivamente per non bloccare il ciclo produttivo. Ci sono stati lavoratori che sono addirittura caduti nella vasca, ricordo che mio padre mi raccontò di quando successe a lui, dovette tornare a casa a lavarsi e cambiarsi. L’intera area lavorativa era un bagno di cromo esavalente, l’operaio camminava in una fanghiglia, il pavimento in cemento era stato corroso ed i veleni sono filtrati nel terreno inquinando perfino le falde acquifere. Tutti i familiari degli ex operai ricordano i forti odori nauseanti con i quali tornavano a casa. Altro elemento inquietante emerso, riguarda lo smaltimento del liquido verdastro prodotto. Invece di essere sottoposto a regolare depurazione, in gran parte veniva disseminato attraverso autobotti nei terreni del comprensorio. Operazioni condotte probabilmente di notte, visto che alcuni operai hanno raccontato di vasche piene di sera e vuote al mattino. Si era pensato ad uno scarico in una roggia adiacente all’industria, risultata altamente inquinata, ma in realtà le uniche tubazioni a portare liquidi in quella roggia, erano quelle dell’acqua piovana: la pioggia che scivolava dal tetto si impregnava, vista l’assenza di aspiratori, di tutte le sostanze. Purtroppo queste cose sono emerse solo dopo la morte di un numero consistente di operai e di un inquinamento alle falde acquifere da cromo esavalente. Risultavano esserci state delle ispezioni da parte della USL, ogni volta nei verbali segnalavano carenze, ma la copertura politica ha permesso di ovviare. Tutti sapevano ma nessuno parlava. Basta pensare che l’agibilità alla ditta è stata notificata solo nel 1983, mentre era attiva già a partire dal 1975. Ricordi di paese parlano di bambini che andavano a giocare nei campi e tornavano a casa con le gambe macchiate di verde. Un infermiere che tentò di denunciare questa cosa ricevette intimidazioni per non parlare. Oggi la mia famiglia, insieme a poche altre, porta avanti questa battaglia per veder riconosciuto il danno fatto ai nostri cari. Purtroppo non riceviamo molta solidarietà, né dall’opinione pubblica, né dai giudici che vogliono archiviare il caso. Se tutte le famiglie coinvolte facessero la loro parte, penso non ci sarebbero problemi a chiedere un’imputazione per strage; ma credo non se la sentono per due fattori. Il primo perché c’è sfiducia nelle istituzioni ed il secondo perché c’è troppa indifferenza condita di paura. Ed intanto chi dovrebbe essere altrove a pagare per i danni cagionati a vittime innocenti, cammina indisturbato a testa alta." Samanta Di Persio dal libro "Morti Bianche". www.beppegrillo.it 4.08.2008 | Società civile Giovedì, gnocca 3 agosto 2008, in Marco Travaglio Giovedì, gnocca l’Unità, 3 agosto 2008 Questo è un elogio sperticato a Silvio Berlusconi. Una dichiarazione, se non d’amore, di ammirazione totale, sincera e incondizionata al politico più trasparente che l’Italia abbia mai avuto. Più trasparente e più frainteso. Lui fa di tutto per mostrarsi per quello che è. E quelli che gli stanno intorno fanno a gara a scambiarlo per un altro. Così l’altroieri, stufo dei continui equivoci che lo gabellano ora per uno statista, ora per un riformatore, ora per un cultore del dialogo sulla giustizia e sulla legge elettorale, ora per un marito modello e un padre esemplare, ha voluto smentirli tutti insieme mostrando ai fotografi l’agenda di una sua giornata-tipo a Palazzo Chigi (quella di mercoledì 30 luglio). Una sorta di auto-intercettazione in diretta: non potendo più esser processato grazie all’auto-immunità, ha pensato bene di auto-intercettarsi, divulgando il calendario della dura vita da premier (“Vedete come mi fanno lavorare!?”). “Berlusconi - diceva Montanelli - non delude mai: quanto ti aspetti che faccia una scempiaggine, la fa”. Ma sempre oltrepassando le peggiori aspettative. Non si riesce mai a pensarne abbastanza male: lui riesce sempre a trasformare il più accanito detrattore in un ingenuo minimalista. L’Agenda del Presidente è doppia, nel solco della tradizione di Milano2, della P2, di Olbia2 e prossimamente di Arcore2. L’Agenda 1, curata dal suo staff, è riconoscibile da due caratteristiche: è scritta al computer e contiene appuntamenti con soggetti di esclusivo sesso maschile, in genere molto noiosi (Schifani, Letta, Fini, Scajola). Nell’Agenda 2 invece, annotata di Suo pugno, gran preponderanza del genere femminile. Pochissimi i maschi, perlopiù avvocati (Ghedini) o pregiudicati (Bossi e Previti). Col vecchio Cesarone, che si ripropone sempre come la peperonata, l’appuntamento è alle ore 16. Seguono un paio d’ore di assoluto relax con “Manna”, nel senso di Evelina, la grande attrice oggetto di frenetiche trattative con Saccà; e poi con “Troise”, nel senso di Antonella, la nota artista anch’essa raccomandata a Raifiction perché stava “diventando pericolosa” (s’era messa a parlare). Così ritemprato dal doppio incontro al vertice, il premier ha potuto affrontare alle 19 un altro summit: con Nunzia Di Girolamo, la procace neodeputata di 32 anni, già destinataria di pizzini amorosi in pieno emiciclo. Completa la giornata dell’insigne latrin lover, alle 20.30, una tipa dal nome più che promettente: Selvaggia. Manca la Carfagna, ma è anche vero che la settimana è fatta di sette giorni e questo è solo il programma del mercoledì. Segue il giovedì (gnocca). Chi aveva pensato di agevolargli il Lodo Alfano perché “un primo ministro non ha tempo per governare e seguire i processi”, è servito: ora che è libero dai processi, egli si dedica come prima e più di prima al suo passatempo preferito. Che non è proprio quello di governare. Così la stampa della servitù, tipo “Chi” e “Il Giornale”, la pianterà finalmente di screditarlo con quelle umilianti foto della Sacra Famiglia piccolo-borghese, lui mano nella mano con Veronica e tutto il cucuzzaro riunito intorno al focolare. Marito esemplare un par di palle, lui riceve anche quattro ragazze al giorno, alla facciazza dei bacchettoni che gli ronzano intorno. Ce n’è anche per la cosiddetta opposizione che astutamente ha smesso da un pezzo di ricordargli il conflitto d’interessi perché pare brutto demonizzare. Ad essa è dedicato un paio di appuntamenti: quello col produttore di Endemol Marco Bassetti e quello con il consigliere Rai Marco Staderini (Udc), incerto fino all’altroieri sul caso Saccà. Come a dire: lo vedete o no che continuo a occuparmi delle mie tv, Mediaset e soprattutto Rai, coglioni che non siete altro? Devo proprio insegnarvelo io come si fa l’opposizione? Completa il papello una noticina autografa a pie’ di pagina: “Il Presidente N°1. Al Presidente con più vittorie/più vittorioso nella storia del calcio. Milan A.C. Campione del Mondo. N°1 nella storia del calcio”. Se l’è scritto da solo: un caso di auto-training vagamente inquietante, almeno dal punto di vista psichiatrico. In compenso, nemmeno un cenno ai temi che tanto appassionano il resto, cioè la parte inutile, del mondo politico e della stampa al seguito: dialogo sulle riforme, modello alla tedesca corretto all’austro-ungarica, bicameralismo imperfetto, federalismo fiscale, simposii e seminari delle fondazioni, patti della spigola sulla “fase costituente”. Lui non ha tempo per simili menate. “Ore 16, Previti”. Poi “Manna-Troise”. La sua Bicamerale. La sua fase ricostituente. Ora d’aria l’Unità, 5 agosto 2008 L’altra sera, in quella parodia di telegiornale che si fa chiamare Tg1, il ridanciano Attilio Romita annunciava giulivo come quarta notizia del giorno che “prende sempre più piede la moda dell’aperitivo in spiaggia... e allora cin-cin in riva al mare!”. In compenso, a una settimana di distanza, si attende ancora un servizio che metta a confronto Italia e Israele in relazione a una straordinaria coincidenza (entrambe le democrazie hanno il premier sott’accusa per corruzione) e a un’altrettanto straordinaria differenza: in Israele salta il premier sotto processo, in Italia saltano i processi al premier. Per legge. Ora, visto che i servi sparsi per giornali e tg hanno raccontato per un mese che il Lodo Alfano “esiste in tutte le democrazie del mondo”, il giornalismo anglosassone di cui Johhny Raiotta è maestro (come si può notare dalla camicia bianca) imporrebbe una qualche rettifica. Del tipo: “Gentili telespettatori, vi è stato raccontato che, nelle altre democrazie, il premier è coperto da immunità: bene, siamo lieti di informarvi che non è vero, l’immunità ce l’ha solo il nostro”. Lo stesso potrebbero fare i giornali, come il Corriere, popolato di fans sfegatati di Israele nonché denunciatori indefessi della presunta “anomalia” costituita dai processi a Berlusconi. Invece niente, silenzio di tomba. E dire che, tra il caso Olmert e il caso Al Tappone, c’è un abisso. Il primo avrebbe mille ragioni in più del secondo per restare al suo posto. Olmert non è stato ancora formalmente incriminato, Al Tappone è imputato in seguito a due rinvii a giudizio e a una terza richiesta di rinvio a giudizio. Il reato contestato a Olmert è infinitamente meno grave di quelli contestati ad Al Tappone: nessuna corruzione di testimoni o di dirigenti televisivi, nessuna compravendita di senatori, nessuna frode fiscale, ma una modesta vicenda di finanziamenti elettorali non dichiarati (la miseria di 150 mila dollari ricevuti, secondo l’accusa, dal magnate americano Morris Talsunky). L’indagine a suo carico è nata dopo la sua ascesa alla guida del governo, non prima. I fatti contestati riguardano la sua attività politica, non i suoi affari privati (Olmert non ne ha). Israele, poi, è un paese in guerra da quand’è nato e nei prossimi mesi potrebbe giungere finalmente alla pace con i palestinesi. Insomma, almeno per i canoni italioti, non sarebbe stato affatto scandaloso se Olmert si fosse presentato in tv per annunciare che sarebbe rimasto al suo posto per non lasciare senza guida il suo Paese in un momento così delicato. Invece il pensiero non l’ha neppure sfiorato. Con un discorso pieno di dignità e di senso dello Stato, che andrebbe affisso su tutte le pareti del Parlamento e del governo italiano e studiato a memoria dai nostri sedicenti rappresentanti, il premier israeliano ha detto quanto segue: “Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino. Un premier non può essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente, e il fatto che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri. Dimostrerò che le accuse di corruzione sono infondate da cittadino qualunque. Errori ne ho commessi e me ne pento. Per la carica che occupo ero consapevole di poter finire al centro di attacchi feroci. Ma nel mio caso si è passata la misura”. Parole nobili che, dunque, non sono piaciute al Foglio di Giuliano Ferrara. Ammiratore fanatico di Israele, stavolta il Platinette Barbuto commenta incredulo: “La stampa israeliana è terribile, quando ha un pezzo di carne tra i denti è difficile che lo molli. Neppure se si chiama Olmert. Maariv e Yedioth Ahronot hanno pubblicato le deposizioni del premier, parola per parola... Verbali devastanti per Olmert... Dalla procura spiegano che le prove acquisite vanno ben oltre la testimonianza di Talansky... Olmert dovrà testimoniare per la quarta volta”. Capite la gravità della situazione? La stampa israeliana fa il suo dovere e pubblica i verbali senza che nessuno chieda una legge per silenziarla. La procura spiega le prove senza che nessuno chieda l’arresto o il trasferimento dei pm. Il premier viene convocato per quattro volte dai magistrati senza che nessuno strilli all’”uso politico della giustizia”, anzi Olmert si presenta ogni volta dinanzi ai suoi accusatori anziché rispondere che ha di meglio da fare. Il capo dello Stato, anziché tuonare contro la “giustizia spettacolo” o salmodiare su presunti “scontri fra politica e magistratura”, se ne sta zitto e buono. E, udite udite, sia le opposizioni sia i vertici del partito Kadima premevano da tempo perché Olmert si dimettesse. Roba da matti. In Israele gli oppositori si oppongono senza che nessuno si sogni di accusarli di giustizialismo, dipietrismo o anti-olmertismo. Anche perché Israele non conosce fenomeni come Galli della Loggia, Panebianco, Ostellino, Battista, Romano, Franco & Franchi, Polito El Drito e gli altri trombettieri del Lodo. Che infatti, alla notizia delle dimissioni di Olmert, si son subito messi in ferie. www.voglioscendere.it 1.08.2008 | Società civile No Dal Molin, colpi di polenta contro i manganelli
No Dal Molin, colpi di polenta contro i manganelli L’aria è cambiata. Lo si vede da queste cose: con la destra al governo, manifestare non è più un diritto e viene represso con la violenza di Stato. È accaduto giovedì a Vicenza per il contestato progetto della nuova base Usa, dove c’è stato il primo scontro con la polizia per i “No Dal Molin”. Un folto gruppo di manifestanti - circa duemila - ha marciato verso la stazione ferroviaria, con l’obiettivo di occupare i binari, ma è stato respinto da una carica “d’alleggerimento” della polizia. Sarà stata pure leggera, ma la carica ha causato molti feriti: i manifestanti, che con le mani alzate cercavano di avanzare, sono stati ricacciati indietro dalle manganellate violente della Celere: contusi due poliziotti e due o tre dimostranti. Ma i “No Dal Molin”, che da due anni a questa parte hanno affinato e variato più volte le tecniche della protesta - senza mai arrivare allo scontro fisico - sono riusciti alla fine lo stesso nel loro intento. Correndo lungo i muri esterni della stazione, hanno trovato alla fine un cancello aperto che gli ha consentito l’ingresso in stazione, dove hanno occupato i binari. Una protesta simbolica, durata una decina di minuti, dopodiché i manifestanti, spintonati dalla violenza di polizia e carabinieri, hanno abbandonato spontaneamente la sede ferroviaria. L’occupazione non ha avuto conseguenze sul traffico dei treni. «Quella di giovedì sera, hanno spiegato i portavoce del movimento contro la base statunitense, voleva essere un’azione simbolica: è infatti previsto l’arrivo in città del commissario governativo Paolo Costa. Questo, due giorni dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato che, accogliendo il ricorso del Governo ad una sentenza del Tar del Veneto favorevole ai contrari al progetto, ha di fatto dato il via libera all’avvio dei lavori della base». Anche venerdì il movimento contro la costruzione della base ha continuato la protesta nonostante le maniere forti del governo. I “No Dal Molin” si sono presentati in Prefettura «armati» di sacchi di polenta pronti per colpire l’auto del commissario straordinario del governo Paolo Costa. Sul posto è stata schierata la polizia che ha cercato di contenere i manifestanti. I “No dal Molin” hanno risposto quindi alle violenze della polizia adottando metodi fantasiosi, provocatori e pacifici usando il tipico piatto del nord Italia. Al commissario costa, «abbiamo annunciato la nostra prossima visita di cortesia sotto le sue finestre - dicono i comitati - ; gli porteremo una quantità di polenta sufficiente a sfamarlo per i prossimi cinque anni, in modo che non dovrà più andare alla ricerca di incarichi e poltrone». Continuano i manifestanti in un comunicato, «ci dispiace vederlo girare per Vicenza come un prigioniero, scortato e costretto a restare dietro il perimetro delle transenne, chiuso in un auto che, lungo il tragitto, viene bersagliata da fette di polenta. Gli suggeriamo, - prosegue la nota - ancora una volta, di dimettersi: avrà questa dignità? Noi - concludono i manifestanti - non ci arrendiamo e resisteremo un minuto in più di chi vuol imporci questa base, anche se di fronte a noi vengono schierati musi duri e manganelli». Anche il Codacons intende avviare azioni legali per opporsi al raddoppio della base Usa di Vicenza, dopo l’accoglimento da parte del Consiglio di Stato del ricorso presentato dal Governo contro il pronunciamento del Tar del Veneto, che aveva accolto la richiesta di sospensione dei lavori. Revocazione dell’ordinanza a una diversa sezione del Giudice d’appello e impugnazione anche in Cassazione della decisione del Consiglio di Stato. Si tratta di un ricorso ex art. 395 codice di procedura civile «che è previsto - precisa il Codacons - nel caso in cui il giudice abbia commesso un errore di fatto nella decisione». «Il prossimo 8 ottobre poi - annuncia Carlo Rienzi, presidente del Codacons - il Tar del Veneto dovrà tornare sull’argomento e chiederemo in quella sede di accertare se i rischi ambientali vi sono o meno». Per Rienzi, «quando un giudice vuole forzare una situazione delicatissima di sicurezza e tutela ambientale per compiacere Berlusconi e La Russa finisce per creare un “casus belli” che ritengo non farà mai realizzare la nuova base». 27.07.2008 | Società civile I Nuovi Erode I Nuovi Erode Inceneritore Forlì Gli inceneritori producono nanoparticelle. Le nanoparticelle entrano nell’organismo e producono tumori. La raccolta differenziata produce invece ricchezza e non avvelena l’ambiente. I bambini sono i più esposti alle malattie. Perchè in Italia si continuano a progettare, costruire, spacciare inceneritori invece di promuovere la raccolta differenziata? Chi ci guadagna? Chi sono gli spacciatori di morte? Chi sono i nuovi Erode? "Gentile Beppe Grillo, vorremmo invitare Lei e tutti i suoi lettori ad un attimo di riflessione su questa frase: “la deliberata spietatezza con la quale la popolazione operaia è stata usata per aumentare la produzione di beni di consumo e dei profitti che ne derivano si è ora estesa su tutta la popolazione del pianeta, coinvolgendone la componente più fragile che sono i bambini, sia con l’esposizione diretta alla pletora di cancerogeni, mutageni e sostanze tossiche presenti nell’acqua, aria, suolo, cibo, sia con le conseguenze della sistematica e accanita distruzione del nostro habitat”. Queste parole, che concludono un articolo sui rischi attribuibili ad agenti chimici scritto dal professor Lorenzo Tomatis nel 1987, ci sono tornate alla mente come una lucida profezia davanti agli ultimi, recentissimi dati sull’incidenza di cancro nell’infanzia in Italia pubblicati dall’Associazione Italiana dei Registri Tumori (AIRTUM: I tumori infantili Rapporto 2008). Se già i dati pubblicati da Lancet nel 2004, che mostravano un incremento dell’ 1.1% dei tumori infantili negli ultimi 30 anni in Europa, apparivano preoccupanti, quelli che riguardano il nostro paese, riferiti agli anni 1998-2002 ci lasciano sgomenti. I tassi di incidenza per tutti i tumori nel loro complesso sono mediamente aumentati del 2% all’anno, passando da 146.9 nuovi casi all’anno (ogni milione di bambini) nel periodo 1988-92 a ben 176 nuovi malati nel periodo 1998-2002. Ciò significa che in media, nell’ultimo quinquennio, in ogni milione di bambini in Italia ci sono stati 30 nuovi casi in più. La crescita è statisticamente significativa per tutti i gruppi di età e per entrambi i sessi. In particolare tra i bambini sotto l’anno di età l’incremento è addirittura del 3.2% annuo. Tali tassi di incidenza in Italia sono nettamente più elevati di quelli riscontrati in Germania (141 casi 1987-2004), Francia (138 casi 1990-98), Svizzera (141 casi 1995-2004). Il cambiamento percentuale annuo risulta più alto nel nostro paese che in Europa sia per tutti i tumori (+2% vs 1.1%), che per la maggior parte delle principali tipologie di tumore; addirittura per i linfomi l’incremento è del 4.6% annuo vs un incremento in Europa dello 0.9%, per le leucemie dell’ 1.6% vs un + 0.6% e così via. Tutto questo mentre si vanno accumulando ricerche che mostrano con sempre maggiore evidenza come sia cruciale il momento dello sviluppo fetale non solo per il rischio di cancro, ma per condizionare quello che sarà lo stato di salute complessivo nella vita adulta. Come interpretare questi dati e che insegnamento trarne? Personalmente non ne siamo affatto stupiti e ci saremmo meravigliati del contrario: i tumori nell’ infanzia e gli incidenti sul lavoro, di cui ogni giorno le cronache ci parlano, unitamente alle malattie professionali, ampiamente sottostimate in Italia, sono due facce di una stessa medaglia, ovvero le logiche, inevitabili conseguenze di uno “sviluppo” industriale per gran parte dissennato, radicatosi in un sistema di corruzione e malaffare generalizzato che affligge ormai cronicamente il nostro paese. Potremmo, sintetizzando, affermare che lo stato di salute di una popolazione è inversamente proporzionale al livello di corruzione e quanto più questo è elevato tanto più le conseguenze si riversano sulle sue componenti più fragili, in primis l’infanzia, come Tomatis già oltre 20 anni fa anticipava. Le sostanze tossiche e nocive non sono meno pericolose una volta uscite dalle fabbriche o dai luoghi di produzione e la ricerca esasperata del profitto e dello sviluppo industriale - a scapito della qualità di vita -, non può che avere queste tragiche conseguenze." Dott. Michelangiolo Bolognini Igenista - Pistoia Dott,ssa Maria Concetta Di Giacomo Medico di Medicina Generale - Padova Dott. Gianluca Garetti Medico di Medicina Generale - Firenze Dott. Valerio Gennaro Oncologo-Epidemiologo - Genova Dott.ssa Patrizia Gentilini Oncologo - Ematologo - Forlì Dott. Giovanni Ghirga Pediatra - Civitavecchia Dott. Stefano Gotti Chirurgo - Forlì Dott. Manrico Guerra Medico di Medicina Generale - Parma Dott. Ferdinando Laghi Ematologo - Castrovillari Dott. Antonio Martella Oncologo - Tossicologo Napoli Dott. Vincenzo Migaleddu Radiologo - Sassari Dott. Giuseppe Miserotti Medico Medicina Generale - Piacenza Dott. Ruggero Ridolfi Oncologo-Endocrinologo - Forlì Dott. Giuseppe Timoncini Pediatra - Forlì Dott. Roberto Topino Medico del Lavoro - Torino Dott. Giovanni Vantaggi Medico di Medicina Generale -Gubbio Fiammetta Borsellino
E’ la prima volta, dopo tanti anni, che parlo in pubblico di mio padre, del nostro rapporto, oppure, più semplicemente, della mia scelta , fatta propria da tutta la mia famiglia, di fare qualche passo indietro rispetto ai tanti, troppi, che, senza averne titolo, hanno ritenuto opportuno appropriarsi di quegli spazi che noi famigliari desideravamo non venissero occupati da nessuno. Ciò che forse può maggiormente interessarvi sapere indipendentemente dalle tante cose dette e ricordate sulla figura di mio padre, è il perché non ho mai voluto esternare i miei sentimenti, rendendo pubblico, e quindi per ciò inflazionandolo, un ricordo intimo e privato che tale doveva rimanere. Ed intimo e privato vorrei che rimanesse anche in questa circostanza, in cui sono chiamata ad offrire una testimonianza non già e non solo in quanto figlia di Paolo Borsellino ma, mi piace credere, anche in quanto orfana di un padre venuto a mancare in circostanze tragiche quando da poco avevo compiuto diciannove anni e frequentavo il primo anno di giurisprudenza. Ho perso mio padre mentre ero in viaggio in un paese molto lontano, la Thailandia, venendo a conoscenza della sua morte solo dopo alcuni giorni dell’accaduto. Ho vissuto questo dramma, amplificato dal fatto che mi trovavo lontana dal teatro della tragedia che coinvolgeva la nostra famiglia, con estrema discrezione, chiudendomi in un dolore intimo e riservato unicamente perché ho voluto combattere l’assenza di un padre meraviglioso e sempre presente nella nostra vita di adolescenti guardando avanti e rifiutando la logica dell’essere vittima della mafia o del dovere un marchio che molti spesso confondono con l’opportunità di vivere situazioni privilegiate ma che, l’esperienza m’insegna, il più delle volte è stato penalizzante e oggetto di subdole strumentalizzazioni. Ho cercato di essere me stessa , non quello che gli altri o la società desideravano che fossi, così ho avuto fretta di ritornare ad una vita normale, la vita di un ragazza diciannovenne, con i suoi amori, le sue delusioni ed i suoi sogni. Da realizzare. Forse questo mio atteggiamento, e aggiungo quello della mia famiglia può essere apparso egoista ma chi ci conosceva mai avrebbe preteso che girassimo per le scuole e partecipassimo a convegni ed incontri offrendo il contributo di figli e moglie di persona caduta per mano mafiosa. Ritenevo , come ritengo tuttora, che la mia famiglia avesse dato tanto alla nostra società in termini di sacrifici personali, sì da non considerarci deputati ad insegnare o trasmettere qualcosa...pur sostenendo dietro le quinte la fondamentale importanza di iniziative, rivolte soprattutto ai più giovani , per la diffusione della cultura della legalità come mezzo di “ contrasto al fenomeno mafioso”. Oggi ho trentanni, nel mio piccolo cerco di applicare ogni giorno al mio lavoro gli insegnamenti che mio padre mi ha trasmesso della sua stessa vita, ovvero quell’intransigenza morale che, spiace rilevarlo, nella società palermitana nella quale opero e vivo appare davvero eccessiva, fuori dai tempi , anacronistica. Perdiamo il diritto dovere di educare alla legalità se non siamo i primi a dare l’esempio, anche dare l’esempio ci può costare l’isolamento... così come non si può e non si deve stare a guardare di fronte ad una classe politica corrotta e compromessa, non ci si può lamentare se poi facciamo sempre le stesse scelte, se non si dà fiducia a persone che a tutto pensano fuorché al bene comune. Amo ricordare di mio padre quella sua incredibile capacità di non prendersi mai sul serio ma al tempo stesso di prendersi gioco di taluni suoi interlocutori; queste qualità caratteriali l’hanno aiutato in vita ad affrontare di petto qualsiasi cosa minasse il suo ideale di società pulita e trasparente e ne sono sicura lo avrebbero accompagnato ancora in questo particolare periodo storico, in cui l’illegalità e la corruzione continuano ad essere fenomeni dilaganti nel nostro paese. Ancora oggi ringrazio mio padre per avermi fatto capire il reale significato della parola “vivere” e del “combattere per i propri ideali” per il raggiungimento dei quali, come disse più di una volta “è bello morire". Testo dell’intervento pronunciato dalla figlia di Borsellino al convegno di Porto Sant’Elpidio nelle Marche dedicato al padre e a Giovanni Falcone. 23 settembre 2005 «Provo così tanto amore e stima per mio marito, che ha vissuto per la giustizia, che oggi continuo a sentirmi smarrita, chiunque ci sia al governo. Per me la giustizia è mio marito: sarà perché sono ancora molto innamorata e quello che è accaduto sedici anni fa è ancora molto vivo in me e nella mia famiglia» Agnese Piraino Leto vedova Borsellino, Agi 19 luglio «Dopo le stragi sembrò che questo puzzo potesse finalmente scomparire. Oggi, invece, lo si sente di nuovo. Vi sono politici, imprenditori, operatori economici, medici che ancora intrattengono proficui rapporti, d’affari o di scambio, con mafiosi. Queste vergognose complicità dovrebbero far rizzare i capelli in testa a tutti. Invece, quelli che si indignano sono sempre di meno. Meglio turarsi il naso fingendo di non sentire il puzzo» Gian Carlo Caselli 19 luglio 15 anni fa l’omicidio Borsellino. Si indaga sui servizi segreti Nel giorno del quindicesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino, nuove inquietanti novità sulle indagini che non hanno ancora stabilito chi ordinò la strage che uccise il magistrato e gli uomini della scorta. Misteri che aveva rilanciato una lettera del fratello di Borsellino, Salvatore, denunciando un patto "Stato - mafia" chiamando in causa l’attuale vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino per un incontro avuto con il giudice. Incontro però smentito categoricamente da Mancino. La procura della Repubblica di Caltanissetta indaga sul probabile coinvolgimento di apparati deviati dei servizi segreti nella strage di via d’Amelio in cui morì il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. La notizia è stata confermata all’Ansa da ambienti qualificati. Il procuratore aggiunto, Renato Di Natale, coordina l’inchiesta sui mandanti occulti della strage avvenuta il 19 luglio 1992. Secondo l’ipotesi degli inquirenti ci potrebbe essere la mano di qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti che ha forse avuto un ruolo nell’attentato. Questa pista di indagine, che in un primo momento era stata accantonata ed archiviata, è stata ripresa nei mesi scorsi dagli investigatori in seguito a nuovi input d’indagine. I magistrati stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo e che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori. A questo apparecchio è collegato un imprenditore palermitano. I processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, ma nulla si sa sui mandanti Un altro elemento sul quale è puntata l’attenzione degli inquirenti, è «la presenza anomala» di un agente di polizia in via d’Amelio subito dopo l’esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito «all’esterno» i nomi dei poliziotti di una squadra investigativa che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga. Pubblicato il: 17.07.07 11.07.2008 | Società civile Un leghista a Parigi Un leghista a Parigi Roberto Brunelli Se oggi un leghista vero, un padano doc, una camicia verde, di quelle che maneggiano le ampolle con l’acqua del Po, dovesse farsi un weekend a Parigi gli prenderebbe una sincope. Oppure, a essere ottimisti, potrebbe avere una crisi d’identità. Proviamo a fare una simulazione: il nostro leghista, arrivato in aeroporto, prende un taxi per raggiungere il suo alberghetto in centro. Guarda dal finestrino anche lui, no? «Ehi, ma qui è pieno di negri», dice Osvaldo Bernasconi, appena uscito dall’autostrada e avviatosi per le prime strade più prettamente parigine... «Ehi, ma qui l’intero quartiere è controllato dai negri!». Non solo africani, per la verità, ci sono anche un sacco di arabi... E tanti si vestono alla loro maniera: «Cosa credono, di essere a casa loro?». In effetti, sono a casa loro: hanno il passaporto francese da un sacco di tempo. Situazione complicata. Vaste aree di una delle più grandi metropoli d’Europa, uno dei centri della civiltà d’Occidente in mano alla gente di colore. Eppure non si vedono barricate, né muri, né manifesti con la scritta «föra dalle balle!», né tantomeno fiaccolate di cittadini indignati. Ora, è vero che c’è qualche problemuccio nelle lontane periferie, problemucci che Sarkò aveva cercato di reprimere quand’era ministro degli interni (Osvaldino l’aveva visto sul Tg5, dal quale aveva tratto la convinzioni che gli islamici avessero esportato le brigate di Bin Laden anche in Francia), ma che ci fosse tutta questa gente di colore anche in piena città, questo per Osvaldino è veramente un brutto colpo. Ma non finisce qui. Sceso al suo alberghetto a Montmartre, il padano fa una passeggiatina con sua moglie. «Hai visto quei due uomini che si tenevano per mano?», gli dice scandalizzata lei dandogli una gomitata. «Roba da pazzi...»: a quanto c’è n’è un sacco di maschi che se ne vanno a giro abbracciati, o sbaciucchiandosi. Una roba disgustosa. «Guarda, io non c’ho nulla contro i froci, però tutta questa ostentazione fa veramente schifo... le porcate le facessero a casa loro». Passano davanti ad un caffé dove gente strana suona rumorosamente il rock. «Ma questi non rispettano nemmeno le ordinanze sul rumore? Non c’è nessuno che rispetti le regole in questo posto?». C’è gente che fa impunemente musica ad ogni angolo. Persino nella metropolitana: «Chiedono elemosina, ecco cosa fanno...». Dentro la metro ha trovato persino dei bonghisti.. gente che suone i bonghi, insomma, e nessuno che gli dicesse alcunché. Un bordello, come direbbe Bossi. Osvaldino cominicia a spazientirsi davvero. Il bello è che non c’è solo il «négher», qui a Parigi, o di arabi, o di gay, uomini e donne. È pieno di asiatici di ogni risma e genere, gente che come minimo si mangia i cani o i gatti che tanto è lo stesso. È pieno di gente che si veste strana. E c’è pochissima polizia: lo sapete che il Paese che in termini assoluti ha il numero più alto di membri delle forze dell’ordine è l’Italia? (...ma non basta mai, signora mia, noi padani ci mettiamo anche le ronde, no?). E vabbé, Parigi è pur sempre Parigi: c’è la Tour Eiffel, gli Champs Élisées, Notre-Dame... epperò se vai a Place des Vosges pare un accampamento nomade. Stanno tutti per terra, e calpestano le aiuole: sembra un bivacco («che degrado...», mormora il nostro). Passeggiando Osvaldo e signora si sono pure persi, là al Marais. Di sera vieppiù: «Dove siamo, a Marrakesh?», si chiede sconsolato l’uomo del Carroccio, mentre si divincola tra quei loschi personaggi che fanno la fila davanti al kebabbaro (peraltro uno dei più famosi del mondo... consultate la guida Routard). Scandaloso. Proprio in mezzo all’Europa (del nord, oltretutto, visto da una prospettiva rigorosamente padana), pare di essere in un suk: «È il declino dell’Occidente», pensa l’onesto lavoratore padano, conscio d’aver avuto un pensiero molto profondo. Però deve essere cominciato un sacco di tempo fa, questo declino: è dal Medioevo che Parigi continua ad attrarre forestieri, senza, peraltro, cacciarli. Una vasta umanità che va dai belgi agli ebrei sefarditi del Nordafrica fino a vietnamiti, dai caraibici ai cinesi della Manciuria, dai libanesi ai russi, compresi ovviamente gli africani (musulmani e cristiani) di evidente color nero (tanto per non sbagliarsi): insomma, circa il 20 per cento degli abitanti dell’area metropolitana parigina è nata fuori dalla Francia. A questi bisogna poi sommare gli stranieri di seconda, terza, quarta generazione, ormai naturalizzati francesi da chissà quando. Roba da sentirsi male, per un povero leghista doc che vuole ricacciare i rom a casa loro (e qual è, di grazia?) e che è terrorizzato dall’orda islamica: meglio rinchiudersi nei confini della Padania, e il weekend farselo a Varese, il vero ombelico del mondo. rbrunelli@unita.it
Delirio di onnipotenza Maria Novella Oppo Bossi aveva ancora il dito alzato nel suo gesto di offesa alla nostra patria (la sua non esiste) e già era partito in tv il coro complice dei minimizzatori. Si sa, lui è fatto così, ogni tanto ha bisogno di risvegliare gli umori peggiori della base, e poi il suo è solo folclore leghista, come la pulenta e le corna. Peccato che Bossi sia ministro della Repubblica italiana, un Paese piuttosto antico, ricco di storia e di cultura, che non gli appartengono solo perché è ignorante come suo figlio Renzo. Il ragazzo non deve certo scontare le colpe del padre, ma intanto è stato bocciato per la seconda volta all’esame di maturità, benché lo abbia dato presso un istituto religioso privato e con professori del profondo Nord. Buon sangue non mente, semmai mente Bossi, che tra l’altro vorrebbe lasciare ai figli la sua leadership, facendo della Lega una tirannia ereditaria. Delirio di onnipotenza che condivide con Berlusconi, il quale, non a caso, ha fatto ministri certi ceffi che non sanno neanche a quale nazione appartengono, ma pretendono di scriverne le leggi. Nobel della Lega Maria Novella Oppo Ecco Bossi che torna vincitor. Il tg ci fa sapere che la squadra padana ha vinto il campionato del mondo di calcio delle nazioni inesistenti. Sull’onda del successo, ora la Lega si attribuirà ogni genere di coppa, da quella del nonno (la più prestigiosa) a quelle del rutto sincronizzato e dei calci in culo. E perché non attribuirsi anche qualche Nobel dei più prestigiosi? Tipo il Nobel per la ricerca scientifica a Calderoli, per l’invenzione della porcata elettorale e il Nobel per la difesa della razza a Maroni, per la sua utilissima proposta di prendere le impronte ai bambini rom. Eppure, non c’è niente di tanto barbaro che non possa essere alla fine mimetizzato e accolto nel pacchetto delle grandi riforme del governo Berlusconi. Così ora prenderanno le impronte a tutti, pur di non ammettere davanti alle altre nazioni (quelle realmente esistenti) che la loro proposta era indecente. Intanto, alle famiglie che sono costrette a risparmiare anche sul pane, la Lega dà in pasto l’impunità di Berlusconi. Sai che mangiata si faranno. Dunque abbiamo assodato che, quando Al Tappone definisce “metastasi” la magistratura, è una battuta. Quando definisce “coglioni” gli elettori che non votano per lui e “spazzatura” 50 mila persone che manifestano contro di lui, è una battuta. Quando il ministro Bossi preannuncia “300 mila fucili” pronti a sparare in Padania, è una battuta. Gli unici che non possono fare battute sono i comici: quelli “insultano”, “vilipendono”, minacciano la democrazia. Invece chi sfigura la Costituzione a propria immagine e somiglianza “dialoga”, anche se parla da solo. A questo proposito, circolano due singolari leggende metropolitane 1) Il Lodo Alfano, detto anche Dolo Berlusconi, sarebbe legittimo e ragionevole, se solo non fosse approvato con legge ordinaria, ma costituzionale. 2) Il Lodo Alfano risponderebbe ai rilievi avanzati dalla Consulta nella sentenza del gennaio 2004 che bocciava il Lodo Schifani. Ragion per cui, si apprende da una nota del Quirinale, la firma del capo dello Stato sarebbe addirittura “una scelta obbligata” anche in calce a una legge ordinaria. www.voglioscendere.it Quando si dice tarati!!! Bossi in missione all’estero. «L’ultimo sforzo del Senatur è per issare il bandierone padano su un pennone davanti al castello. Vessillo d’orgoglio nordista piantato nella terra delle renne e di Babbo Natale. Come si sgolavano i tifosi durante la partita: “Chi non salta italiano è”» Resoconto del viaggio del ministro della Repubblica Italiana in Lapponia in rappresentanza della Padania impegnata nel mondiale di calcio per nazioni non riconosciute, Corriere della Sera, 11 luglio 10.07.2008 | Società civile I padroni della vita I padroni della vita di ADRIANO SOFRI Quanti modi ci sono di essere padri. C’è l’avviso terribile che il vecchio Taras Bul’ba pronuncia all’indirizzo del figlio: "Io ti ho dato la vita, e io te la tolgo". Padri cosacchi di tanti secoli fa, persuasi di aver messo loro al mondo i figli, e di dover punire il loro tradimento levandoli dal mondo. Ce ne sono ancora tanti, padri così. E madri silenziose, invisibili. Ieri, quando la sentenza di una Corte d’appello, preparata da un orientamento della Cassazione, ha liberato due cittadini italiani dall’incubo più sconvolgente che possa sperimentare persona umana, il padre di Eluana - possiamo chiamarla tutti così, con una confidenza affettuosa, almeno a questo sono serviti sedici anni di agonia - ha risposto a chi gli chiedeva che cosa sarebbe avvenuto adesso: "La medicina l’ha fatto, la medicina metterà fine". La medicina ha preteso di darle la vita, la medicina gliela toglierà. In realtà, una medicina piegata a un assolutismo dell’autorità statale e della morale dogmatica e delle procedure di routine ha finto una vita e ha negato la morte che era sua - "l’ora della nostra morte" - a una giovane donna, emulando, contro il fine cui medicina e amore per il prossimo devono ispirarsi, la ferocia patriarcale di un atman cosacco. Il signor Beppino Englaro e la sua moglie erano restati per più di due anni, giorno e notte, al capezzale della loro figlia meravigliosa, "la creatura più splendida che abbia conosciuto", come dice il padre. Poi, quando non c’è stata più speranza, per quattordici anni - quattordici anni - hanno chiesto alla società e alle sue autorità, mediche, giudiziarie, di opinione, di riconoscere due cose incontrovertibili. Che lo "stato vegetativo" di Eluana era irreversibile, e che dunque qualsiasi cura non era che accanimento straordinario, protrazione di un’agonia senza scampo. E che Eluana aveva espresso lucidamente e inequivocabilmente la propria volontà, quando il destino l’aveva portata, nella stessa rianimazione che avrebbe accolto lei, a misurarsi con la disgrazia di un giovane amico. Per quattordici anni, e una tormentosa sequela di processi e sentenze, i signori Englaro hanno aspettato che la società e le sue autorità riconoscessero la propria stessa legge, e hanno sacrificato a questa tremenda attesa la legge stessa dell’umanità, che viene prima e sopra quell’altra, e che ai loro occhi non si era mai offuscata. Ancora una volta, attraverso una famiglia, la legge dell’amore si è misurata con quella dello Stato, e di una religione che non dovrebbe essere di Stato, e la legge dell’amore ha tenacemente atteso, fino all’abnegazione. Ha voluto quello che le spettava: "la luce del sole". Non c’è stata sfida, questa volta, non il gesto comprensibile e forse perfino ammirevole che tagliasse corto e separasse le persone dallo Stato, e nemmeno il compromesso tacito e ipocrita che tanto spesso supplisce all’ottusità: c’è stata una pazienza che dovrebbe chiamarsi eroica, se le stesse parole troppo forti non le fossero estranee. Ascoltavo le risposte di Beppino Englaro ieri, sul sito di questo giornale, ed ero spaventato da una calma ragionevole e argomentante appena sotto la quale si sentiva una tempesta. ("Quando la vedo, spaccherei il mondo", aveva detto, dieci anni fa). Un importante monsignore ieri ha voluto invitare a una "minor emotività"! Ha voluto ancora evocare appelli e impugnazioni e annullamenti e ripensamenti, ha voluto ancora chiamare col nome oltraggioso di eutanasia la ratifica di una fine che si è consumata un immemorabile tempo fa. Come davanti alle porte del tempio di Welby, si sente la mancanza di quell’appello: Dio li perdoni. Per tutti questi anni il signor Englaro ha aspettato di poter usare il minuscolo avverbio "più", e ieri l’ha fatto. Che cosa pensa delle polemiche? - gli chiedevano. "Non mi toccano più. Non mi riguardano più". Più - ecco la parola della liberazione. D’ora in poi, ha detto, questa torna a essere una vicenda puramente famigliare. Gli hanno chiesto: "E chi vorrà vedere, a chi vorrà essere vicino in un momento come questo?". "Mi basta e mi avanza mia moglie". Era impressionante e grandioso il modo barbaro d’esser padre di Taras Bul’ba, è bellissimo il modo d’esser madre e padre dei signori Englaro - quel dire a voce bassa: "Io sono mia figlia". Mi auguro che la volontà di discrezione non faccia dispiacere loro il sentimento col quale tanti di noi hanno accolto la sentenza di ieri, ma è un fatto che quando il caso, e quel caso speciale e traditore che è la disgrazia, mette a fuoco persone che si sarebbero tenute nella propria cerchia privata, se ne ricava una soggezione tanto più turbante per il contrasto con lo spettacolo pubblico e le sue quotidiane lotterie di capodanno. "Siamo orgogliosi di vivere in uno Stato di diritto", ha detto ancora il signor Englaro. Anche questa è una frase da incidere, in questo momento, e a contrasto con questo momento. E si è guardato dal dire che cos’era fino a ieri, questo Stato, quando sentenziava di inchiodare senza fine al suo letto quel "purosangue della libertà" che era stata Eluana. Le questioni di vita e di morte andavano di traverso alla politica, che preferiva lasciarle a stregoni, preti e medici, salvo che nella propria versione specializzata, le questioni di guerra e di pace - cioé di guerra. Ora che non può farne a meno, ora che la vita dei vecchi non vuole più finire, e le macchine fanno miracoli, e i corpi benestanti vogliono assicurarsi corpi di scorta, la politica non può più voltare la testa dall’altra parte. Ma continua a farlo. A riconvocare certezze di preti, obiezioni d’incoscienza di medici, intime discrezioni di magistrati, unguenti di stregoni. 25.06.2008 | Società civile Al Tappone Ora d’aria - l’Unità, 24 giugno 2008 Si era pure messo un Panama bianco, modello Al Capone, sul capino bitumato, per impressionare il vescovo e farsi dare la santa comunione anche se è un massone divorziato. “Fate in fretta a cambiare queste regola”, gli ha intimato, non bastandogli quelle che cambia ogni giorno lui per salvarsi dai processi. Ma il vescovo di Tempio-Ampurias, Sebastiano Sanguinetti, che in confessionale ne ha visti sfilare di peggiori, non s’è lasciato intimidire: “Per queste deroghe, lei che può, si rivolga a chi è più in alto di me”. Non si sa se alludesse semplicemente al Papa, che Al Tappone considera comprensibilmente un suo parigrado, o direttamente al Padreterno, col quale potrebbero sorgere alcune incomprensioni. Soprattutto a proposito di certe usanze dell’illustre Padre della Chiesa di scuola arcoriana: tipo allungare mazzette per comprare politici (Craxi) o giudici (Mondadori), accumulare fondi neri in paradisi fiscali, magnificare l’evasione fiscale alle feste della Guardia di Finanza, frequentare mafiosi travestiti da stallieri. Usanze non troppo compatibili col VII comandamento, “Non rubare”, che pare non sia ancora depenalizzato. Ieri, su Repubblica, Edmondo Berselli suggeriva opportunamente all’aspirante comunicando di chiedere, “prima della comunione, la confessione”. Ma non vorremmo essere nei panni del confessore (a parte il superlavoro che gli capiterebbe tra capo e collo, nel giro di due minuti il sant’uomo diventerebbe una “tonaca rossa”, verrebbe accusato di fare un “uso politico della confessione” e poi ricusato a vantaggio di qualche collega di Brescia). Immediatamente le tv e i giornali al seguito, cioè quasi tutti, han cominciato a interpellare altri divorziati e peccatori famosi, ma anche qualche confessore di vip, per lanciare una gara di solidarietà in favore del Cavaliere in astinenza da ostie. Il pover’uomo soffre così tanto che bisogna far qualcosa, profittando delle norme ora in discussione in Parlamento. Si potrebbe sospendere per un anno il divieto di partecipare all’eucarestia a tutti i battezzati nel 1939, sotto il metro e 60 e col cranio asfaltato, che abbiano divorziato nel 1985, risposandosi nel 1990 con donne chiamate Veronica nel corso di cerimonie civili officiate da Paolo Pillitteri, avendo come testimoni Bettino e Anna Craxi, Confalonieri e Letta. Così si darebbe il tempo al Parlamento e al Vaticano di concordare un Lodo Schifani-Bagnasco che modifichi contemporaneamente la Costituzione della Repubblica Italiana e il Codice di Diritto Canonico, con una deroga all’indissolubilità del matrimonio per tutte le alte cariche dello Stato e della Chiesa, divorziate e non, che consenta loro di accostarsi alla santa comunione per tutta la durata del mandato. Il che, si badi bene, non significa una licenza di divorziare sine die: il divieto ricomparirebbe alla scadenza dell’incarico, in ossequio al principio di eguaglianza. Del resto, già nella legge sulle intercettazioni è previsto qualcosa di simile: per arrestare o indagare un sacerdote, il magistrato è tenuto ad avvertire il suo vescovo; per indagare o arrestare un vescovo, deve avvisare il Segretario di Stato vaticano. Il che lascia supporre che, per indagare eventualmente sul Segretario di Stato, si debba chiedere il permesso al Papa; e per indagare - Dio non voglia - sul Papa, rivolgersi direttamente al Padreterno. Ecco, basterebbe estendere il Lodo a preti, vescovi, segretario di Stato e Papa per risparmiare fatica. Si dirà: ma il Segretario di Stato, il Papa e la stragrande maggioranza dei preti e dei vescovi non commettono reati. Embè? Nemmeno i presidenti delle Camere, della Repubblica e della Consulta hanno processi. Ma li si immunizza lo stesso, perché non si noti troppo che l’unico autoimmune è Al Tappone. Altrimenti, come per la legge bloccaprocessi, lo si costringe al triplo salvo mortale carpiato con avvitamento: farsi le leggi per sé e poi a dichiarare che chiederà di non beneficiarne (ben sapendo, peraltro, che le leggi valgono per tutti, anche per lui). E dire che negli anni 80, liquidata la prima moglie, il Cainano aveva accarezzato una soluzione che tagliava la testa al toro: come rivela il suo confessore, don Antonio Zuliani da Conegliano Veneto, aveva pensato di “chiedere l’abolizione delle prime nozze alla Sacra Rota. Ma poi non ha voluto”. Si sa com’è questa Sacra Rota: infestata di toghe rosse. Peccato, perché all’epoca era ancora in piena attività l’avvocato Previti, che per vincere le cause perse aveva un sistema infallibile. Senza bisogno di cambiare le leggi. Marco Travaglio www.voglioscendere.it Neanche il buon gusto All’unanimità. Così è stato votato dal Consiglio dei ministri il provvedimento che garantisce l’impunità a Berlusconi. Dunque Berlusconi ha votato per se stesso, con il buon gusto che lo contraddistingue, dalla punta delle scarpe (coi tacchi) alla cima dei capelli (finti e tinti). Il ministro Alfano ha chiarito, nella conferenza stampa andata in onda in diretta su Rainews 24, che Berlusconi era presente, né si è allontanato per il voto. Anche se sarebbe stata una ridicola finzione, visto che a votare c’erano i suoi esecutori: quelli del suo partito, che sono suoi dipendenti (in testa il ministro della Giustizia); quelli della Lega, che hanno il loro tornaconto e quelli di An, che non esistono proprio. Ma i più squallidi sono i leghisti, che dicono di sostenere le ragioni dei cittadini e poi si limitano a fare il lavoro sporco per Berlusconi. E quando proprio vogliono togliersi una soddisfazione, visto che sono uomini duri, se la prendono coi bambini rom. La chiamano «politica del territorio», forse perché il loro territorio di riferimento è Auschwitz. Maria Novella Oppo Oggetto: Sanzione di 390 euro a 3 pakistani per un mango Egregio Direttore, leggiamo nell’edizione odierna di Bresciaoggi della sanzione di 390 euro comminata a tre pakistani per essere stati sorpresi a mangiare un mango nei giardino di via Bevilacqua. La prima reazione che genera una notizia di questo tipo è di ilarità. Noi non c’eravamo, quindi non sappiamo come si siano svolti i fatti, ma abbiamo difficoltà a comprendere come l’atto così banale e consueto come quello di mangiare un frutto abbia fatto scattare una sanzione così pesante anche rapportata al probabile basso reddito di chi l’ha subita. Quale sia il confine fra magiare un frutto, dare una merendina ai bambini e fare un vero pic-nic vietato nei parchi, è un po’ difficile da immaginare. Il dubbio che non si usi lo stesso metro per persone immigrate e bresciani veraci resta. Chissà quante volte i solerti tutori dell’ordine si sono imbattuti in ragazzi bresciani intenti a festeggiare compleanni o fidanzamenti nei parchi oppure anziani che tra una giocata a carte e un’ amarcord hanno affetto un salame aggiungendo un po’ di vino rosso ? Non si è mai saputo di multe affibbiate per reati di cotanta natura ! Il timore che questo "nuovo corso" sia contaminato da una punta di razzismo c’è. Non sarebbe male se il Comandante fornisse ai cittadini maggiori dettagli e rassicurazioni in merito. I Verdi di Brescia 25.06.2008 | Comunicazioni Omicidio Rostagno
Omicidio Rostagno, l’ultimo mistero corre dalla mafia alla Somalia di Saverio Lodato - 23 giugno 2008 Palermo. Chi ha ucciso Mauro Rostagno? E perché? Venti anni dopo, uno dei delitti eccellenti in Sicilia negli anni ottanta trova una sua, sia pur... parzialissima, risposta: fu la mafia del trapanese ad eliminare con quattro colpi di fucile calibro 12 e due di pistola calibro trentotto, il giornalista scomodo, il fustigatore coraggioso che dagli schermi di una televisione privata trapanese (RTC) sbatteva quotidianamente in faccia ai cittadini scandali e corruzione, i nomi dei mafiosi e dei massoni che soffocavano la società civile, denunciava quei politici che, con mafia e massoneria, andavano a braccetto. La prova, oggi, viene da una definitiva perizia balistica sulle armi e le cartucce rinvenute sul luogo del delitto. Gli investigatori ritengono esistere «significative analogie» che provano l’appartenenza all’arsenale della «famiglia trapanese». Era il 26 settembre 1988, quando in località Lenzi, aperta campagna alle porte di Trapani, un commando sorprese Rostagno che in compagnia di Monica Serra, una ragazza di 24 anni, stava rientrando in auto nella comunità Saman che gestiva, insieme a sua moglie Chicca Roveri e al suo amico Francesco Cardella, per il recupero di tossicodipendenti. Mauro non ebbe scampo. Monica, che era ospite della Saman, se lo vide morire accanto. Da quel giorno si scatenarono illazioni e suggestioni, ipotesi cinematografiche o letterarie, leggende metropolitane d’ogni tipo. E chi diceva che il delitto fosse maturato dentro la comunità per ragioni sentimentali, gelosie e invidie. E chi diceva che Cosa Nostra fosse totalmente estranea al delitto. E chi, e non erano pochi, dicevano che Mauro se la fosse comunque cercata. E chi adombrò persino il sospetto che lo avessero ucciso i suoi «ex» militanti di Lotta Continua perché si era deciso a fare i nomi degli assassini del commissario Luigi Calabresi, nell’agguato di sedici anni prima a Milano. Non è un caso, infatti, che le prime indagini dei carabinieri, piuttosto che privilegiare la radiografia di quella mappa di poteri duramente aggrediti dal giornalista, ruotarono proprio sulla sua figura, la sua vita privata. Ne parliamo oggi con Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, diventato titolare delle indagini da quando (dieci anni fa) il fascicolo venne trasmesso dalla Procura trapanese al «pool» antimafia di Palermo. Dottore Ingroia, perché ci vollero dieci anni per individuare la pista mafiosa? «Sino a quel momento la Procura di Trapani non ritenne che vi fossero certezze sulla mafiosità di quel delitto. Furono decisive le dichiarazioni di Vincenzo Sinacori, il primo pentito della mafia trapanese, che si dichiarò certo del coinvolgimento dei vertici locali di Cosa Nostra. Intanto la Procura di Trapani aveva già imboccato la cosiddetta "pista interna" che aveva portato all’arresto della moglie di Rostagno, di Monica Serra, e di altri ospiti della comunità accusati di essere gli esecutori materiali. Fra gli indagati c’era anche Francesco Cardella che per anni rimase all’estero». Ma su cosa si basava una simile «pista interna»? «Si era costruito un mosaico indiziario sostenuto anche da incongruenze e contraddizioni nelle testimonianze dei componenti e dei responsabili della Saman che fece parlare qualcuno di "delitto fra amici"». Che fine ha fatto la «pista interna»? «Gli arresti furono tutti scarcerati dal Tribunale della Liberà e la Procura di Palermo prese atto della inconsistenza del quadro probatorio. Si giunse così alla richiesta definitiva di archiviazione per questa ipotesi investigativa. Decollò così finalmente, anche se con dieci anni di ritardo, l’indagine sulla pista mafiosa». Sinacori rimase l’unico a prospettare la pista mafiosa? «No. Si aggiunsero altri collaboratori, sia trapanesi che palermitani, che confermarono il ruolo decisivo della "famiglia" mafiosa di Trapani guidata all’epoca da Vincenzo Virga». Sarà Virga, attualmente detenuto per associazione mafiosa, l’unico chiamato a rispondere dell’omicidio Rostagno? «Il segreto investigativo non mi consente di rispondere. Ma confermo che secondo la Procura di Palermo Rostagno fu ucciso dalla mafia». Ma solo mafia, tanto per cambiare? «La matrice mafiosa non esclude la possibile convergenza con gli interessi di altri ambienti vicini alla mafia a eliminare un giornalista scomodo come Rostagno». Dottor Ingroia, ma non le pare davvero singolare che per fare una perizia balistica ci siano voluti vent’anni? «Mi limito a dire che quando l’esito della perizia diventerà pubblico le sorprese investigative non mancheranno». Proprio qualche giorno fa a Riccione, per iniziativa della fondazione in memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono stati mostrati documentari in cui si da per certo che Mauro fosse riuscito a filmare, su una pista abbandonata del trapanese, il trasbordo di armi sui velivoli militari italiani destinati alla Somalia. Sono dunque in molti a ipotizzare un collegamento fra i due delitti. «Ho indagato a lungo in questo senso. Alcuni testimoni hanno sostanzialmente confermato l’episodio, inclusa una visita di Rostagno a Giovanni Falcone per raccontargli tutto quello che sapeva. D’altra parte, prima non le dicevo che un movente di mafia non esclude altri moventi?». saverio.lodato@virgilio.it L’UNITA’
6.06.2008 | Società civile La peste è intorno a noi La peste è intorno a noi Napoli è solo la punta dell’iceberg. L’Italia è una penisola attraversata da montagne di spazzatura, ingentilita da pianure di rifiuti tossici, percorsa da fiumi di liquidi nocivi e circondata da un mare di merda. Napoli è ovunque. Discariche abusive, puzze insopportabili, carogne a cielo aperto, veleni sversati nei campi sono una caratteristica del paesaggio italiano. E’ sufficiente un giro in bicicletta fuori porta per scoprire i nuovi tesori. Una macchina fotografica, una mascherina contro gli odori pestilenziali. Tutti possiamo diventare cercatori di monnezza. Napoli non è sola. Napoli è ovunque ci sia un’amministrazione pubblica corrotta. Un partito che usa il voto di scambio per gonfiare le assunzioni nelle società di raccolta dei rifiuti. Ovunque sia presente un’azienda che paga dei criminali per buttare le scorie nei campi, mescolati con la terra fertile. Napoli è ovunque i cittadini si voltino dall’altra parte per paura, per indifferenza o per mancanza dello Stato. Ovunque ci sia un sindaco, un assessore, un parlamentare che si faccia eleggere grazie alle tangenti sui rifiuti o alla contiguità con le ecomafie. La spazzatura è il simbolo della seconda Repubblica. L’ultimo e più lucroso business dei partiti. Il pozzo nero di San Patrizio delle concessionarie dello Stato, delle municipalizzate ripiene di funzionari di partito quotate in Borsa. I partiti sono la vera piovra. Si sono divorati il sistema industriale italiano. Gli rimane il business degli inceneritori e delle discariche. Napoli è a Castellamonte, nel verde Canavese, con sindaci, dirigenti e impiegati dell’ASA, azienda per il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti, finiti sotto inchiesta o agli arresti domiciliari. La Procura li accusa di aver disperso e mescolato i rifiuti in terreni agricoli o stoccati in discariche abusive. Napoli è in Piemonte dove, prima dell’esito dell’inchiesta: “I sindaci sono schierati al fianco degli indagati” e: “I lavoratori sono solidali con i vertici”. Napoli è in Lombardia, nelle discariche di Gorla Maggiore e di Olgiate. Nell’inchiesta Monnezza Connection. I rifiuti provenienti dal Sud invece di essere trattati erano mescolati con scarti industriali, tramutati nelle carte in rifiuti non pericolosi e spediti a Grottaglie in provincia di Taranto. Napoli è nei cinquecentomila metri cubi di spazzatura in una discarica abusiva in Puglia che ha inquinato il fiume Cervaro. Napoli è nel degrado del Parco dell’Etna dove, più che la natura, sono protette le discariche abusive, con un degrado spaventoso. Basterebbero poche parole per cambiare tutto: “Raccolta differenziata” e “La spazzatura è una risorsa”. La peste è intorno a noi. Napoli può essere la tua terra, il tuo assessore, il tuo sindaco, il tuo partito. Un’epidemia trasmessa dall’indifferenza. www.beppegrillo.it
14.04.2008 | Società civile Ora d’aria
Ora d’aria l’Unità, 19 aprile 2008 Mentre i migliori analisti ed editorialisti del bigoncio continuano a spacciare la favola del Berlusconi “trasformato”, dello “statista che vuol passare alla Storia” con la “rivoluzione liberale” senza ricadere negli “errori del passato”, lui riparte esattamente da dov’era partito nel 1994 (la rissa con Bossi per il ministero dell’Interno è un pezzo di repertorio di 14 anni fa) e da dov’era arrivato nel 2006. In attesa di trasferirsi a Napoli per risolvere da par suo l’emergenza rifiuti, ieri e l’altroieri il Cainano era in una della sue ville, la numero sette, quella in Costa Smeralda, con l’amico Putin. Per sottolineare la gravità della crisi mondiale, ma anche per evidenziare la dura posizione che assumerà il nuovo governo italiano sulle continue violazioni dei diritti umani in Russia, il futuro presidente del Consiglio si è portato dietro la compagnia del Bagaglino. Una ventina di elementi aviotrasportati dal Salone Margherita a Villa Certosa, fra cabarettisti e ballerine, hanno intrattenuto i due statisti - provvidenzialmente sprovvisti delle rispettive consorti - fino a notte fonda. Senza dimenticare una cantatina con Mariano Apicella, peraltro in fase calante. Nei ritagli di tempo, fra una gag, un balletto e un karaoke, s’è parlato anche di Alitalia, che un mese fa lo Statista voleva regalare ai figli e ad Air One (già pronto il nuovo marchio: Pier One), salvo ripiegare due giorni fa su Air France-Klm (“ne parlerò con l’amico Sarkò”) e ieri su Aeroflot. Intanto a Roma Enrico Letta perdeva tempo con lo zio Gianni a parlare della compagnia di bandiera, mentre il padrone d’Italia giocava più proficuamente con la compagnia del Bagaglino. Col consueto senso dell’opportunità, il Cainano s’è vantato con l’amico Vladimir di aver espulso dal Parlamento “anche gli ultimi comunisti”: il che, detto a un ex ufficiale del Kgb, fa sempre un certo effetto. Poi è passato al suo argomento preferito: la stampa che rema contro e demonizza. Per un giorno non ha citato l’Unità, ma l’ha almeno pensata: “Farei volentieri il cambio tra stampa russa e italiana”. Battuta felicissima, se si pensa che in Russia i giornalisti di opposizione non si limitano a licenziarli con editto bulgaro: li ammazzano proprio. Data l’età e lo scarso equilibrio di cui dà prova, sarebbe opportuno circondare il Cainano di premurose badanti in grado di sedarlo, con discrezione, quando appare un po’ su di giri e si avventura in discorsi pericolosi. Invece è attorniato da servi, per giunta sciocchi, che fanno “sì sì” con la testa a qualunque stronzata. E’ stato così anche ieri: anziché praticargli sottobanco una punturina, il suo staff l’ha incoraggiato a proseguire. E così si è consumata la tragedia. Una giornalista, ovviamente russa, ha posto una domanda vera a Putin, a proposito del suo possibile divorzio dalla moglie per coltivare la love story con una giovane e avvenente atleta. L’amico Vladimir l’ha gelata con lo sguardo. L’amico Silvio, non abituato a giornalisti che fanno domande, le ha mimato il gesto del mitra. La malcapitata, che ha negli occhi le immagini di Anna Politkowskaja e altri colleghi assassinati dopo aver parlato male di Putin, è rimasta impietrita. Poi è scoppiata in lacrime, temendo che le resti poco da vivere. A quel punto il Cainano l’ha consolata alla sua maniera: “La prossima volta invitiamo anche lei”. Praticamente le ha offerto un posto al Bagaglino. Chissà perchè la presenza di Putin riesce ogni volta a peggiorare la sua già spiccata volgarità verso il genere femminile. Il 23 aprile 2004 il quotidiano russo “Kommersant” raccontava la visita di Silvio e Vladimir alla fabbrica Merloni di Lipetsk, 400 km. da Mosca: “Berlusconi era particolarmente attivo ed era chiaro che aveva un obiettivo: non sarebbe stato contento se non fosse riuscito ad avvicinarsi a un gruppo di operaie. Poi, rivolto a Putin: ’Voglio baciare la lavoratrice più brava e più bella’. Aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s’è scansata, ma il signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia. E ha scosso l’operaia ridendo, quasi volesse buttarla a terra. L’unica cosa che la donna ha potuto fare è stato rifiutarsi di ricambiare i baci. Putin assisteva alla scena immobile, gelido. Pare che non sopporti più i continui scherzi e giochetti pesanti dell’amico Silvio”. Stavolta, vista anche l’età, è tutto ancor più triste. Meno slancio, più Viagra. E il progressivo trasferimento della nostra diplomazia dalla Farnesina al Salone Margherita viene festosamente accolto dalla stampa italiana al seguito che, per non disturbare, ha improvvisamente smesso di ricordare chi è Putin, che cosa accade ogni giorno sotto il suo terrificante regime con omicidi politici e arresti di oppositori. Oggi, per comprendere la gravità di quel che è accaduto ieri, è consigliabile la lettura dei giornali stranieri. Marco Travaglio www.voglioscendere.it
3.04.2008 | Società civile La grande truffa dei partiti 10 aprile 2008, in Pino Corrias La grande truffa dei partiti: spese 117, rimborsi 500 Vanity Fair, 16 aprile 2008 Se non siete di Ceppaloni, se non sposerete il figlio o la figlia di un miliardario, il lavoro che fa per voi è fondare un partito, investire un po’ di soldi nella prossima campagna elettorale e poi diventare ricchi. Con i rimborsi. Secondo la relazione della Corte dei Conti appena depositata alle Camere, i partiti hanno incassato 500 milioni di euro di rimborsi elettorali, oltre quattro volte i 117 milioni spesi nella campagna elettorale del 2006. Una magia resa possibile da piccolissime modifiche legislative modellate in silenzio, mese dopo mese, legislatura dopo legislatura, dagli stessi parlamentari che erogano davanti a uno specchio. E dietro allo specchio incassano. Dal 1993 a oggi - rivela una istruttiva ricerca dei Radicali - i partiti hanno aumentato i propri contributi del 600 per cento. Cavalcando la prateria di cinque elezioni successive, mentre nel Paese reale accadevano piccoli inciampi senza importanza, come Tangentopoli, le bombe di mafia, la globalizzazione, l’ascesa della Lega Nord e poi di Berlusconi, un referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti, lampi di terrorismo con morti ammazzati, la resa di almeno tre regioni del Sud al potere nero del crimine, il collasso campano. E insomma quella deriva italiana che va separando l’iceberg della politica e dei politici dalle onde oceaniche del risentimento che monterà, prima o poi, in tempesta. Sarebbe interessante sapere se qualcuno - a destra o a sinistra - dirà una parola su questo mezzo miliardo di euro appena dissipati per mantenere la destra e la sinistra. Specialmente in questo finale di partita elettorale, tra le cento promesse per alleviare la quarta settimana degli italiani sprovvisti di partito (e di rimborsi). Sarebbe interessante, ma non accadrà.
Tutti con Totti Maria Novella Oppo Dopo tanti passaggi in tv, i candidati premier sono tutti senza voce e un po’ invecchiati. E più di tutti quello che era già vecchio da prima e, nel corso della campagna elettorale, ha sparato le sue ultime cartucce contro il presidente della Repubblica, contro le donne, contro i magistrati, contro gli eroi dell’antimafia e perfino contro Totti! Ma questo alla fine gli è sembrato troppo. Tanto che ieri, per l’ennesima volta, ha ritrattato, sostenendo in tv di non aver voluto dire che il campione romanista è scemo, ma solo ’strumentalizzato’. Nelle precedenti elezioni l’aver definito coglioni quelli che votavano per l’avversario non sembra abbia giovato al cavaliere, tant’è che perse. E ora noi coglioni comunisti e grulli, nonché strumentalizzati, insieme appassionatamente a Totti, George Clooney, Nanni Moretti, Camilleri, Sabrina Ferilli, Benigni e molti altri, siamo fermamente intenzionati a mettere a riposo l’amico di Mangano, più tutti gli amici degli amici, ai quali baciano le mani i feroci padani, pronti a morire per un posto a Roma. Bugie con le gambe corte. «Non ho mai chiesto a Di Pietro di fare il ministro dell’Interno» «Di Pietro? Sì che mi piacerebbe averlo come ministro» Berlusconi, Costanzo Show, 22 febbraio 1994 «Ho fatto presente che non potrò accettare il pur prestigioso incarico di ministro» Antonio Di Pietro dopo l’incontro con Silvio Berlusconi, 7 maggio 1994 Silvio Berlusconi a Porta a Porta, 10 aprile 2008, Ansa 19.03.2008 | Società civile Brescia, la provincia che si è mangiata più territorio
L’ANALISI I dati Legambiente e Politecnico di Milano classificano la nostra terra come la più urbanizzata in Lombardia Brescia, la provincia che si è mangiata più territorio Il monitoraggio fa riferimento al periodo 1999-2004: da allora nessuno più ha «certificato» il consumo di aree Una panoramica della città che, annualmente, secondo i dati presentati da Legambiente e Politecinico di Milano, consuma 37 ettari di suolo È la provincia più «sciupasuoli» della Lombardia. Un primato che Brescia si è conquistata «mangiandosi», ogni anno, dal 1999 al 2004, un’estensione di terreno pari a qualcosa come 1.858 campi di calcio. Niente partite di pallone però, perché su quei campi si sono disputate ben altre disfide a partire da quelle immobiliari o infrastrutturali. Il dato sul terreno consumato dall’urbanizzazione è, tradotto in altre unità di misura, di 929 ettari di superficie per anno, cifra che risulta, in assoluto, la più alta della regione. Brescia insomma «fa meglio» anche di Milano che, notoriamente, presenta una situazione consolidata di cementificazione pervasiva. «Solo» 609 ettari per anno per il capoluogo regionale, superato di poco, 616 ettari, da Mantova, e dai 634 ettari accumulati dai cugini bergamaschi. La «spifferata» sulla dieta ipercalorica condotta dalla nostra provincia arriva, in anteprima, rispetto alla pubblicazione dello studio complessivo, direttamente da chi quello studio lo ha realizzato: Legambiente e DiAP (Dipartimento di Architettura e Pianificazione) del Politecnico di Milano. Un’analisi che si è mossa dalle immagini landsat, quelle cioè scattate da satellite, di proprietà di Arpa (agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) che sono diventate leggibili, attraverso tecniche Gis, in modo da offrire le differenze di uso del suolo entro le due soglie temporali del 1999 e del 2004. «Oltre all’allarme sulla trasformazione del suolo, si pensi che ogni anno in Lombardia, con le varie opere di urbanizzazione si realizza un città grande proprio quanto Brescia - dice Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale del Politecnico di Milano, che si è occupato del confezionamento dei dati - c’è anche quello derivante dal fatto che nessun organo istituzionale abbia fatto richiesta delle immagini Arpa dal 2004 in poi per essere lette, come a dire che il tema non è interessante o conveniente da approfondire». «È necessario invertire la rotta - sostiene Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia - il suolo infatti è una risorsa non rinnovabile e una volta consumato non sarà più disponibile per le generazioni future. Occorrono dunque politiche e norme efficaci contro la dilapidazione del patrimonio territoriale che purtroppo è favorita da Comuni per i quali le concessioni di nuovi volumi edificabili rappresentano il modo migliore per fare cassa». Ecco perché per innescare un processo virtuoso «vorremmo ricorrere alla compensazione ecologica preventiva - prosegue Pileri - una sorta di ’’baratto’’ che garantisca all’Amministrazione per un metro quadro di terreno edificabile la realizzazione, sullo stesso terreno comunale, di due metri quadri di bosco, una buona norma già prevista in altre nazioni europee, come la Germania». Cecilia Bertolazzi Il comune di Cassinetta di Lugagnano (MI) si è dotato in marzo del 2007 di un Piano di Governo del territorio a crescita zero. La cosa, in un mondo in cui non si parla che di crescita, ha del sensazionale. IL PROLOGO Cassinetta di Lugagnano (MI) è un comune del Parco Lombardo della Valle del Ticino, riserva della Biosfera UNESCO. Nel mezzo di una bella pianura irrigua, una mezzaluna fertile, che va da Melegnano a Legnano. Ma come tutti i comuni a sud della grande metropoli milanese, è sottoposto ad una fortissima pressione a costruire. Infatti, il sud-ovest Milano, con il solo 19% di territorio urbanizzato, è il naturale luogo dove sfogare l’ “incontinenza” edilizia della grande metropoli e dove realizzare grandi infrastrutture, dettate dal modello di sviluppo che ha già creato Malpensa e che ci porterà (forse) Expo2015 e tutte le sue conseguenze. LE ELEZIONI Quando nel 2002 il sindaco Domenico Finiguerra è stato eletto, con il 51% alla guida dell’amministrazione comunale di Cassinetta di Lugagnano, il programma elettorale al capitolo “urbanistica” prevedeva in maniera molto chiara ed esplicita la volontà di: LA CRESCITA ZERO La scelta del risparmio del suolo e l’adozione del principio ispiratore cosiddetto della “crescita zero” per tutta la politica urbanistica dell’amministrazione derivava dalle seguenti convinzioni/costatazioni: LA DECISIONE La decisione di adottare la “crescita zero” quale faro della politica urbanistica, anche se già ampiamente prevista dal programma amministrativo, è stata confermata successivamente anche attraverso assemblee pubbliche aperte a tutta la cittadinanza. Nell’ambito del procedimento partecipato di elaborazione del PGT il dilemma da sciogliere è stato sostanzialmente il seguente: “per finanziarie le opere e i servizi necessari alla comunità, la comunità stessa preferisce: IL BILANCIO COMUNALE Fin dall’insediamento, la politica di bilancio è stata improntata al massimo rigore, puntando alla realizzazione di un importante e strategico obiettivo: “l’emancipazione” del bilancio dagli oneri di urbanizzazione. Progressivamente, a partire dal 2002, è stata ridotta fino allo 0 (zero) % (obiettivo raggiunto contestualmente all’approvazione del PGT) la quota di oneri di urbanizzazione destinata al finanziamento delle spese correnti. Inoltre, anche sul lato delle spese in conto capitale (investimenti) si è proceduto con una intensa e faticosa ricerca di contributi provinciali, regionali e statali a fondo perduto. Il Comune di Cassinetta di Lugagnano, nell’ultimo quinquennio ha realizzato opere per circa 4 milioni di euro grazie a contributi della Regione Lombardia e della Provincia di Milano. I pochissimi interventi di recupero dei volumi esistenti o alcuni micro-interventi sono stati autorizzati dall’amministrazione a fronte di ingenti opere pubbliche (a titolo di esempio, con il recupero di una villa del ‘500 e di annesso fienile a fini abitativi, l’amministrazione si è vista realizzare opere aggiuntive per 400 mila euro; la costruzione di una nuova farmacia privata è stata accompagnata alla realizzazione del nuovo polo sanitario). Moltissime sono state le iniziative realizzate per mezzo di sponsorizzazioni (si cita a titolo di esempio la sponsorizzazione del Piano Colore allegato allo stesso PGT da parte di Caparol). La scuola materna è stata costruita accendendo un mutuo finanziato con l’incremento di un punto dell’ICI sulle attività produttive. L’ICI sulla prima casa è rimasta ferma al 6 per mille e l’addizionale irpef al 2%. La tariffa rifiuti prevede il recupero del 100% a carico dei contribuenti. Ma la raccolta differenziata è oltre il 73%. Si fa notare che se non avesse scelto l’opzione crescita zero, l’amministrazione avrebbe potuto ridurre, e di molto, la pressione fiscale sui cittadini e sulle imprese. L’offerta di servizi sociali, educativi e culturali è aumentata e non è stato fatto nessun taglio alla spesa per servizi alla persona. IL PIANO DI GOVERNO DEL TERRITORIO Il PGT del Comune di Cassinetta di Lugagnano è stato approvato definitivamente nel mese marzo 2007, alla vigilia delle elezioni amministrative. Non prevede nessuna zona di espansione. E’ incentrato sul recupero e sulla valorizzazione del patrimonio esistente ed è corredato di un dettagliatissimo Piano del Colore. CONCLUSIONI Riassumendo arrivare ad un PGT a crescita zero è possibile, ma sono necessarie le seguenti condizioni: 1. solidità della maggioranza e impermeabilità alle pressioni esterne che spesso pongono l’amministratore di fronte a offerte difficili da rifiutare: “se mi fai realizzare questo intervento edilizio, ti sistemi il bilancio, fai tante opere pubbliche utili senza sforzo e vieni rieletto oppure fai carriera “. 2. forte condivisione della scelta da parte della comunità e continua partecipazione della stessa (i bambini, le associazioni, i gruppi informali, i singoli cittadini) alle decisioni assunte dell’amministrazione 3. seria politica di bilancio che renda indipendenti sia le spese correnti che quelle in conto capitale dagli oneri di urbanizzazione dovuti a nuovi insediamenti e che ricerchi risorse alternative 4. utilizzo ed incentivo al recupero di tutti i volumi esistenti qualcosa di meglio (forse) è stato fatto per la salvaguardia del paesaggio... ma... LUCI ED OMBRE DEL TESTO LICENZIATO DAL GOVERNO Nuovo Codice dei Beni Culturali e del paesaggio: Italia Nostra esprime i suoi dubbi COmunicato Italia Nostra martedì 25 marzo 2008 Redazione Nei commenti generalmente entusiastici che si sono letti su tutta la stampa si avverte l’eco della dichiarazione trionfale del ministro Rutelli. In questa conclusiva revisione del “codice” Italia Nostra stenta a riconoscere “una svolta storica”. Si tratta invece di un assai cauto intervento correttivo che ripristina talune essenziali garanzie, come in tema di alienazione di beni culturali pubblici (non però nei controlli sui trasferimenti privati all’estero), ma non sa riconoscere nel “centro storico” un unitario bene culturale e, per talune sue disposizioni, segna perfino un arretramento rispetto alla precedente revisione. E’sanzionata infatti la opzione esclusiva per la “gestione” in forma indiretta al fine di assicurare il migliore livello di valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica (è così sancita la mortificazione della responsabilità istituzionale). Né più si vuole che il parere della soprintendenza rimanga in ogni caso vincolante (anche a regime) quando la regione abbia delegato i comuni a rilasciare l’autorizzazione paesaggistica. Bene invece che i nuovi piani paesaggistici (e l’adeguamento di quelli esistenti) siano redatti di intesa da regione e soprintendenze e che il ministero possa autonomamente riconoscere nuovi ambiti di tutela paesaggistica, dettandone la disciplina. Mentre contrasta con il principio costituzionale dell’esercizio unitario della funzione di tutela la previsione che, una volta approvati i piani paesaggistici, il parere delle soprintendenze sulle progettate trasformazioni fisiche dei luoghi cessi di essere vincolante. E’ un cedimento subito nella sede della conferenza unificata stato-regioni che contraddice il testo, sul punto rigoroso, elaborato dalla commissione presieduta da Salvatore Settis. E se pure, in conclusione, ci si voglia dichiarare soddisfatti per il recupero di essenziali funzioni alle istituzioni di tutela dello Stato, non può essere ignorato il problema che gli uffici territoriali del ministero - le soprintendenze - a quelle funzioni non sono in grado di far fronte (perché mantenuti in vistosa carenza di energie professionali e mezzi) e dunque la effettiva salvaguardia del paesaggio esige misure straordinarie che rimandano alla responsabilità politica del nuovo parlamento e del governo che verrà. E non è segno confortante che questo tema (l’adempimento di un precetto costituzionale, nel celebrato anniversario dei sessant’anni) sia rimasto del tutto assente dal dibattito elettorale e che si stenti a riconoscere nel programma dei partiti un prioritario impegno al riguardo. 19.03.2008 | Società civile Il gioco di Silvio
Il gioco di Silvio da Vanity Fair, 20 marzo 2008 Marco Travaglio Avendo già vinto le prossime elezioni Silvio Berlusconi gioca a perderle. Se ne occupa ogni mattina, quando da via del Plebiscito escono i sondaggisti, gli infermieri, le ragazze, e lui resta finalmente solo. Il gioco consiste nell’assottigliare il vantaggio, dissiparlo il più possibile, scongiurare l’eventualità che dopo il 14 aprile sia di nuovo costretto a governare. Ha cominciato esibendo il gesto dell’ombrello e raccontando un paio di barzellette sugli ebrei. Ha continuato elogiando la figura morale di Marcello Dell’Utri, suo candidato in Lombardia. Poi scegliendo con mano sicura Sergio De Gregorio silhouette degli italiani all’estero, e Giuseppe Ciarrapico, quello che celebra Mussolini e Andreotti. Lo ha candidato dicendo che non conterà proprio nulla, anche se porta voti, ottimo elogio della democrazia. Quindi ha messo in campo la sua coppia migliore: l’ex liberista Giulio Tremonti e l’ex ministro della Difesa Antonio Martino. Il primo schierandolo sul confine cinese a studiare dazi contro l’invasione dei musi gialli. Il secondo su quello interno iracheno dove ha intenzione di rispedire le truppe italiane per irrorare la nuova democrazia, a Baghdad. Dopo la squadra, il programma. Alle ragazze precarie ha detto arrangiatevi, o al limite “sposatevi mio figlio che è miliardario”. Ai pensionati ha fatto gli scongiuri. Agli evasori fiscali un sorriso. Agli italiani l’augurio di prossimi sacrifici. A Veltroni ha detto che è la maschera dei comunisti. I quali hanno confezionato un programma copiato dal suo, ma anziché elogiarlo lo ha stracciato in pubblico. Ora ha lanciato l’allarme brogli, perché la sinistra è capace di tutto. Lui solo di vincere. Anche se preferirebbe tanto riposarsi sul lungolago, ha detto, in compagnia di chi sa lui. Ha ancora un mese per riuscirci. www.voglioscendere.it Radio solo io Maria Novella Oppo Non ci viene risparmiato niente, per la gioia di quelli che erano stufi di una campagna elettorale noiosa. Ecco Berlusconi che parla alla radio, con la sua cuffietta di pelame scuro. Si potrebbe almeno evitare di vederlo, ma ci viene riproposto da tutti i tg mentre dice quello che dice, sfiatato come un ambulante negli ultimi minuti di mercato. E non possiamo fare a meno di pensare che, forse, se in passato fosse stato preso il grande vecchio, ora non avremmo questo piccolo vecchio al suo quinto assalto, che, se gli riuscisse, sarebbe definitivo; ma se perdesse, sarebbe finalmente fuori gioco. Se ce la farà, sarà magari per poco, ma col rischio di ritrovarcelo poi presidente della Repubblica, garante della Costituzione che minaccia di stracciare e capo dei magistrati che vuole spedire al manicomio. Soprattutto quelli antimafia, non disposti a riabilitare lo stalliere Mangano, il pluriomicida che non ha testimoniato contro Dell’Utri e Berlusconi. Un eroe della mafia da mettere nei nuovi libri di storia, quelli in cui i partigiani saranno «banditi». Vespa Re Sole Roberto Brunelli Eh sì, verba volant, anche in tv (imago veritas). Tanto per fare un esempio, si parla sempre di quello che i famosi politici dicono a Porta a Porta, o quello che Bruno Vespa dice ai famosi politici, ma non parla mai di come tutto questo viene messo in scena. Dei colori della tv, delle ambientazioni, di come le figure si muovono dentro lo schermo, della loro fisicità. Eppure dovrebbe essere ovvio che il linguaggio della televisione certo non è solo la parola portata sullo schermo, ma anche (teoricamente dovrebbe essere: soprattutto) l’immagine. Invece è estremamente rivelatorio districarsi nella più generale drammaturgia dei talk show. Partiamo, appunto, da Bruno Vespa, di sicuro uno dei soggetti più formidabili della televisione dei nostri tempi: a seconda del tema delle sue trasmissione la sua fisicità cambia, il suo corpo muta. Quando si parla di politica, e sullo schermo alle sue spalle lampeggiano scritte come "La sfida" e i faccioni di Casini e Bertinotti, lui assume, sempre, la postura di Re Sole: sta al centro della scena, e la lunghissima bacchetta che di norma utilizza per indicare il tale o il tal’altro dato dell’ultimo sondaggio chiosato da Mannheimer, la bacchetta la usa come un bastone, sui cui poggia ambo le mani in una tipica postura regale. Immaginatelo con una gigantesca parrucca bianca e l’abito, appunto, da Luigi XIV, e vedrete che la sovrapposizione è perfetta. Non è un caso nemmeno il fatto che lo studio sia bianco, come bianche sono le poltrone: c’è molta luce, negli ambienti di Porta a Porta, molto azzurro e molto bianco, che a voler pensare male sono i colori di Forza Italia il primo e della vecchia cara, mai dimenticata (da Vespa) Dc, il secondo. Anche senza arrivare a tanto, il messaggio è quello di una certa maestà: la storia si fa qui, punto e basta. Se poi gli interlocutori sono sempre gli stessi, e litigano come in un pollaio, vabbè. Quando, invece, l’argomento è leggero, Bruno cambia totalmente. Sporge il suo corpo lievemente in avanti, e simula una disinvoltura che non c’è affatto: lo fa come farebbe la zia Gina. Da Mentana il discorso è molto diverso. Lui predilige colori elettrici, e finge di essere moderno. Enrichetto Mitraglia si pone al centro del palco, in figura pieno, circondato dal pubblico: che è un po’ come dire, almeno nelle sue intenzioni, che è circondato da tutti noi. Lui vuol farci credere, a noi pubblico, che lui "è uno di noi", che pone le domande ai suoi interlocutori come farebbe ciascuno di noi, cosa ovviamente falsissima. Si muove e ride nervosamente, il Mentana, cerca la condiscendenza dell’intervistato. Se l’argomento si fa pruriginoso, lui si liquefa, s’imbarazza, forse si eccita... e non è un bel vedere. Comunque, rispetto a Porta a Porta, Matrix è ben più claustrofobico, come claustrofobici sono in genere gli ambienti delle trasmissioni di La7: chiusi, poco o male illuminati, con i volti che sembrano come uscire dalle tenebre. Mentre Daria Bignardi pare la padrona di casa di una festa molto chic in una calda serata milanese, Antonello Piroso è un caso curiosissimo: quanto è disinvolto e corretto nelle domande, tanto è introverso fisicamente. Ovviamente lo è in maniera paradossale: per cui non ha potuto fare a meno, in una puntata, di ostentare - lui solitamente in abito d’ordinanza - un tatuaggio abnorme sull’avambraccio sinistro. Il segreto dell’introversione? Contate quante volte guarda in basso. Eppure, in tutta la sua introversione, è quello che fa le domande più dirette e apparentemente più sincere della tv italiana. Giovanni Floris, il bravo ragazzo, sta anche lui al centro della scena, ma più come l’arbitro di Roma - Manchester United, corre da un interlocutore all’altro, colui che tutte le mamme vorrebbero come proprio genero. Mostra la stessa gioviale allegria di uno che ogni sabato di dà appuntamento sempre con gli stessi amici nello stesso pub... toh, sembra proprio un pub lo studio di Ballarò. A ciascuno il suo. rbrunelli@unita.it Se la canta e se la suona. «Io non credo che ci sia mai stato conflitto d’interessi: dal ’94 in poi non mi sono più occupato delle vicende del mio gruppo, che ho avuto la fortuna di mettere nelle mani di ottimi manager. E poi se ne occupano i miei figli, ho avuto anche la fortuna di avere figli bravissimi» Silvio Berlusconi, Rai News 24, 7 aprile Il contestato benedica i contestatori Maria Novella Oppo Per i soliti noti dei salotti tv questa campagna elettorale sarebbe noiosa e smorta. Forse, per non annoiarli ci vorrebbe il sangue, perché quanto al resto, di furore ce n’è abbastanza, almeno da parte di Sua Proprietà e soci. Bossi, per esempio, parla di fucili e, per minimizzare, Maroni a Ballarò ha ricordato che «Bossi dice le stesse cose da vent’anni». Mentre per Berlusconi Bossi parla così addirittura «da sempre». Insomma la recidiva si aggrava e nessuno interviene. Tanto meno Fini, che da presidente di Alleanza nazionale che era, è diventato prestanome, anzi prestafaccia, di una alleanza con guitti extracomunitari, visto che la Padania, non esistendo, non fa nemmeno parte della Comunità europea. Intanto Giuliano Ferrara viene contestato dovunque e la candidata premier Flavia D’Angeli sostiene che questo è il minimo che lui si potesse aspettare. Ma sbaglia: è il massimo. Chi lancia le uova sta facendo campagna elettorale per Ferrara al di là delle sue stesse aspettative. Pubblicato il: 08.04.08 Il pretesto della par condicio Maria Novella Oppo Come volevasi dimostrare, Berlusconi non vuole affrontare Veltroni in un faccia a faccia da cui sa di poter uscire stracciato. E non certo perché nell’incontro ravvicinato si vedrebbero di più l’età e il trucco pesante. Il fatto è che Berlusconi è un uomo solo al comando, benché servito di barba e capelli (finti) da una infinità di gregari. E nessun assolutista accetta di mettersi a confronto con i suoi pari, perché questi per definizione non esistono. Figurarsi se può confrontarsi con avversari più preparati e più popolari di lui. Berlusconi ha accettato di incontrare Prodi solo perché lo riteneva facile da battere, anche se poi è stato battuto. Come Mussolini non concedeva a nessuno metà del suo spazio sul balcone di palazzo Venezia, Berlusconi non cede a nessuno spazio vitale sulla «sua» tv. E ora il ripetitore Bonaiuti da tutti i tg ci dirà che la par condicio non lo consente. Ma la par condicio c’era anche nelle elezioni precedenti e non può essere usata nello stesso tempo come muro da abbattere e come riparo per nascondersi. Pubblicato il: 25.03.08 da l’unità Caccia al perditempo. «Non basta una generica promessa di future cordate. Ci vuole un’offerta vera. Se prima dell’offerta pubblica di acquisto di Air France arriverà per Alitalia una proposta migliorativa il governo sarà libero dagli impegni con i francesi. Intanto, astenersi perditempo» Il Sole 24 Ore, corsivo di prima pagina Uliwood party l’Unità, 23 marzo 2008 Marco Travaglio Dice il Cainano che “la svendita Alitalia mi ricorda la svendita della Sme”, ma lui impedirà anche quella. La stampa al seguito registra il tutto come una verità di fede. Come se davvero, nel 1984, l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi avesse tentato di svendere il gruppo agroalimentare di Stato alla Buitoni di Carlo De Benedetti, ma il Cavaliere Bianco avesse sventato la minaccia. La bufala fa il paio con quella della svendita dell’Alfa Romeo alla Fiat, da tutti attribuita a Prodi, ma in realtà imposta da Craxi (Prodi era per la Ford). Piccolo Smemorandum per gli Smemorati. La Sme riuniva i gloriosi marchi alimentari Pavesi, Cirio, Bertolli, De Rica, Motta, Alemagna, Gs, Autogrill e così via. Ma era diventata, grazie alla gestione fallimentare delle Partecipazioni statali, cioè dei partiti, un carrozzone maleodorante che costava allo Stato migliaia di miliardi di ricapitalizzazioni, investimenti e ristrutturazioni. Ed era in perenne perdita, proprio come Alitalia. Prodi la mise sul mercato, rivolgendosi ai colossi del settore: Ferrero, Barilla, coop. Risposero tutti picche. L’unica società interessata era la Buitoni, che il 30 aprile 1984 siglò con l’Iri un pre-contratto d’acquisto: 497 miliardi di lire per il 64,3% del gruppo. Prezzo di favore? Balle: il prezzo viene fissato da due perizie dei professori bocconiani Poli e Guatri (Poli diventerà presidente di Publitalia, gruppo Fininvest). Ed è poi confermato dalla perizia disposta dall’allora ministro delle PPSS Clelio Darida (Dc), che approva l’accordo Prodi-De Benedetti, come pure la commissione Bilancio della Camera, il Cda unanime dell’Iri e il Cipi. Ma poi il premier Craxi si mette di traverso: per lui non sono previste mazzette (diversamente da quelle che pagheranno anni dopo altri offerenti); e considera De Benedetti un nemico. Dunque promuove una cordata alternativa tramite l’apposito Berlusconi. L’amico Silvio, che si occupa di mattone e antenne, non sa da dove cominciare: così costringe, insieme al premier, Ferrero e Barilla a rimangiarsi il diniego all’offerta Prodi. Ma l’operazione va per le lunghe e mancano pochi giorno al closing Iri-Buitoni. Così si organizza in tutta fretta un’azione di disturbo: il 24 maggio un certo avvocato Italo Scalera, compagno di scuola di Previti, offre 550 miliardi per la Sme (il rilancio minimo sui 500 offerti dall’Ingegnere) a nome di misteriosi imprenditori che, al momento, non vogliono comparire. E’ un’offerta falsa, una bufala commissionata dal Cavaliere per prendere tempo. Craxi coglie la palla al balzo e blocca la cessione a Buitoni. Il 29 maggio, finalmente, i Mister X escono allo scoperto: sono Berlusconi, Barilla e Ferrero, che con la società Iar offrono il minimo possibile dopo il rilancio Scalera: 600 miliardi. La prova che il prezzo fissato da Prodi era giusto. La privatizzazione a quel punto si arena in un groviglio di carte bollate. Pantalone continua a ripianare i debiti dei panettoni e dei pomodori di Stato. Poi la Sme verrà venduta a spezzatino,in Italia e all’estero (ma senza il buco nero della consociata Sidalm, indebitatissima, che invece la Buitoni si sarebbe accollata: il che - insieme all’inflazione, alla rivalutazione del ramo alimentare e al fatto che lo Stato cederà non più il 64, ma il 100% del gruppo - spiega l’incasso più alto per lo Stato). De Benedetti ricorre in Tribunale contro l’Iri per il mancato rispetto del precontratto, ma i giudici romani gli danno torto: uno di loro riceverà soldi in Svizzera dalla cordata Iar, tramite gli avvocati berlusconiani Previti e Pacifico. Al processo milanese sulla presunta compravendita di quelle sentenze - tutti assolti - si scoprono altri particolari interessanti. A Berlusconi della Sme (come ora di Alitalia) non fregava nulla: si fece avanti solo per motivi politici. Cinque mesi dopo, ottobre 1984, Craxi si sdebitò con i famigerati “decreti Berlusconi” per neutralizzare le ordinanze dei pretori che avevano sequestrato gl’impianti che consentivano alle tv Fininvest di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia. E i periti della Iar, attivati dai suoi alleati Ferrero e Barilla, avevano valutato la Sme addirittura meno del prezzo concordato da Prodi e De Benedetti. Per gli esperti Barilla, il pacchetto Sme valeva 492 miliardi; per gli esperti Ferrero, 472,5. Meno di quanto offrisse lo stesso De Benedetti. Infatti, prima del diktat di Craxi, Berlusconi aveva dichiarato alla Stampa (23 maggio ‘85): “La Sme è troppo cara”. Ora dice il contrario: cioè che Prodi voleva svenderla. E, come ai bei tempi di Scalera e Previti, annuncia un’offerta bufala per la compagnia di bandiera. Se torna al governo, l’Alitalia è in buone mani. Freud e la finanza creativa. «Sono stato in collegio a Pavia e lì ti facevano un paiolo così. Ho fatto le notti chiuso in un armadio e ogni mezz’ora una sveglia mi obbligava a simulare il bollettino dei naviganti, scandendo il segnale orario. Se non lo facevo erano botte». E gli studi? «Copiavo. Soprattutto in matematica. Ne avevo bisogno. Per due anni ho avuto gli esami a ottobre» Giulio Tremonti, intervistato dal sito KlausCondicio.com, Corriere della sera 20 marzo
13.11.2007 | Comunicazioni 2.03.2008 | Società civile E l’Udc scopre il «padrone»
Maria Novella Oppo La campagna elettorale si va scaldando. Soprattutto all’interno della ex Casa di Sua Proprietà. battezzata Popolo di Sua Libertà dal predellino di un’auto. Un po’ come l’invenzione della Padania, con qualche decennio di ritardo. In attesa che, prima o poi, si levi qualcun altro ad annunciare la nascita di una nuova etnia inesistente, con annesso proclama di liberazione. Tipo: la nazione di Gorgonzola proclama la devolution contro l’oppressione del Parmigiano Reggiano. Per ora ci accontentiamo della sollevazione degli esponenti Udc contro l’ex alleato Berlusconi, di cui da poco hanno scoperto i tanti difetti, quando bastava che credessero a noi, che li conosciamo da un pezzo. Ora dicono che Berlusconi compra tutto e tutti, come ha sostenuto ieri ad Omnibus Buttiglione. Il professore sembrava molto irritato dal fatto che l’uomo più ricco d’Italia voglia comprarsi, magari a caro prezzo, qualche oscuro detentore di simboli dc, quando poteva avere lui gratis. Cioè uno che nel Lichtenstein ci andava, pensate, per insegnare filosofia agli evasori fiscali. Come s’offre Se la rivoluzione non è un pranzo di gala, neanche la campagna elettorale è un gioco da ragazzi. Basta guardare al caso umano di Mastella, apparso in tv per dire mestamente che, se gli si vogliono addebitare tutti i mali della politica, lui è anche disposto a farsi da parte. Poveretto, come soffre. E dire che pensava di fare una furbata, togliendo la fiducia a Prodi proprio mentre stava per prendere misure popolari. Credeva di mettersi in buona luce con Berlusconi, dal quale invece non ha avuto nessuna riconoscenza. Segno che, se si è davvero furbi, non si deve mai contare su quelli che sono diventati ricchi e potenti proprio perché sono più furbi degli altri. E parliamo di Berlusconi, che ieri è apparso in tv, anzi per la verità è scomparso sotto una selva di microfoni, per dire che il programma del Pd «è come il bikini». Strana metafora per uno che ha fatto i miliardi sulla pelle scoperta delle ragazze. Ma ormai è tanto vecchio da pensare che sotto il bikini si nascondano le «vergogne», come dicevano le nostre nonne. Maria Novella Oppo Pubblicato il: 03.03.08 8.02.2008 | Società civile Quanti politici finiti nella spazzatura
8 febbraio 2008, Peter Gomez www.voglioscendere.it Quanti politici finiti nella spazzatura L’Espresso, 7 febbraio 2007 Gli appalti. La scelta delle aree per le discariche. Le aziende di smaltimento. Persino le assunzioni al Commissariato. Nella regione il business dei rifiuti scatena gli interessi di tutte le forze politiche. Da una parte i nomi e cognomi dei dipendenti, dall’altra quelli dei loro sponsor politici. Ecco, se si vuole capire che cosa è davvero accaduto in Campania dove, dall’11 febbraio del 1994, esiste un Commissariato per l’emergenza rifiuti che ha speso quasi 2 miliardi di euro senza riuscire a centrare nessuno degli obiettivi imposti, si può benissimo partire da qui. Da questo lungo elenco di nomi preparato in via ufficiosa nel 2004 dalla direzione del personale nelle settimane in cui, dopo le dimissioni di Antonio Bassolino, il Commissariato veniva scorporato in tre diverse sezioni: rifiuti, acque e bonifica. Leggendo la lista, di cui L’espresso è riuscito a ottenere una copia, diventano, riga dopo riga, chiare le responsabilità di un’intera classe politica: non solo dei bassoliniani del Partito democratico che governano la regione, ma anche dell’opposizione di centrodestra che all’ombra del Vesuvio ha partecipato e partecipa con passione all’immondo banchetto della spazzatura. Sì perché qui la monnezza, un business che tra appalti e stipendi, fattura un milione di euro al giorno, è un affare di tutti. I politici, prima ancora che la camorra, ci guadagnano non solo in termini di consenso elettorale, imponendo assunzioni nei 18 diversi consorzi di raccolta, tutti rigorosamente lottizzati, ma anche indicando le aree di imprenditori amici dove potrebbero essere aperte discariche e centri di stoccaggio, gestendo pompe di benzina convenzionate con le aziende dei rifiuti, improvvisandosi trasportatori e soprattutto creando decine e decine di aziende a capitale misto pubblico-privato dove piazzare amici, compagni di partito e parenti. Anche per questo il Commissariato, dove pure nel corso degli anni hanno lavorato giorno e notte molti tecnici di assoluto valore, si è a poco a poco trasformato in carrozzone dove arrivava, ’comandato’ da altre amministrazioni pubbliche, personale ansioso di intascare le 70 ore di straordinario mensili garantite a ciascun dipendente. Così, mentre il nuovo commissario Gianni De Gennaro va affannosamente a caccia di terreni dove riversare almeno una parte delle oltre 300 mila tonnellate di rifiuti che ancora intasano gli angoli delle strade della regione, la lista segreta dei vecchi dipendenti del Commissariato diventa adesso una fotografia impietosa di quanto è accaduto. Un’istantanea della Casta che comanda in Campania. Scorrendo l’elenco, le sorprese non mancano: a segnalare i ’comandati’ non erano solo i Ds, la Margherita, l’Udeur. Ci davano dentro pure Forza Italia e Alleanza nazionale. Negli uffici del Commissariato erano per esempio di casa Antonio e Flavio Martuscello, i due dioscuri azzurri del napoletano, rispettivamente deputato ed ex sottosegretario all’Ambiente il primo, consigliere regionale più votato d’Italia, il secondo. I Martuscello avevano sponsorizzato sei diversi nomi. Altri due erano invece stati proposti dal consigliere regionale azzurro Giuseppe Sagliocco, il quale, dopo aver inviato tecnici di suo fiducia al Commissariato, tre anni fa non si è trovato in imbarazzo a capeggiare, assieme a un bel gruppo di parlamentari del centrodestra, le proteste della popolazione che chiedeva il blocco dell’unica discarica ancora disponibile quella di Parco Saurino 2, a Santa Maria La Fossa. Una segnalazione era poi arrivata tramite Francesco Bianco, fino a due anni fa in Regione nelle fila del partito di Berlusconi, e ora capogruppo in Comune per l’Udeur. Lì Bianco si è ritrovato accanto ai professionisti delle nomine: gli iscritti del partito di Clemente Mastella (nell’elenco compare pure una sua sponsorizzazione diretta) che al Commissariato piazzavano personale per intervento del segretario regionale Antonio Fantini, di Pasquale Giuditta, un deputato sposato con la sorella di lady Mastella, dell’ex assessore regionale all’Ambiente Ugo De Flaviis poi cacciato dal Campanile ("Pago per le nomine non fatte", disse De Flaviis) e dell’ex sottosegretario all’Agricoltura nel governo D’Alema, Nello Di Nardo, dal 2006 cordinatore nazionale degli eletti dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Ancora più folta ovviamente è la pattuglia dei raccomandati dal Partito democratico (Ds e Margherita). A parte i nomi che recano vicino la dicitura ’Presidenza’ (leggi Bassolino), dietro ai quali si celano non solo tecnici considerati di area di centrosinistra, ma anche raccomandati dal centrodestra (tra i dipendenti c’è per esempio la nipote di un consigliere regionale di Alleanza nazionale), nella colonna degli sponsor appare il nome del ministro dell’Innovazione Luigi Nicolais, del sindaco di Ercolano (politicamente uomo di Nicolais), Nino Daniele, del leader dei rutelliani in Campania, Antonio Villari e dell’ex subcommissario ai rifiuti ed ex assessore al Comune, Massimo Paulucci. Non è tutto. La lista prosegue citando spesso il capogruppo dei Ds in Regione, Antonio Amato, il fedelissimo di De Mita Antonio Valiante, l’assessore comunale Giorgio Nugnes e Andrea Losco, oggi eurodeputato rutelliano, ma un tempo commissario ai rifiuti e presidente di Regione, dopo l’esponente di An, Antonio Rastrelli (i nomi degli uomini di Rastrelli vengono indicati nell’elenco con la dicitura ’99’). Adesso con i rifiuti di nuovo per le strade, il clima di consociativismo politico che ha reso possibile l’ennesima emergenza non sfugge ai campani, che scendono in piazza per protestare. E a farne le spese sono un po’ tutti. Chi tenta di bloccare la polizia e i funzionari di De Gennaro ormai non fa più differenze di colore di casacca. Ne sa qualcosa Pietro Diodato, consigliere regionale di An e membro della commissione Ambiente, celebre a Napoli per una serie di denunce contro gli sprechi della giunta comunale di Rosa Russo Iervolino. Diodato con la spazzatura ci è cresciuto. I suoi nonni fino a vent’anni fa trasportavano con i loro camion la monnezza nella discarica privata di Pianura, quella che De Gennaro avrebbe voluto riaprire e che invece ospiterà solo un sito di stoccaggio per ecoballe. Oggi Diodato nel quartiere dove è nato e cresciuto ci può mettere piede solo a suo rischio e pericolo. Ai primi di febbraio la folla inferocita ha bruciato un grande distributore di benzina a forma di camion da poco aperto da sua nipote e la sua sede elettorale. Agli abitanti, che inizialmente si muovevano in massa assieme a ultras del Napoli e gruppi di figli di camorristi in motorino, non era andata giù un’intervista in cui Diodato si mostrava possibilista sull’utilizzo della discarica e soprattuto un emendamento da lui presentato in occasione della discussione della legge regionale sui rifiuti. Cosa proponeva Diodato? Semplicemente che i capannoni vicini alla discarica potessero essere utilizzati per ospitare impianti per la separazione della spazzatura. "La mia intenzione era solo quella di creare dei nuovi posti di lavoro", assicura il consigliere di An. Ma per i manifestanti il fatto che sulla strada diretta ai capannoni, dove ci sono già altri distributori, i famigliari di Diodato avessero aperto una pompa proprio della marca di carburanti con cui è convenzionata l’azienda comunale della nettezza urbana, era diventata la prova di come anche lui sulla monnezza ci volesse marciare. Diodato, ovviamente nega, ma intanto si trova a fare i conti con il nemico in casa. Il vero leader della protesta di Pianura è infatti il consigliere comunale Marco Nonno, un fascista di altri tempi che sull’auto tiene appiccicato un adesivo che avverte: ’Balilla a bordo’. Suo fratello è stato condannato a 14 anni di carcere per aver sprangato a morte, sul finire degli anni ’70, un ambientalista, lui però è fatto di altra pasta e anche se adesso è nei guai per aver tentato di vendere via Internet una vecchia mitragliatrice da guerra, respinge le accuse di chi lo segnala come uno dei fomentatori degli scontri: "Non ho pagato nessuno dei manifestanti e soprattuto non ho fatto affari loschi. Con quelli che hanno costruito intorno alla discarica non ho niente da vedere". Una precisazione d’obbligo, visto che tra i primi nemici della discarica, oltre che gli abitanti, ci sono gli imprenditori legati alla camorra che hanno edificato palazzine abusive il cui valore crollerebbe se qui arrivassero i rifiuti. In Campania del resto funziona così. Pensi alla monnezza e spunta il politico. Anche quello che non ti aspetti. Persino Paolo Russo, il parlamentare di Forza Italia che insieme al senatore di Rifondazione Tommaso Sodano nella passata legislatura fece luce su molti degli affari sporchi legati alla gestione del business ambientale, ha vicino a lui chi fa soldi con la spazzatura. Il fratello del suo assistente parlamentare compare nella compagine societaria di tre aziende interessate nella gestione del ciclo dei rifiuti. Mentre la Ecocampania, specializzata in raccolta, faceva capo al segretario provinciale dell’Udeur di Caserta, Nicola Ferraro, poi arrestato dalla Procura di Santa Maria Capua a Vetere. Sempre di rifiuti, tramite quattro società al quale è stata tolta la certificazione antimafia per condizionamenti da parte del clan dei Casalesi, si occupa anche il fratello di Nicola Marrazzo, consigliere regionale e segretario provinciale di Napoli dell’Italia dei Valori. Ma è andando a Caserta che il continuo conflitto d’interessi, o meglio gli interessi che intrecciano il business ambientale con la politica, diventano ancora più evidenti. Qui, secondo i pm antimafia, la facevano da padrone aziende di smaltimento dei fratelli Orsi, due imprenditori legatissimi al presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai, Mario Landolfi, e al deputato di Forza Italia Nicola Cosentino, un ex socialdemocratico più volte candidato dagli azzurri nonostante la parentela acquisita con il boss Peppe Russo, detto ’’o Padrino’. Gli Orsi erano in costante contatto con il segretario particolare di Landolfi, ora arrestato, ma visto che si trattava di gente dai forti ideali, quando al governo c’era finita la sinistra si erano iscritti ai Ds per intercessione del consigliere regionale Angelo Brancaccio. Poi anche Brancaccio è finito in manette. E una volta scarcerato, l’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, lo ha voluto con sé come vice segretario regionale dell’Udeur. Il riciclaggio, almeno a livello politico, in Campania, nonostante tutto funziona. Hanno collaborato Mario Fabbroni, Claudio Pappaianni e Raffaele Sardo
28.01.2008 | Società civile La giornata della memoria
L’obbligo del ricordo di Corrado Stajano Anche se si sono visti e rivisti il cancello di Auschwitz, con quella scritta «Il lavoro rende liberi», le immagini dei forni crematori, i cadaveri ammonticchiati simili a larve, anche se si sono ascoltate le memorie dei sopravvissuti e si sono letti i libri della sterminata bibliografia sulla Shoah, si prova ogni volta un colpo al cuore. Si prova ogni volta un colpo al cuore quando ci si trova davanti a un brandello di quel passato, una lettera, un manifesto, una fotografia, un documento. Tutto questo fu vero? Si ha quest’impressione, ad esempio, osservando al Museo di storia Contemporanea di Milano che ha allestito una mostra sulla persecuzione degli ebrei in Italia dal 1938 al 1945 la pagella di una bambina che fa da specchio a quel tempo atroce. Si chiama Gisella Vita Finzi, nata a Milano il 17 agosto 1930, «di razza ebraica». Non è iscritta alla Gioventù italiana del littorio, frequenta la scuola mista per israeliti, la IV, alla Scuola elementare di via Spiga, nel centro della città. Siamo nell’anno scolastico 1939-1940, «l’anno XVIII dell’Era Fascista», e la bambina, in una fotografia accanto alla sua pagella, cammina in un viale - le norme «per la difesa della razza» sono state approvate nel dicembre 1938 - leggendo con evidente preoccupazione il Corriere della Sera. Proprio su quel giornale è ora in corso una polemica tra storici e scrittori: se sia utile o meno il «Giorno della memoria», il 27 gennaio di ogni anno, istituito dal Parlamento con una legge del 20 luglio 2000 in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. C’è chi depreca l’evento, fortemente critico. Come se non fosse il frutto di un’umanità riscattata ricordare quella macchia nera che pesa sulla coscienza del mondo. Un mondo dove la causa della tolleranza non è mai vinta, dove ogni conquista civile e sociale va riconquistata, dove i segni dell’indifferenza, del cinismo, della caduta dei lumi sembrano perenni e lo dimostra anche la gratuità di questa controversia giornalistica. Sulla Shoah non si conosce mai a sufficienza, nonostante gli studi, le sentenze dei tribunali del dopoguerra, i materiali documentali accumulati negli archivi. Alla mostra di Milano colpiscono ancora i vecchi album di fotografie delle famiglie ebraiche sterminate, le lettere anonime - gli impiegati della Società Assicuratrice italiana di Milano che denunziano al prefetto il direttore «ebreo despota» - la fotografia della devastazione, nel 1941, della Sinagoga di Ferrara di cui scriverà Giorgio Bassani, i foglietti di carta da pacco gettati dai convogli dei deportati - «Avvertire a Prima negozio di via Nazionale che la moglie e la madre stanno insieme» - , i cartelli sulla porta dei bar: «In questo locale gli ebrei non sono graditi». Drammi e dolore. Non bisogna dimenticare che persino nella Shoah trova posto l’equivoco pregiudizio «Italiani brava gente». Anche Hannah Arendt, nel suo La banalità del male, scrive del comportamento benevolo dei cittadini della penisola nei confronti degli ebrei perseguitati. Ci furono effettivamente uomini e donne che si prodigarono per salvarli. I religiosi furono spesso fraterni, i conventi si spalancarono. Alla Certosa di Farneta, vicino a Lucca, i padri certosini pagarono con la vita. Funzionari dello Stato si barcamenarono nel doppio gioco. Ma ci furono poi coloro che per odio antiebraico, per furore ideologico, per denaro, per vendetta, compirono azioni abbiette condannando a morte con le loro delazioni il vicino di casa, il compagno di scuola, il rivale in amore o in commercio. Queste motivazioni si intrecciano spesso tra loro. I soldi, la carriera, l’avidità di mettere le mani sui beni degli ebrei fecero insomma da molla all’agire nefando. La solidarietà umana fu scarsa, la paura fu motivata. Anche quei professori universitari che dopo le leggi del 1938 presero il posto dei 96 colleghi espulsi dagli atenei non si posero troppi problemi morali (se non altro, però, non firmarono condanne a morte come fecero più tardi nel tempo tanti connazionali con le loro spiate). È uscito di recente un libro di grande interesse, Caino a Roma, di Amedeo Osti Guerrazzi, professore di Storia contemporanea alla Sapienza, pubblicato dalle edizioni Cooper, documentata ricostruzione di quel che accadde allora nella capitale. La ricerca, che ha per sottotitolo «I complici romani della Shoah» fa crudamente luce sulle responsabilità di tutta una comunità. Non ci fu soltanto l’agire belluino della bande fasciste, La Kock, la squadra Perrone, il gruppo Cialli Mezzaroma di Palazzo Braschi. Ci furono i singoli che approfittarono di quel che stava accadendo e fecero della tragedia ebraica un immondo mercato. Per la denuncia di un ebreo adulto la tariffa pagata dai nazisti era di 5000 lire; per una donna 3000 lire; per un bambino 1500 lire. Questo di Amedeo Osti Guerrazzi è un libro pieno di storie che neppure un giallista nero avrebbe saputo inventare perché eccessive, non credibili. Ma purtroppo vere. Umberto Spizzichino e Luciano Luberti erano amici fin dalle scuole elementari all’Istituto Pestalozzi, in via Montebello. Nel 1944 Umberto decise di fuggire in Svizzera e chiese aiuto all’amico. Luciano gli diede appuntamento in viale Manzoni. Dove le Ss lo portarono in via Tasso, poi a Fossoli, poi ad Auschwitz dove morì il 28 agosto 1944. Molti portinai si trasformarono per cupidigia in pericolosi delatori. Come lo diventarono colleghi d’ufficio, baristi, negozianti, piccoli imprenditori che si impadronirono della quota del socio, autisti che denunziarono piena fiducia in loro, trafugatori di merce che gli ebrei avevano nascosto prima di fuggire. Non tutti erano stati uomini di malavita. Colsero l’occasione, diventarono complici delle Ss italiane, furono protetti da questurini, usati dai tedeschi che avevano altro cui pensare in una città cresciuta a dismisura nel numero degli abitanti, sotto il fuoco dei Gap, con gli alleati alle porte. Ci furono anche ebrei che tradirono i correligionari. Come Celeste Di Porto, conosciuta come la «Pantera nera» del ghetto, bella e feroce, legata a Giovanni Cialli Mezzaroma, un ex capitano degli arditi che, scrive Osti Guerrazzi, «ebbe sulla coscienza la sorte di decine di ebrei da lui o dai suoi sottoposti arrestati e consegnati ai tedeschi». Rubarono, depredarono, saccheggiarono in cambio di povere vite vendute. Memorie di un sottosuolo difficile da dimenticare. Davvero si può parlare di retorica sul cosiddetto «dovere della memoria»? Necessità della memoria, piuttosto, segno di libertà. Chi l’ha conosciuto sa bene come Primo Levi voleva che fossero soprattutto i giovani a sapere di quel passato. Perché nulla di simile - fu la sua angoscia fino alla morte - accada mai più. 25.01.2008 | Società civile 26 gennaio
Contro le basi di guerra, per una drastica riduzione delle spese militari. Presidio alla base militare di Ghedi contro la presenza di bombe atomiche Sabato 26 gennaio ore 15.00 Il 26 gennaio è la data proposta dal Forum Sociale Mondiale per il Global Day of Action, ossia per iniziative in tutto il mondo contro la guerra, il liberismo, il razzismo e il patriarcato. Gli obiettivi di questa giornata di mobilitazione sono il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra, la chiusura delle basi militari e l’opposizione a nuove basi(a partire da Vicenza con il Dal Molin), la drastica riduzione delle spese di guerra e l’aumento delle spese sociali, la riconversione delle fabbriche d’armi e degli altri luoghi/strumenti di guerra, la smilitarizzazione dei territori, la revoca dell’accordo per la produzione e l’acquisto dei caccia F35. Il 26 gennaio in Italia dovrà essere una giornata contro l’insieme della politica militarista del governo Prodi che ha imposto l’ulteriore aumento delle spese militari (per un totale del 24% in due anni), alle missioni militari (a gennaio il governo presenterà il decreto per il rinnovo delle missioni in Afghanistan e negli altri teatri di guerra), alle basi e al complesso militare-industriale, e che include l’accordo militare Italia-Israele, l’embargo alla Palestina, l’adesione allo scudo missilistico USA, la nuova grande minaccia alla pace mondiale. A tale scopo si propone una mobilitazione articolata con lotte sui territori a partire dai luoghi di guerra: basi militari, siti di assemblaggio dei nuovi armamenti, caserme e luoghi di partenza delle truppe, ambasciate, consolati e ministeri coinvolti nella guerra permanente. Le spese militari sono aumentate a tutto danno delle le spese sociali, di quelle destinate al lavoro e al reddito dei settori popolari, mentre l’Italia è invasa e avvelenata da basi militari, porti nucleari, depositi di armi atomiche e di munizioni, poligoni di tiro e polveriere, aeroporti militari e ben 107 basi USA-NATO a cui il governo vorrebbe aggiungere il Dal Molin, la base di Novara (assemblaggio dei cacciabombardieri a Cameri ) e il potenziamento della base militare di Sigonella per l’installazione dei nuovi aerei da guerra senza pilota e del micidiale sistema planetario di comunicazioni satellitari MUOS. Dunque, la guerra permanente, mentre insanguina e devasta decine di paesi nel mondo, entra quotidianamente nelle nostre terre e nelle nostre città, ingigantendo derive securitarie, razzismi e xenofobie, repressione politica e sociale, riduzione drastica delle libertà. Per tutto ciò vogliamo caratterizzare il 26 gennaio come una giornata contro i luoghi di guerra sui territori, a partire soprattutto da quelli dove le lotte sociali hanno già individuato gli obiettivi da smilitarizzare. Tra questi, in particolare le caserme e i luoghi militari in dismissione possono essere soggetti da subito alla riconversione ad usi civili, ad esempio in case per sfrattati e precari ed in ostelli per i richiedenti asilo, modo concreto anche per opporsi ai Cpt/lager per migranti. La giornata del 26 gennaio viene organizzata anche in vista della manifestazione nazionale che il Patto permanente contro la guerra propone a Roma in coincidenza col voto in Parlamento sul rifinanziamento delle missioni di guerra, che dovrebbe tenersi nel periodo tra fine febbraio e prima parte di marzo. Partecipate! Learn more here: http://beppegrillo.meetup.com/55/calendar/7130881/
19.01.2008 | Società civile Family Day
Fronte del video L’Unità 23/1/08 Terza camera? In seconda serata Maria Novella Oppo Come ha detto Romano Prodi in un nobile discorso che abbiamo seguito in diretta ieri mattina sul canale 825 di Sky, le crisi di governo non si aprono nei talk show. Si riferiva sicuramente a Porta a porta, famigerata «terza camera», che lunedì ha offerto la sua tribuna all’ex ministro Mastella, per una volta facendogli del male. Visto che tutti i giornalisti presenti (a parte, è ovvio, Bruno Vespa) erano allibiti di fronte al profluvio di parole, riferimenti e avvertimenti tesi a ribadire il concetto che del resto Mastella ha sempre espresso anche in sede istituzionale: «Tra il Paese e la famiglia, scelgo la famiglia». È la summa del Mastella-pensiero. Pure lui, come Berlusconi, considera che, quando qualcosa lo danneggia personalmente, sono in pericolo la democrazia, la libertà, l’Occidente e per aggiunta anche la Chiesa. In più, Mastella sostiene di aver tolto il suo sostegno al governo perché non gli avrebbe dato sufficiente solidarietà. Allora era meglio non dargliene affatto: l’effetto sarebbe stato identico, minore lo schifo. Consigli per il Family Day. " Chi partecipa al Family Day con la famiglia deve dichiarare prima con quale famiglia viene, Con una speciale deroga si può portare la prima moglie, o il primo marito, i figli di matrimoni precedenti e (solo iscritti organizzazioni cattoliche)il nuovo fidanzato della prima moglie, purchè non sia un prete" alessandro robecchi, il Manifesto.6 maggio
12.01.2008 | Società civile Premiata clinica "L’Unità"
Premiata clinica "L’Unità" di Marco Travaglio So bene che i giornalisti non si scelgono gli editori: di solito è il contrario. Se a un giornalista non va bene l’editore, se ne va. E non viceversa. Ma scrivo sull’Unità praticamente tutti i giorni dal 2002, quando, grazie al grande Claudio Rinaldi, fui chiamato a collaborarvi con la rubrica Bananas da Furio Colombo e Antonio Padellaro. E vorrei dire due parole su quanto sta accadendo e non sta accadendo in quello che tutti chiamano "il giornale dei Ds", mentre non lo è affatto. E’ il giornale che i Ds hanno chiuso nel 2000 per mancanza di lettori e che un gruppo di imprenditori ha riaperto, affidandolo a due uomini liberi e liberali come Colombo e Padellaro (mai stati comunisti) e a una redazione molto agguerrita, che infatti entrò subito nel mirino del Cainano allora al potere. Questa Unità, che usufruisce dei contributi previsti dalla legge per la stampa di partito per una libera scelta (revocabile tra un anno, credo) del gruppo parlamentare dei Ds, è un giornale che vende più di 50 mila copie vere e che vale sul mercato decine di milioni di euro. Qualche mese fa gli editori attuali, ansiosi di "realizzare" il loro investimento, l’hanno messa sul mercato. Si è fatta viva la famiglia Angelucci, nota alle cronache sanitarie e giudiziarie per le sue cliniche private convenzionate e per i processi per corruzione che coinvolgono alcuni suoi membri, e ha messo sul tavolo una quarantina di milioni (a quel che si dice) per comprarsi la maggioranza dell’Unità. Piccolo problemuccio: gli Angelucci già editano un giornale di destra, Libero (finanziato con soldi pubblici, essendo il giornale vero di un partito finto: il Partito monarchico), e uno di pseudosinistra, Il Riformista (finanziato con soldi pubblici, essendo il giornale finto di un partito finto: Le Ragioni del Socialismo, con un solo simpatizzante e un solo iscritto, Emanuele Macaluso). La società capofila del loro impero, la Tosinvest, ha nel suo Cda l’ottimo Littorio Feltri, il direttore di Libero, che dunque metterà presto becco a pieno titolo nella nomina del nuovo direttore dell’Unità (il nome più accreditato è Antonio Polito, figurarsi i meno). A raccogliere la pubblicità del giornale fondato da Gramsci, invece, sarà una società di Daniela Santanchè, numero due del partito fascisteggiante La Destra di Francesco Storace. I giornalisti dell’Unità hanno scioperato il 14 dicembre, ricevendo una grandinata di dichiarazioni di solidarietà dai leader dei fu-Ds e degli altri partiti del centrosinistra. Ma il più delle volte, come diceva Falcone, la prima corona di fiori la manda l’assassino. Infatti sono noti i rapporti di affettuosa amicizia che legano alcuni settori dei Ds, quelli dalemiani, (oltrechè di Forza Italia e di An e di tutta la politica che conta) con la famiglia Angelucci, che anni fa s’è ricomprata il palazzo delle Botteghe Oscure e ha sistemato i debiti dell’ex-Pci con la collaborazione dell’amico Cesare Geronzi (allora in Capitalia, ora al vertice di Mediobanca e di tante altre cosine)... www.voglioscendere.it 12.01.2008 | Società civile Il Papa e i metalmeccanici
Bruno Ugolini C‘era una volta un parroco, in un quartiere popolare di Brescia. Era solito infiorettare le sue prediche religiose con gli anatemi nei confronti dei comunisti. Alle elezioni la gente di quel quartiere, composta in maggioranza di operai fedeli frequentatori della parrocchia, votò in massa comunista. E il proletario giornalino locale scrisse un corsivo dal titolo, se non ricordo male, "Grazie don Carlo". L’episodio mi è venuto in mente leggendo delle grandi dispute su laici e religiosi. Nonché della paventata andata del Papa all’università di Roma, pretesa inviolabile cittadella del laicismo. Ho pensato, fatte le debite proporzioni, che forse sarebbe stato come se Don Carlo fosse andato a parlare nella sezione del Pci di quel quartiere. Credo che i fedeli trinariciuti, a differenza dei non credenti docenti romani, lo avrebbero accolto a braccia aperte. La verità è che i moderni intolleranti hanno paura, fuggono il confronto. Come esempio tra i contemporanei non cito don Carlo. Cito Massimo Calearo presidente della Federmeccanica. Ha deciso di decidere come vuole lui gli aumenti contrattuali e di distribuirli. Ha distrutto il negoziato in corso. E’ come se avesse proclamato: "Sono io il sindacato!". Eppure, se fossi nei panni della Fiom, io oltre agli scioperi necessari, organizzerei anche un convegno e lo inviterei. Malgrado non si tratti di un Papa. http://ugolini.blogspot.com/ Metalmeccanici, ancora scioperi. Si tratta giovedì A Genova, a Napoli, a Chieti. In tutta Italia proseguono le manifestazioni di protesta dei metalmeccanici, infuriati per la trattativa arenata e che ora sperano nella mediazione del governo. Dopo il fallimento della trattativa per il rinnovo del contratto, infatti, è arrivato l’intervento del governo. Martedì il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, si è seduto al tavolo insieme alle parti sociali. La mossa di Federmeccanica è quella che mira a raggiungere un accordo entro pochi giorni oppure scatteranno a fine mese gli «aumenti unilaterali» in busta paga. Il pericolo da scongiurare - insomma - è quello del pugno di forza, la scelta degli industriali di procedere con gli aumenti senza accogliere almeno in parte le richieste dei sindacati. Lo scontro, si sa, ruota attorno a 17 euro - 100 euro al mese di aumento è quanto propone Federmeccanica, i sindacati ne chiedono invece 117 - e all’ipotesi di legare la retribuzione alla produttività. Se gli imprenditori decidessero di andare avanti dritti per la loro strada, annunciano i segretari di Fiom, Fim e Uilm, «sarebbe un atto gravissimo». Critici anche i segretari di Cgil, Cisl e Uil: per Epifani, leader della Cgil, le elargizioni unilaterali avrebbero «un chiaro significato di delegittimazione della sede contrattuale e dell’interlocutore», il segretario della Cisl Raffaele Bonanni chiede «agli imprenditori un atto di responsabilità», mentre Angeletti della Uil definisce «al limite dell’intollerabilità» l’atteggiamento di Federmeccanica. Anche Palazzo Chigi si è detto contrario ad «atti unilaterali che possono essere un ostacolo alla positiva riuscita della trattativa». Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, ha riaggiornato il tavolo a giovedì, e ha aggiunto la sua ricetta. Per aumentare il potere di acquisto dei salari, «per renderli più robusti - ha detto - servono due condizioni: la prima è proprio che si facciano i contratti, la seconda è la diminuzione della pressione fiscale». Il segretario nazionale della Uilm Giovanni Contento, intanto, ha rassegnato le proprie dimissioni dalla segreteria. In una lettera indirizzata, tra gli altri, al segretario generale della Uilm Antonino Regazzi, spiegando che la rottura e la richiesta di incontro in sede ministeriale «non è stata coerente con quanto sostenuto nella riunione di segreteria unitaria di Fim Fiom e Uilm». 5.01.2008 | Società civile Roberto Saviano : la tragedia è che Napoli si sta rassegnando all’avvelenamento Imprese, politici e camorra ecco i colpevoli della peste Gli ultimi dati dell’Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltre la media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni di ROBERTO SAVIANO È UN territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi. E’ una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi. Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%. Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa - l’Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia. Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio. Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l’inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell’antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi. Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell’inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all’anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni. Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione. Aveva però l’unica autorizzazione necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all’avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no. Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d’Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra. E’ in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E’ in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l’ossessione dell’informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell’informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. [an error occurred while processing this directive]Non è affatto la camorra ad aver innescato quest’emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli. Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si po’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa. Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate. Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: "Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla. (Copyright 2008 by Roberto Saviano. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency) «Nessuno ride quando in città arrivano le voci che nei Comuni limitrofi, controllati dalla camorra, non c’è spazzatura nelle strade: è vicino alla case della gente perbene, che non spara e non protesta, che la spazzatura raggiunge il secondo piano delle case. A Napoli le montagne di rifiuti sono il simbolo di una carie cosmica» Elena Ferrante, scrittrice, New York Times 15 gennaio 26.12.2007 | Società civile I bambini nelle ruspe
I bambini nelle ruspe Una volta Gesù Bambino lo si trovava nella mangiatoia di una stalla. I tempi sono cambiati, i bambini il giorno di Natale li mettono nelle ruspe per proteggere il territorio e il companatico delle famiglie. 500 cittadini di Sant’Andrea del Pizzone sono in attesa, oggi, di una carica combinata della polizia e dell’esercito. Li vogliono “spostare” per l’ennesimo deposito di rifiuti dell’ennesima emergenza. I cittadini non sono stati consultati, la spazzatura non è loro, i sindaci locali sono stati oggetto di particolari attenzioni. I responsabili dell’emergenza rifiuti in Campania invece sono sempre lì. Sono intoccabili come le istituzioni marce che rappresentano. Sono loro il vero pattume di quella che fu la Campania Felix. Il Natale il blog lo passa con i cittadini di Sant’Andrea. “Salve Beppe, volevo segnalarti l’assurda situazione che da qualche giorno va avanti nelle nostre zone.Abito a S.Andrea del Pizzone, frazione del comune di Francolise (Caserta). L’attuale commissario straordinario per l’emergenza rifiuti Pansa, ha designato come centro di stoccaggio delle cosiddette ecoballe il sito “Carabottoli”, appartenente al comune di Carinola, ma di fatto poco distante dal nostro territorio. Non si conosce, al momento, quale sia stato il criterio di scelta adottato dal prefetto, ma tale scelta, ha scatenato una mobilitazione che ha coinvolto oltre al nostro, molti comuni limitrofi. La nostra protesta non nasce solo dal naturale dissenso ad accogliere rifiuti altrui, ma dal fatto che oltre il 90% dell’economia locale è di natura agricola. Le nostre zone danno origine alla Mozzarella di Bufala, famosa in tutto il mondo, che gode dei marchi di qualità D.O.P. e D.O.C., e ad altri prodotti tipici. Dubito che il commissario Pansa non abbia mai assaggiato della buona mozzarella, e ciò rende i suoi criteri di valutazione ancor più discutibili. Di fatto, è stata scelta una zona che risulta essere vero e proprio epicentro della produzione. L’occupazione del sito da parte dei cittadini per impedire alle ruspe di entrare ha già causato un primo scontro con le forze dell’ordine: è importante sottolineare quanto sia stato tempestivo (a differenza di altri casi..) l’intervento da parte della polizia e dell’esercito che ha tentato di depistare la folla con l’utilizzo di ruspe. L’intervento è stato bloccato quando alcune mamme hanno adagiato i loro bambini davanti alle ruspe. Nello scontro sono stati coinvolti anche i sindaci dei comuni, i quali hanno avuto un trattamento non del tutto conforme alla carica che ricoprono. Attualmente il sito è presidiato giorno e notte da più di 500 persone, che, in attesa di un incontro dei comitati con il commissario, aspettano l’arrivo di una nuova carica, chissà, magari il giorno di Natale.” Salvatore P. www.beppegrillo.it Due cose debordano scandalosamente in questo finale di commedia 2007. La spazzatura a Napoli e Lamberto Dini. Non si assomigliano nell’aspetto, non si assomigliano nell’odore, ma entrambi violano il senso comune, l’estetica delle cose. La prima è troppa, il secondo troppo poco. Disarmano chi guarda, avvelenano chi respira. Una è assai colorata, l’altro è perfettamente grigio, eppure emanano la medesima infelicità. Si sono guadagnati il palcoscenico nello stesso anno, il 1994. Da allora incarnano le conseguenze di situazioni intollerabili. L’intasamento napoletano deriva dalla pretesa di una intera comunità di non smaltire i propri rifiuti, per conferirli in un qualunque altrove, purché distante. L’ingorgo diniano tracima sulla polverizzazione della politica, dei suoi rappresentanti professionali, che diventano perpetuo ostaggio di ogni singolo colonnello, moltiplicando i ricatti, paralizzando le decisioni, generando questa immensamente noiosa guerra di ripicche, minacce, annunci, retromarce, allarmi, litigi, pacificazioni, vertici, emergenze. Che intasa - come la monnezza - il suolo pubblico, la pubblica decenza, i cassonetti dell’informazione. A scorrere gli ultimi tre mesi della sua personale guerriglia extraparlamentare è un infinita sequenza di assalti e retromarce. Dini minaccia di non votare la spesa pubblica. Poi invece vota. Critica il pacchetto sicurezza, ci ripensa. Respinge il Welfare, lo accoglie. Disapprova i provvedimenti sui precari, li sottoscrive. Dini una volta si oppone. E la volta dopo asseconda. Dini se ne va a sorpresa. E a sorpresa resta. Dini resiste. Dini sfida. Dini fa retromarcia. Dini chiede mani libere. Dini minaccia mani libere. Dini vota per l’ultima volta. Per la penultima. Poi lascia. No, non lascia, verifica. Dini vale un voto, più quattro senatori, più una moglie miliardaria condannata in primo grado per bancarotta fraudolenta. La spazzatura vale 90 mila tonnellate, una mezza regione in ginocchio, un affare perpetuo per le canaglie della camorra. Auguriamoci - per l’anno che verrà - uno smaltimento differenziato. www.voglioscendere.it 2.12.2007 | Società civile Chi vuol essere milionario
Chi vuol essere milionaro MARCO TRAVAGLIO Il supermarket dei senatori che ha innescato l’ennesima accusa di corruzione a Silvio Berlusconi s’inserisce perfettamente nella nuova stagione politica delle “larghe intese”, ultimo approdo della commedia all’italiana, a cura di Castellano & Pipolo. Titolo: “Ok il prezzo è giusto” o “Chi vuol esser milionario”. Personaggi e interpreti, in ordine di apparizione. Berlusconi Silvio, il capocomico Un tempo si comprava Craxi e quello gli faceva due decreti salva-tv più la legge Mammì. Si comprava il giudice Metta e quello gli regalava la Mondadori. I suoi manager si compravano la Guardia di Finanza (a sua insaputa, s’intende) e quella chiudeva un occhio, anzi due sui bilanci del gruppo. E si compravano pure l’avvocato inglese David Mills (senza dirgli nulla, si capisce) perché testimoniasse il falso nei processi a suo carico. Il grande venditore era anche un formidabile compratore: mostrava il libretto degli assegni, diceva “scriva lei la cifra”, e di solito funzionava. Ora, per dire com’è ridotto, telefona ad Agostino Saccà perché “sollevi il morale del Capo” sistemandogli certe “attrici” (ieri l’ometto le ha definite “artiste discriminate perché non di sinistra”, insomma ideologhe anticomuniste, un po’ come quelle che sedevano sulle sue ginocchia nel parco di Villa Certosa). Una, fra l’altro (“la Evelina”) sarebbe amica di un senatore dell’Unione “che mi può essere utile per far cadere il governo Prodi”. E il governo non cade. Allora corteggia e coccola un senatore dell’Oceania, promettendogli un posto nel suo eventuale, prossimo governo (il famoso “sottosegretariato all’Australia”), e la piazza numero 2 nelle liste nazionali di Forza Italia (o come diavolo si chiama adesso) alle presunte elezioni anticipate. Il tutto con la stessa credibilità con cui Totò si vendeva la fontana di Trevi all’italoamericano Decio Cavallo, che lui chiamava Caciocavallo. Solo che, diversamente, da Decio Cavallo, il senatore Randazzo non abbocca e lo manda a stendere, inseguito comunque dal povero Cavaliere che gli promette addirittura “un contratto”, millanta “ho con me Dini e i suoi” e lo implora in ginocchio: “Mi basta anche soltanto una piccola assenza...”. Poveretto, come s’offre. Randazzo Nino, l’antagonista L’uomo che resiste impavido (e inedito) alle profferte del Grande Compratore è un vecchio giornalista italoaustraliano d’altri tempi, che dinanzi ai contratti e alle promesse risponde: “Io sono stato eletto col centrosinistra e dunque resto fedele al centrosinistra perché ho una mia moralità”. Alla parola “moralità”, il Cavaliere chiama Bonaiuti e chiede un dizionario: dev’essere un termine australiano, comunque arcaico. Poi capisce che non c’è nulla da fare:la lunga permanenza all’estero deve aver guastato il senatore, non troppo aggiornato sulle prassi più recenti della nostra politica. Affranto per cotanto affronto, il Cavaliere ripiega sugli italiani doc. Nick Scavi, il buttadentro Imprenditore australiano, si materializza alle spalle di Randazzo un giorno che questo sta passeggiando alla galleria Alberto Sordi, a Roma. Da quel momento diventa il suo angelo custode, gentile omaggio del Cavaliere: “Voglio offrirti la possibilità di diventare milionario”, gli dice, e pare gli mostri un assegno in bianco accompagnato dalla frase: “Scrivi tu la cifra, fino a 2 milioni”. Il suo ruolo è simile a quello delle ragazze buttadentro che accalappiano i giovanotti davanti alle discoteche. Ma Randazzo, tetragono, resiste anche alle sue sirene. Saccà Agostino, la spalla. Calabrese, giornalista (chi non lo è?), craxiano, poi forzista, poi dalemiano, poi di nuovo forzista (“voto Forza Italia come tutta la mia famiglia”), nel 2002 fu l’esecutore materiale dell’editto bulgaro del Capo contro Biagi, Santoro e Luttazzi. Da allora si garantì una serena vecchiaia. Da direttore generale dovettero cacciarlo perché in un anno la sua Rai aveva perso 4 punti di share su Mediaset: sull’onda dell’ entusiasmo, era andato anche oltre il mandato ricevuto. Ma lo sistemarono a Raifiction, una specie di grotta di Alì Babà piena d’oro, che lui amministra da par suo con gli amici degli amici. Ultimamente, mentre partecipava alla campagna acquisti berlusconiana dei senatori e preparava la fiction sul Barbarossa (“Bossi non fa che parlarmene”, insisteva il Cavaliere), si spacciava per veltroniano: pare che nei corridoi della Rai, per essere credibile, pronunciasse solo parole che iniziano con la w: walter, wafer, water, woobinda, wow, woody allen, watussi, wonderbra. Soprattutto wonderbra. De Gregorio Sergio, il servo furbo In controtendenza col proliferare in politica di servi sciocchi, il bovino senatore ex socialista, ex forzista, ex democristiano, ex dipietrista, neo forzista ha recuperato la tradizione plautiana del servo furbo. Eletto nel 2006 con l’Italia dei Valori per nobili motivi ideali - un posto da sottosegretario - rimase deluso quando non l’ottenne e cominciò a fare la fronda. Intanto fu indagato a Napoli per certi assegni trovati in mano a un contrabbandiere. E cominciò a votare contro la maggioranza che l’aveva eletto. L’improvvisa sintonia programmatica con la Casa delle libertà fu corroborata dalla promessa berlusconiana di finanziare la sua associazione Italiani nel mondo con 5 milioni di euro l’anno.Con tanto di contratto spedito via fax e addirittura firmato - scrive Repubblica - dall’ingenuo Sandro Bondi. Fuda Pietro, servitor di due padroni Calabrese, già forzista, poi margherito, poi numero 2 del Pdm di Loiero, ovviamente indagato per storie di ‘ndrangheta, balzò alle cronache un anno fa per un comma di poche righe che mandava salvi centinaia di pubblici amministratori nei guai con la Corte dei conti per reati contabili. Saccà, suo conterraneo, lo contatta personalmente poi riferisce: “Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se oggi è costretto a stare a sinistra. Ma se gli toccano gli interessi e le cose sue, darà un aiuto al Cavaliere in Parlamento”. Ecco, anche Fuda c’ha le cose sue. Bertinotti Fausto, il palo Anziché allarmarsi per la compravendita si senatori in corso nell’altro ramo del Parlamento, il comunista più amato da Berlusconi, da Vespa e da Mediaset protesta vibratamente con la Procura di Napoli per la “fuga di notizie” e per eventuali “intercettazioni di parlamentari”. Lui non guarda la luna: lui, molto marxisticamente, guarda il dito. Partito democratico, miglior attore non protagonista Non ha liberato la Rai dai Saccà e stava per resuscitare Berlusconi per la terza volta con l’”asse per le riforme”. Riusciranno i nostri eroi a rimettere la legge elettorale e la Costituzione nelle mani del Cavaliere, mentre lui gli compra i senatori un tanto al chilo? www,voglioscendere.it 27.11.2007 | Società civile No agli inceneritori
No agli inceneritori - 173 medici contro l’impianto nella Piana fiorentina Firenze, 22 novembre - A pochi giorni dal referendum sulla realizzazione di un nuovo inceneritore nella Piana fiorentina, 173 medici di famiglia, ospedalieri, specialisti (oltre il 90% esercita nella Piana) firmano un documento per fermare la politica inceneritorista della Regione Toscana, delle Province di Firenze, Prato e Pistoia e dei Comuni interessati; amministrazioni accusate di non tenere conto delle ricadute sulla salute della popolazione in un’area interessata da numerose e diversificate fonti di inquinamento, quindi già sottoposta ad un forte carico di nocività ambientali. I medici intervengono dunque nel dibattito sull’inceneritore, sottolineando come esista una vasta letteratura scientifica che evidenzia la nocività delle emissioni dei nuovi inceneritori nel breve e nel lungo periodo: diossine (cancerogene IARC I); metalli, come cadmio (cancerogeno certo IARC I) e mercurio (IARC 2B) e nanopolveri che sfuggono anche alle più moderne tecniche di abbattimento dei cosiddetti termovalorizzatori di ultima generazione. I medici ricordano come la patogenicità delle particelle ultrafini emesse dagli inceneritori (PM 2,5-PM 0,1) è legata alla loro capacità di veicolare le sostanze tossiche derivate dalla combustione attraverso la cellula fino al nucleo. Sulla pericolosità del particolato atmosferico, affermano, ormai non ci sono più dubbi, basti pensare che un aumento di PM 2,5 di 10 microg/mc aumenta la mortalità di cancro al polmone dell’8%. Il documento ricorda come sempre più medici e persino Ordini dei Medici, come la Federazione Regionale degli Ordini dei Medici dell’Emilia Romagna, mostrano le proprie perplessità nei confronti di questi pericolosi sistemi di smaltimento. I centosettantatré medici propongono infine di praticare soluzioni alternative all’incenerimento nella gestione del ciclo dei rifiuti a partire da quelle già ampiamente sperimentate e prive di effetti nocivi per i cittadini. La Regione ha risposto alla presa di posizione dei medici citando uno studio effettuato dal Comitato scientifico di garanzia presieduto da Umberto Veronesi. In base allo studio, “i dati di mortalità (per tutte le cause e per tumori) non provano l’esistenza di un qualsiasi nesso causale tra presenza di inceneritori di RSU e rischio per la salute di popolazioni residenti, nel raggio di ricaduta delle loro emissioni”. La ricerca è contenuta nel volume “Il recupero di energia da rifiuti: la pratica, le implicazioni ambientali e l’impatto sanitario”, pubblicato nel n. 45 di “Ingegneria Ambientale, Quaderni”, Cipa Editore.
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sarete fucilati uno ogni dieci, se non dite i nomi di quei vigliacchi che fanno i disfattisti, mettendo in grave pericolo la patria" e subito hanno incominciato a contare, fuori uno ogni dieci. Però, neanche un soldato ha fatto la spia e, alla fine, non hanno fucilato nessuno, avevano fatto solo per dare un avvertimento; ma, a guardare, disfattisti eravamo tutti, perché in trincea si sentivano solo lamentele, bestemmie contro il governo e contro i comandi, ostie continue contro la guerra e quelli che l’avevano voluta.."





























